«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

giovedì 30 aprile 2015

Itaca - Cavafy, 1911

Ieri ho finalmente trovato un corso leggero da seguire: Online games...
Il problema è che il corso è sì leggero ma anche uno dei più brutti e stupidi che io abbia anche solo iniziato a seguire!
Eppure c'è sempre qualcosa da imparare: nell'ultimo video l'insegnante ha mostrato alcuni frammenti di una poesia impressionante. Si tratta di “Itaca” di Constantine Petrou Cavafy del 1911.
I versi presentati erano ovviamente in inglese e così mi è venuta voglia di farne una mia traduzione in italiano. Il problema è che l'originale è in greco...

Che senso ha fare una traduzione della traduzione di una poesia?
Il problema delle traduzioni è che ogni singola parola, nella propria lingua, non ha un unico significato ma una sfumatura, più o meno ampia, di significati. Quando il traduttore sceglie un traducente presenta al lettore un vocabolo con una nuova serie di sfumature (nella seconda lingua) che non potranno mai coincidere esattamente con quelle dell'originale.
Ma non è tutto: ogni sintagma, ogni singola associazione di parole (magari per assonanza, etc...), della poesia originale, a sua volta aggiunge nuove sfumature di significato e queste, in genere, saranno totalmente diverse nella traduzione.
Stesso discorso quando si arriva al livello del singolo verso: il suo ritmo, il suo suono, etc aggiungeranno ulteriori sfumature di significato all'opera originale...
Il traduttore quindi può solo leggere l'originale e cercare di intuirne il significato profondo e poi, facendo quasi un miracolo, può tentare di fare una traduzione che contenga qualche briciola dell'essenza dell'opera originale.

Fortunatamente però sul sito di Cavafy sono presenti ben quattro diverse versioni in inglese di Itaca. Io le ho lette tutte e poi ho deciso di basarmi principalmente sulla versione di Daniel Mendelsohn: ho apprezzato la semplicità del linguaggio utilizzato che secondo me si sposa meglio col significato della poesia e il suo andamento placido e tranquillo.
Per i versi più ambigui però ho tenuto ben in mente anche le altre versioni: come ho scritto ogni traduzione fornisce una sfumatura, ovvero un insieme, di significati. Infatti facendo l'intersezione di questi insiemi è possibile ridurre di molto l'incertezza su quale fosse l'essenza dell'originale.

Inoltre lavorare su delle traduzioni invece che sul testo dell'autore presenta almeno un piccolo vantaggio: non ci si sente (o almeno questo vale per me!) costretti a cercare di rispettare il più possibile il significato letterale delle parole da tradurre. Il risultato è una traduzione meno rigida, forse anzi un po' troppo libera, ma che però aspira solo a riprodurre il significato più profondo senza lasciarsi distrarre dagli aspetti superficiali del testo.

Ecco quindi la mia traduzione di Itaca:

ITACA
=====
Mentre ti appresti a partire per Itaca
augurati che il viaggio sia lungo,
ricco di avventure e colmo di insegnamenti.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
né Poseidone nella sua ira:
non l'incontrerai mai sulla tua via
se la tua mente volerà alta e se nobili
emozioni sublimeranno il tuo spirito e la tua carne.
I Lestrigoni e i Ciclopi,
e il crudele Poseidone non incontrerai,
a meno che tu stesso non li porti nell'anima,
a meno che la tua anima non li evochi per te.

Augurati che il viaggio sia lungo.
Possano essere molte le mattine estive
quando, con languido piacere e gioia sincera,
possa tu gettare l'ancora in lidi inesplorati;
possa tu fermarti ai mercati dei Fenici
e là acquistare le merci più pregiate:
madreperla e corallo, ambra ed ebano,
e inebrianti profumi di ogni tipo:
specialmente profumi sensuali, più che puoi.
Possa tu visitare molte città Egizie
così da imparare, senza sosta, dai loro saggi.

Sempre però tieni cara Itaca nel tuo cuore;
perché raggiungerla è il tuo destino.
Ma non affrettarti nel tuo viaggio.
Meglio che duri per molti anni;
meglio che tu la raggiunga alla sera della tua vita,
ricco per tutto ciò che hai incontrato sulla via,
senza aspettarti che sia Itaca a renderti tale.

Itaca ti donò il magnifico viaggio;
senza di lei non ti saresti incamminato.
Ma ora non le è rimasto altro da darti.

E se ti appare povera, non fu Itaca a ingannarti.
Saggio come sarai divenuto, con così tanta esperienza,
avrai allora capito cosa queste Itache significhino.

mercoledì 29 aprile 2015

Mito mitologico

Come corso “leggero”, come passatempo, mi sono anche iscritto a Greek and Roman Mythology senza preoccuparmi bene di informarmi sugli argomenti trattati.
In verità, oggi ho ascoltato la prima lezione, il corso è piuttosto impegnativo, soprattutto come tempo richiesto, perché prevede la lettura di molti testi.

Comunque già la prima lezione è stata interessante: per circa 45 minuti l'insegnante ha spiegato cos'è un mito. Ho trovato la spiegazione illuminante: sia Jung che Nietzsche chiamano in causa il concetto di mito ma non mi erano chiarissime tutte le implicazioni del termine.

Quello che mi creava confusione è che io cercavo una definizione unitaria e definitiva mentre invece, l'ha spiegato chiaramente l'insegnante, ogni studioso ha dato significati diversi, e talvolta totalmente contrastanti, a tale parola.

Per alcuni i miti sono solo bugie, favole che non vale la pena studiare più di tanto, mentre per altri non solo si tratta di verità ma, anzi, di verità profonde e universali. Oppure: per alcuni il mito è il frutto di una specifica cultura mentre per altri è il mito che plasma la cultura di un popolo.

Ora mi è chiaro che Jung nel mito vedeva le verità profonde della natura umana mentre per Nietzsche è la forza che forgia la cultura di un popolo. Fino a ieri cercavo, senza riuscirvi, di conciliare insieme queste due definizioni mentre adesso so che devo semplicemente considerarle come due interpretazioni parallele della stessa parola.

Aggiungo anche che a scuola avevo imparato che l'Iliade e l'Odissea erano state create raccogliendo insieme il materiale composto nel corso di generazioni da più poeti/bardi. Adesso sembrerebbe invece che gli studiosi siano concordi nel ritenere l'Iliade come l'opera di una sola persona, l'Odissea come probabilmente l'opera di una sola persona e che forse l'autore delle due opere sia lo stesso! Chi sia veramente l'autore non è dato saperlo ma non c'è niente di male a chiamarlo Omero proprio come vuole la tradizione...

Conclusione: mi piace come, per caso, anche stavolta io abbia finito per imparare qualcosa di imprevisto che però, come la tessera mancante di un puzzle, va a riempire esattamente il piccolo vuoto di incertezza in due campi irrelati fra loro!

martedì 28 aprile 2015

Gioco o strategia politica?

Devo anticipare che gran parte di questo pezzo sarà solo una lunga premessa per arrivare alla domanda/ipotesi/intuizione del titolo.

Da qualche giorno sto seguendo uno dei “soliti” corsi in linea gratuiti.
Stavolta si tratta di un corso di “strategia competitiva” della Ludwig-Maximilians-Universität München (LMU): ovvero di un'università tedesca e, in parte, l'ho scelto proprio perché ero curioso di osservare il loro approccio all'insegnamento.
Lo stile giocoso e super simpaticoso degli americani mi piace il giusto: lo trovo un po' eccessivo quando non falso e sforzato; a volte mi secca che i minuti persi in spiritosaggini non siano stati usati più produttivamente per approfondire dei concetti...
L'unico altro corso di non americani che ho seguito è stato quello di Harari dell'università di Tel Aviv: non ha senso trarre conclusioni generali da una sola osservazione comunque il suo modo di insegnare era molto diverso da quello americano: Harari è concreto, preciso e non lascia spazio a fronzoli, il suo umorismo è schivo, appena accennato: fa capire che c'è ma non gli importa se non tutti se ne accorgono...

Sto facendo questa lunga premessa, apparentemente fuori tema, perché in realtà non ho intenzione di illustrare idee specifiche del corso quanto invece sottolineare l'impressione subliminare che mi ha fatto.

L'insegnante, tale Tobias Kretschmer, parla un ottimo inglese: si sente che non è un madrelingua ma personalmente non sarei stato in grado di indovinare il suo paese di origine.
È piuttosto serio e le uniche note colorate sono un manifesto sullo sfondo del suo ufficio e un modellino accanto alla sua poltrona (di volta in volta manifesto e modellino (*1) cambiano in accordo col tema della lezione).
È preciso e chiaro nelle sue spiegazioni: forse l'unico limite è che il suo approccio è troppo pratico e con poca teoria. Il problema di lezioni incentrate su esempi pratici è che si rischia di concentrarsi troppo sugli esempi perdendo di vista la dimensione generale del problema. Un esempio: se la teoria prevede 5 casi ma l'insegnante mostra solo 3 esempi si ha poi l'errata sensazione che quel 60% di casi mostrati dagli esempi siano rappresentativi del 98% del totale...
Nel complesso comunque le sue lezioni mi piacciono abbastanza e mi sembrano proficue.

Ma cosa è la competitive strategy?
Basandomi sugli esempi visti si tratta di strategia commerciale per aziende. Essendo interessato alla strategia in generale ero curioso di vedere come questa possa venire applicata nelle imprese, multi nazionali e non.
In pratica si tratta di adattare la teoria dei giochi (equilibrio di Nash e simili) a casi complessi della vita reale dove le aziende corrispondono ai giocatori e le regole del gioco sono date dalle possibili interazioni dirette e indirette fra le stesse.
Qui ho visto subito un grosso problema che non è stato assolutamente affrontato dall'insegnante: A. Quanto sono affidabili i risultati basati applicando la teoria dei giochi a modelli iper semplificati?
B. Come capire quali dovranno essere gli elementi salienti del modello e cosa invece potrà essere ignorato?
A queste domande fondamentali Tobias non ha dato risposta e, anzi, neppure le ha poste...
Alcuni dei suoi esempi si rifanno a casi reali, evidentemente studiati e analizzati attentamente, come l'interazione fra Boeing e Airbus per la costruzione di un nuovo aereo, oppure a quella fra Sony e Phillips per la realizzazione delle specifiche dei CD...
Da questi esempi le decisioni corrette da prendere appaiono ovvie: la domanda che ci si pone è allora per quale ragione, nella realtà, a volte le aziende non hanno scelto al meglio.
Io mi do due risposte:
1. se questa applicazione della teoria dei giochi al mondo delle aziende è relativamente recente, diciamo anni '80, allora ci vogliono almeno 10-20 anni affinché questa possa venire effettivamente recepita e applicata dall'industria. Gli esempi visti non erano recentissimi... Ipotizzo quindi che, almeno in Germania, queste tecniche di strategia siano divenute comuni intorno all'anno 2000.
2. i modelli che illustrano così chiaramente quale avrebbero dovute essere le decisioni corrette da prendere sono stati fatti a posteriori: fatti cioè sapendo quali sarebbero stati gli elementi determinanti e il risultato finale. In questa maniera è facile costruire modelli che illustrino una certa problematica ma molto più complesso è indovinare quale sarà l'elemento discriminante di una situazione quando questa ancora non si è verificata!

La sensazione datami da questo modo di operare le proprie scelte strategiche mi ha lasciato un senso di disagio: l'assenza di considerazioni morali non è frutto di cinismo (comunque umano e comprensibile) quanto dell'indifferenza che procede dalla matematica. Il ridurre ogni decisioni a un'equivalenza numerica, a un valore maggiore o minore, mi ha turbato.
È strano perché, come i miei lettori ben sanno, ho una mentalità piuttosto matematica: razionalmente capisco benissimo che le decisioni prese basandosi sui teoremi, se il modello è corretto e affidabile, sono quelle migliori eppure... Eppure la sensazione di disagio persiste: il fatto poi che il professore sembri oblioso a questa problematica non aiuta. Manca una riflessione sul possibile contrasto di decisioni matematicamente ineccepibili ma anche amorali, nel senso di prese senza nessuna considerazione di bene o male.

Ma ecco l'intuizione vera e propria: così come la teoria dei giochi è entrata nel quotidiano dell'economia (almeno di quella tedesca) non è forse altrettanto possibile che sia entrata anche in politica?
Possibile che mentre i nostri politici sono fermi alla resistenza sì/resistenza no, oscillano fra buonismo e xenofobia sulla questione immigrazione, seguono (senza capirle) le ricette economiche di Bruxelles e si affannano solamente ad apparire bravi e belli sui media; ecco, mentre i nostri politici indifferenti a tutto se non alla continuazione del proprio potere, può darsi che in Germania la diplomazia abbia iniziato a usare abitualmente e sistematicamente questi strumenti matematici?

Questo spiegherebbe la politica tedesca che è riuscita nell'ultimo decennio a massimizzare i guadagni (in senso lato) della Germania ma con un'indifferenza alle sorti degli altri paesi e alle sofferenze delle loro popolazioni che è anche fredda e inumana: il risultato di calcoli matematici...
Penso alla Grecia ma anche all'Italia e agli altri stati vittime, nell'era della globalizzazione, dell'inadeguatezza e incompetenza della propria classe politica...

Nota (*1): a proposito di serendipità: il modellino più ricorrente è quello di un Walker di Star Wars e io, pochi giorni prima, avevo finito di leggere (v. il corto Trilogia) la trilogia di Timothy Zahn. Ma non solo! Forse ancora non tutti hanno visto la mia ultima vignetta per “Fantascienza” ma in essa, sullo sfondo, campeggiano proprio due Walker!

lunedì 27 aprile 2015

La mia dozzina

Ogni tanto, sebbene raramente, mi capita di aprire l'HuffingtonPost e di dare un'occhiata agli articoli meno politicizzati.
Ieri ho letto 12 cose che le persone introverse vorrebbero che capiste che appartiene a un genere, che definirei “a elenco”, di evidente successo: tutte le volte che ci capito trovo sempre almeno un articolo di questo tipo!

In genere, come ho già avuto modo di scrivere sul viario, sono piuttosto superficiali ma è comunque divertente confrontare le proprie idee con quelle esposte dal presunto “esperto” di turno.
L'argomento odierno, l'introversione, ha subito catturato la mia attenzione perché io per primo spesso mi definisco non solo introverso ma addirittura asociale: insomma un vero esperto in materia!

1. “Non odiano le feste” ← Confermo ½ (banale)
Che questo sia il primo punto fa già capire che il livello dell'articolo sarà MOLTO basso. Avrei apprezzato sottili disquisizioni psicologiche, magari confortate da esperimenti psicosociali, e invece devo accontentarmi di un articolo, spero, spiritoso e sdrammatizzante...
Io odio le feste? Ma... non saprei... certo non mi piacciono, e il 99% delle volte sono fonte di disagio piuttosto che divertimento, però addirittura odiarle mi sembra eccessivo.
Diciamo che io evito le feste e, se anche loro mi evitano, i rapporti restano cordiali!

2. “Tempo per se stessi ma non asociali” ← Confermo
Evidentemente devo studiarmi la definizione di “asociale”: forse io la uso con troppa disinvoltura e, principalmente, come una forma estrema di introversione.
Confermo la necessità del “tempo per se stessi”: fin da bambino avevo bisogno di starmene a casa tranquillo e protestavo quando nel fine settimana venivo portato da qualche parte...

3. “Sono riservati e cauti nell'esprimere le proprie idee” ← Confermo (banale)
Beh, direi che è quasi nella definizione stessa di introverso evitare di esprimersi senza pensarci bene!

4. “Tengono al proprio spazio” ← Confermo
Il titolo non è chiaro ma semplicemente significa che l'introverso non ama essere circondato da altre persone, che scelgono i posti laterali etc. Confermo: ho notato che nella maggior parte delle foto di classe sono a una estremità. Qualche anno fa addirittura mi dava una sorta di nausea circolare per strade piene di gente: adesso forse meno... o magari è solo che non mi capita quasi mai e mi sono dimenticato le sensazioni spiacevoli!

5. “Gli introversi abbracciano” ← No!
Preferisco evitare di essere toccato. È praticamente una vita che con la mia cugina più piccola scherziamo sulla cosa: tutte le volte che ci si saluta lei vorrebbe darmi il bacietto sulla guancia ma io la tengo a distanza!

6. “Riservati non timidi” ← Confermo (banale)
Altra banalità. Più volte anch'io ho precisato: “asociale ma non timido”.

7. “Non boriosi né altezzosi” ← Confermo ½
A dire il vero non mi ero mai posto il problema: davo per scontato di essere considerato timido non borioso! Da parte mia poi mi sono immediatamente simpatiche le persone riservate quindi il problema non si pone.
In realtà io un po' speciale mi sento (v., ad esempio, La solitudine del pamviro) però non mi pare di comportarmi per questo in maniera proterva... Ho messo l'½ perché per certi versi sono presuntuoso ed estremamente sicuro delle mie idee ma allo stesso tempo non mi pare che ciò traspaia dal mio atteggiamento.

8. Non vorrebbero essere estroversi ← Confermo
Di nuovo non mi ero mai posto il problema: dopotutto si è quel che si è...
Comunque, riflettendoci al volo, preferisco essere come sono: ho la sensazione che le troppe interazioni sociali impediscano delle riflessioni approfondite. Ecco, le persone estroverse mi sembrano tutte un po' superficiali e io odio (altro che le feste!) la superficialità.
Semmai, fosse possibile, l'unica eccezione gradita sarebbe una maggiore scioltezza con le donne che mi piacciono: ma anche in questo caso, suppongo, sarebbe preferibile semplicemente essere da esse contraccambiato (ovvero piacerle a mia volta) per quel che sono.

9. Problemi a esprimersi sul lavoro ← No
Si tratta di relazioni sociali estremamente codificate: se ci sono delle regole non ho problemi a dire la mia. Semmai non mi interessa troppo convincere gli altri delle mie opinioni (vedi punto 7) e in genere trovo le riunioni poco produttive: dopotutto io lavoro estremamente bene da solo e in genere ho abbastanza intelligenza, fantasia e intuizione per arrivare autonomamente a soluzioni migliori da quelle che, con più tempo e fatica, si raggiungono lavorando tutti insieme...

10. Non amano le telefonate ← Confermo (banale)
A dire il vero sul momento avrei marcato questo punto con un “no”: la prima cosa che ho pensato è stata infatti che non avevo niente contro le telefonate... Poi però, pensandoci qualche altro secondo, mi sono reso conto che forse è per questo che solo da pochi anni ho un telefonino (sempre spento) e che il 95% delle volte mi sfugge un esclamazione di noia quando a casa mi squilla il fisso...
Però, dopo tutto, si tratta di un'osservazione palmare: si sa che agli introversi non piace chiacchierare perché quindi dovrebbero amare farlo per telefono?

11. Non amano le feste a sorpresa ← Confermo (banale)
A dire il vero una volta ne ho pure subita una: una mia cugina (un'altra) invitò tre miei amici (di cui uno non potette venire) e a me dispiacque che non avesse pensato a chiamarne un quarto...
Però, ecco, non fu una di quelle cose terribili con la gente nascosta dietro ai mobili, la torta, i palloncini, gli striscioni, le urla, gli schiamazzi, i coriandoli...

12. Sono buoni osservatori ← Confermo
Beh, non so se valga per tutti gli introversi/asociali ma io credo di essere un ottimo osservatore: non parlando di continuo con le persone si ha modo di osservarle...

Proviamo dunque a tirare le somme. Per prima cosa escludo tutti i punti che ho definito banali: rimangono 7 punti.
Di questi: quattro sono confermati; due sono “no” e l'ultimo è una mezza conferma. I due punti marcati con “no” vanno però esaminati meglio: per quello sui contatti fisici sembrerebbe che io sia più che introverso; invece il secondo “no” sulle difficoltà nel mondo del lavoro direi che si potrebbe considerare come una mezza conferma: sono cioè conscio del problema anche se non lo soffro particolarmente...

Conclusione: come al solito l'articolo dell'HuffingtonPost non ha mantenuto le aspettative: troppe banalità scritte per far numero... Molto più divertente e significativo è invece questo fumetto in cui mi ritrovo molto!

domenica 26 aprile 2015

Peccando si impara

Un amico mi ha criticato perché le ultime esecuzioni pubblicate non avevano la base: mi ha spiegato che senza di essa diventa difficile capire come si suona e se, ad esempio, si va realmente a tempo... Così, un po' a malincuore, ho riesumato Ardour...

Oggi, dopo molti mesi, mi sono registrato mentre suonavo le prime 127 battute di She is my sin: il risultato è stato discreto! Non ho sbagliato nessun accordo, sono andato a tempo e non ho sbagliato una sola nota della parte melodica. Gli unici problemi li ho avuti alle solite (v. Lezione LXXVIII) due battute: quando le provo a parte iniziano a venirmi ma, nel contesto della frenesia del brano, non riesco a essere abbastanza veloce. Comunque non ho perso l'attacco degli accordi successivi... Sul finale c'è poi una melodia, che ormai so suonare benissimo, ma che mi coglie sempre di sorpresa: il risultato è che suono delle note a casaccio!
Voto 5 ← un risultato ottimo considerando la mia media del 3!

Dimenticavo il brano CON base: qui...

E Icaro... - 26/4/2015
Sempre ieri ho fatto una nuova registrazione di Flight of Icarus: il problema è che suono questo pezzo alla fine dell'esercitazione quando ormai, almeno mentalmente, sono stanco e deconcentrato. Magari oggi o alla prossima occasione vedrò di fare diversamente...

Comunque anche questa versione (con base!) non è venuta malissimo, anzi! Vediamo che errori ho fatto:
1' → plettrata solo 1 corda di PC
da 2' 22” a 3' 10” → parte ritmica meglio del solito ma con qualche incertezza
3' 15” → sbagliato ritmo di un accordo (mi ero un po' scordato dove ero!)
3'50” → per una volta (v. corto Due Icaro della polvere) l'attacco della parte melodica era ottimo: forse per questo mi emoziono e suono da schifo fino a 4' 12”. Solo qui mi brucio un voto e mezzo...
da 4' 13” → Le solite incertezze nel facile finale...
Voto: 3½ (peccato: avrebbe potuto essere facilmente un 5...)

Ecco il brano (con base!): qui...

Schifo - 26/4/2015
Come deciso oggi, dopo un minimo di riscaldamento, mi sono concentrato su Flight of Icarus...
È stato un disastro! Ho sentito la pressione e ho commesso il doppio del solito di errori...
Ho provato a esercitarmi sulle parti più ostiche ma quando poi ho fatto sul serio, ovvero suonare tutto il brano dall'inizio, sono andato malissimo.
Col senno di poi ieri ero molto concentrato (stranamente) ma non teso: evidentemente non ho solo problemi tecnici ma anche di “testa”.
Spero almeno che il lavoro di oggi venga fuori nei prossimi giorni: a volte succede...

Traditrice! - 27/4/2015
Dopo mesi e mesi nei quali non mi ha dato problemi, proprio oggi, la mia Nissan bastarda ha deciso di non avviarsi...
Oggi avrei dovuto: consegnare richiesta al mio comune (penultimo giorno utile), fare la spesa e portare la stessa macchina a fare la revisione obbligatoria (appuntamento alle 15:30-16:00).
La richiesta al comune slitta all'ultimo giorno utile, la spesa salta e basta mentre, per la revisione, spero di riuscire a ricaricare un minimo la batteria della macchina per poterla avviare...
Evidentemente c'è un assorbimento che mi prosciuga la batteria (nuova) in pochissimo tempo: solo che quando l'elettrauto provò a verificarlo era tutto nella norma.

Aforisma - 1/5/2015
Quando la legge dimentica l'uomo si ha la legalità ma svanisce la Giustizia.

sabato 25 aprile 2015

Colpa degli eruli!

Rieccoci: ieri ho pubblicato Grati agli immigrati? e oggi mi sono subito imbattuto in un nuovo meme, per molti versi analogo a quello già commentato, che propongo qui di seguito:

Anche in questo caso mi pare evidente che gli autori del meme si prefiggessero di dimostrare con esso che: 1. genericamente l'immigrazione africana in Italia sia positiva o comunque accettabile; 2. chi dice “Gli stranieri che stiano a casa loro” sbaglia.
La premessa è stavolta basata su una cartina dell'Africa nel 1914 in cui si vede come la quasi totalità di essa fosse divisa in colonie appartenenti a diversi paesi europei.

Anche in questo caso mancano argomentazioni che, partendo dalla premessa, arrivino alle conclusioni: suppongo che, nella mente dell'autore del meme, siano sostituite da un generico senso di colpa...

Anche stavolta elencherò varie osservazioni per poi trarne delle conclusioni.

Prima osservazione: è giusto sentirsi in colpa per avvenimenti accaduti oltre cento anni fa?
Io prendo molto seriamente in considerazione la responsabilità di ciò che faccio ma nel 1914 non ero nato (né lo era mio padre) e di conseguenza, all'epoca, non ho avuto modo di fare danni.
Mio nonno (nato nel 1895) invece era già vivo e vegeto: se lui abbia avuto delle responsabilità dirette o indirette nella colonizzazioni dell'Africa non mi è dato sapere. Anzi dirette sicuramente no, forse indirette votando, ad esempio, per i partiti di governo. In realtà facendo un po' di conti nel 1914 mio nonno aveva solo 19 anni e ho la sensazione che all'epoca si votasse a 21... ma magari mi sbaglio...
Vabbè, però il mio bisnonno (nato nel 1854) sicuramente avrebbe potuto avere delle responsabilità almeno indirette tramite il suo voto: su questo siamo d'accordo però che abbia avuto delle responsabilità non è certo. Attenzione: la possibile innocenza del mio bisnonno non è una sottigliezza dialettica ma è invece un argomento molto forte: io, ad esempio, non mi sento responsabile delle scelte del governo Renzi perché non ho votato PD né altri partiti della sua coalizione. Se Renzi firmasse il TTIP non sarebbe certo colpa mia!

Seconda osservazione: ognuno per la legge è responsabile solo delle proprie azioni e non di quelle di suo padre né, tantomeno, dei propri avi. Quindi se anche i miei antenati avessero avuto delle colpe perché dovrei sentirmi responsabile io per loro?
Breve inciso: il concetto mi sembrava interessante e quindi ho fatto una breve ricerca in rete: «In alcuni diritti, per lo più di origine tribale il concetto di responsabilità personale è vinto da quello della responsabilità collettiva, ma anche in Europa alla fine del Settecento ad esempio in Russia la Russkaja Pravda era la continuazione di questo concetto.» (da Wikipedia)
Nella Bibbia invece sono presenti entrambi i concetti: nei libri più antichi del vecchio testamento predomina la responsabilità collettiva, mentre nei più recenti quella individuale. Ad esempio: «... [il Signore] castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione» - Numeri 14, 18; ma anche «Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità» - Ezechiele 18, 20.

Terza osservazione: dalla cartina del meme l'Italia dovrebbe essere responsabile solo di Libia, Etiopia ed Eritrea!

Quarta osservazione: si potrebbe ipotizzare una responsabilità, comunque MOLTO indiretta, per quei paesi che hanno delle multinazionali che traggono profitto dalle proprie ex colonie. Per l'Italia, ad esempio, potrebbe essere il caso dell'ENI in Libia...

In definitiva mi sembra che le argomentazioni a favore di un'effettiva responsabilità collettiva nei confronti dell'Africa siano molto deboli. Personalmente non mi sento responsabile dei mali del continente africano...

Ma facciamo finta di non aver posto queste riflessioni con i relativi dubbi: sorprendentemente si potrebbe arrivare a un paradosso, ovvero a un'interpretazione che è l'esatto contrario di quella auspicata dall'autore del meme!
Se noi leggiamo il meme come “Le colonie furono un crimine contro gli africani e gli europei avrebbero quindi fatto meglio a starsene a casa loro” allora, per analogia, si potrebbe concludere che, proprio per questo motivo, anche gli africani dovrebbero restarsene nei loro paesi di origine!

Conclusione: anche in questo caso non prendo posizione sull'attuale ondata migratoria ma mi limito a sottolineare come molte pseudo-argomentazioni a favore di essa siano estremamente superficiali e facciano leva su elementi emotivi piuttosto che razionali.
Ah! dimenticavo: maledetto Odoacre e i suoi eruli!

venerdì 24 aprile 2015

Grati agli immigrati?

Sul solito FB ho visto girare un meme con una spettacolare foto di Lewis Hine che ritrae degli emigrati italiani appena sbarcati negli USA. La foto è accompagnato da una rapporto del Congresso americano con affermazioni più o meno razziste sugli italiani: piccoli, sporchi, prolifici e pericolosi...

È evidente che, per chi ha composto tale meme, questo voglia essere una dimostrazione che anche l'attuale immigrazione dall'Africa in Europa e, in particolare, in Italia sia positiva o comunque accettabile.
Su questo problema non mi voglio (per il momento) pronunciare: trovo però interessante far notare come l'argomentazione del meme manchi di almeno un passaggio logico fondamentale sostituito invece dal forte richiamo emotivo suscitato dalla foto.

Analizziamo nel dettaglio la proposizione espressa nel meme partendo dalle due premesse:
1. Gli italiani, all'inizio dello scorso secolo, emigrarono in massa negli USA → vero.
2. Gli statunitensi vedevano di mal occhio gli italiani in maniera analoga a come gli immigrati vengono visti in Italia → probabilmente abbastanza vero.
Si arriva alla conclusione:
c. Quindi l'immigrazione dall'Africa in Italia è positiva o comunque accettabile.

Mi pare evidente che, così come la proposizione è enunciata, per quanto le premesse siano vere, la conclusione non derivi logicamente da esse. Manca tutta una parte centrale di argomentazioni che, dalle affermazioni 1 e 2, porti alla conclusione c: tale assenza è compensata e nascosta dalla reazione emotiva provocata dalla foto.

Provo a ipotizzare un paio di possibili argomentazioni mancanti:
3a. Così come l'immigrazione italiana ha avuto un impatto positivo sugli USA; così, per analogia, sarà lo stesso per l'immigrazione africana in Italia.
oppure
3b. Gli italiani emigrati erano brave persone e i pregiudizi degli statunitensi su di loro erano errati; così, per analogia, anche gli immigrati africani in Italia sono brave persone e i pregiudizi su di loro sono sbagliati.

Ragioniamo ora sulla validità di 3a e 3b. Di seguito una serie di osservazioni:
1. Che l'immigrazione italiana abbia avuto un impatto positivo per gli USA è possibile ma ne manca la riprova: dopotutto Al Capone non era irlandese (*1). Comunque supponiamo pure che gli immigrati italiani abbiano effettivamente avuto un impatto benefico negli USA: che validità ha l'analogia con gli immigrati africani in Italia? A mio parere poca: è vero che in entrambi i casi gli immigrati sono costituiti in gran parte da mano d'opera non specializzata però gli USA all'inizio del secolo scorso erano una potenza industriale in piena espansione mentre l'Italia attuale è in una fase di declino post industriale. Mi pare evidente che le opportunità per la mano d'opera di trovare lavoro, e quindi d'integrarsi con reciproco beneficio, siano molto diverse.
2. Un'altra diversità è data dalla religione: gli italiani sono cristiani mentre molti africani sono musulmani: anche questo non aiuta l'integrazione.
3. Gli italiani avevano comunque una cultura europea: ho letto uno studio secondo il quale degli europei che si trasferiscano in un altro stato europeo (e per gli USA non credo sia troppo diverso) dopo solo tre generazioni sono completamente integrati con la società ospitante mentre ciò non è vero per gli immigrati extra-europei.
4. Gli USA, già all'epoca, avevano una cultura più composita e quindi più adatta all'integrazione di quella dei singoli stati europei.
5. “Italiani brava gente”? Può darsi, vero è che fra gli immigrati italiani dovevano esserci anche i semi della mafia italo-americana che proprio brava e buona non fu (è). Da questo punto di vista non si potrebbe obiettare che gli USA avrebbero fatto meglio a essere più severi nel selezionare chi poteva entrare nel loro paese? È un'affermazione, magari errata, ma più che lecita da proporre e prendere in considerazione. Il punto è che comunque l'analogia presenta delle similitudini oscure sulle quali si sorvola: invece di mafiosi fra gli immigrati potrebbero nascondersi, ad esempio, dei terroristi magari anche solo potenziali...

Conclusione: forse mi sfugge qualcosa ma non mi pare che il meme in questione dimostri ciò che, evidentemente, si prefiggeva di fare...
Di nuovo mi pare che in Italia si oscilli fra un buonismo cieco e una xenofobia ignorante: non credo che questi estremi aiutino a prendere delle decisioni corrette...

Nota (*1): e anche recentemente, nella serie I Soprano, i protagonisti italo-americani non sono figure particolarmente positive!

giovedì 23 aprile 2015

Campi e IMU

Qualche giorno fa mi sono incontrato con un gruppo di ex attivisti del M5S e l'argomento era l'IMU sui terreni agricoli. Evito tutti i retroscena (non interessanti) e mi concentro sul nocciolo della questione: un nostro collega ha proposto di chiedere al comune di applicare l'IMU sui terreni agricoli solo a quelli non produttivi e, anzi, di renderla punitiva in maniera da incentivare i proprietari a coltivare la propria terra.

Istintivamente l'idea mi è subito sembrata sbagliata: già in passato ho avuto sensazioni di questo tipo, non ben definite, e sono rimasto zitto per poi scoprire, magari mesi dopo, che la sensazione iniziale era corretta. Oltretutto con la beffa di non poter dire “io l'avevo detto” perché, in verità, ero rimasto in silenzio!
Anche stavolta la mia sensazione era indefinita: un vago “è sbagliato” ma che su due piedi (probabilmente iniziavo già ad ammalarmi!) non ho saputo argomentare neanche a me stesso.
Però, per cambiare, ho dato voce ai miei dubbi riuscendo ad arrivare alla formula “io sono favorevole agli incentivi per chi fa ma contrario alle punizioni per chi non fa”.

Mi è stato risposto che è la stessa cosa: il risultato non cambia. In realtà la risposta fu più elaborata e arricchita con metafore ed esempi corretti ma non attinenti. Credo non per malizia ma per l'abitudine a cercare di aver ragione portando pseudo-argomentazioni inventate sul momento e utili non a persuadere ma a farsi dare ragione.

Ma è davvero la stessa cosa incentivare chi fa e punire chi non fa?
Assolutamente no (*0)!
Un'analogia molto indovinata (*1) per comprendere la differenza è la seguente: supponiamo che un maestro elementare voglia far studiare maggiormente i suoi alunni. Una possibilità è quella di premiare quelli che si impegnano di più (incentivo a chi fa) un'altra è quella di punire gli alunni peggiori (punire chi non fa).
Probabilmente, come diceva il mio collega, il risultato finale non cambierebbe o, anzi, punire con colpi di ferula i bambini che non studiano potrebbe addirittura portare risultati migliori.
Ma questa analogia chiarisce bene il motivo di fondo per cui avevo i dubbi che non sapevo esprimere.
Per quale motivo nelle scuole italiane (almeno credo!) si preferisce premiare chi si impegna invece di punire chi non riesce? Il motivo è che non tutti gli studenti sono uguali: alcuni possono non essere portati per una materia e punirli per questo equivalerebbe a punirli per qualcosa che non dipende da loro. Allo stesso modo punire chi non coltiva un terreno colpirebbe sia chi non lo cura semplicemente perché non ne ha voglia ma anche chi non ne ha le capacità.
Punire chi non ha la capacità di fare qualcosa è ingiusto.

Io sono totalmente favorevole alla libertà individuale e molto sospettoso di qualsiasi legge che costringa il singolo a fare qualcosa. Da questo punto di vista la misura punitiva è una forma di costrizione mentre l'incentivo è solo una specie di suggerimento ed è quindi molto più accettabile.
La costrizione, che lede la libertà dell'individuo, è lecita solo per tutelare la libertà e la sicurezza collettiva. Ma anche in questo caso bisogna andare con i piedi di piombo: i pericoli per la comunità devono essere reali e non semplici ombre immaginarie soggette a interpretazioni opinabili.

Infatti, un'altra obiezione che mi è stata fatta, è che i campi incolti siano pericolosi per la comunità: possono causare incendi e frane. Così come si obbliga un condominio a rifare la facciata pericolante analogamente è giusto punire (con un IMU salatissima) chi non coltiva il proprio terreno.
In questo caso la differenza è sulla probabilità del pericolo: più volte mi è capitato di leggere di persone ferite (o peggio) colpite da frammenti di intonaco; mai, per quel che ricordo, di persone morte nell'incendio di un campo incolto. E ovviamente non bisogna confondere i disastri naturali che provocano frane mortali con i piccoli smottamenti causati da un muro a secco non curato.
C'è grande differenza fra un pericolo reale e una banale scusa per giustificare una costrizione!

Nota (*0): tanto per incominciare la misura colpisce due gruppi di persone distinte: se, ad esempio, “chi fa” rappresenta l'80% e “chi non fa” il 20%. Si vede subito che, anche come cifre (€) coinvolte c'è una bella differenza fra una misura che colpisce il 100% (tutti i terreni) e una che ne colpisce solo il 20%. Ma al di là delle cifre, sulle quali sarebbe comunque possibile giocare in maniera tale da avere un totale in € accettabile ed equivalente, si aggiungono un sacco di problematiche. Una per tutte: con quali criteri si giudica che un campo sia incolto/abbandonato?
Nota (*1): che ovviamente mi è venuta a mente solo ore dopo la discussione!

martedì 21 aprile 2015

+20

Ormai non seguo più i media e il risultato è che anche notizie clamorose, sulla bocca o quasi di tutti, talvolta non mi arrivano. Solo ieri pomeriggio ho saputo dei 700 immigrati morti in un naufragio nel Mediterraneo e, solo ieri sera, che 20 immigrati venivano spediti nel mio comune (e dovrebbero arrivare oggi, martedì).

Qualche domanda sparsa utile per una riflessione successiva.

Chi ha deciso di mandare 20 immigrati nel mio comune?
Se ho ben capito il governo mentre la popolazione locale, tramite le proprie istituzioni, non è stata interpellata.
Con quali criteri? Perché 20 nel mio comune e X in quello limitrofo?
Attualmente (ieri sera) ancora nessuno sapeva niente di niente. Eppure questo aspetto è importante per capire se questo onere è stato distribuito su tutto il paese equamente.
Dove verranno alloggiati?
Da quando è stata allertata, in tre giorni, la Croce Azzurra (credo!) ha trovato un capannone di un privato sperduto fra il capoluogo e una frazione. Essendo un capannone immagino non sia attrezzato con servizi igenici o altro...

Chi sono questi immigrati?
Quello dell'identificazione è un aspetto fondamentale della questione: dal punto di vista dell'immigrato il problema è che possono fare richiesta di asilo solo in un singolo paese della EU (quello che per primi li riceve, nel nostro caso l'Italia) ma questi vorrebbero farlo nei paesi più ricchi (vedi nord Europa e penisola scandinava) o dove, magari, hanno già parenti o amici: per questo non vogliono farsi identificare perché altrimenti, anche se raggiungessero (ad esempio) la Svezia, sarebbero comunque rispediti in Italia...
Di quale etnia? Di quale sesso? Ci sono bambini? Ci sono famiglie?
Le implicazioni organizzative mi sembrano evidenti ma, ovviamente, ieri sera non si sapeva ancora niente.
Problemi sanitari? Queste persone sono state visitate? Si sa se hanno problemi di salute e, in particolare malattie infettive, potenzialmente pericolose per la salute pubblica?
Non è dato sapere.
Competenze dei singoli immigrati? Pericolo sociale dei singoli immigrati?
Non si sa niente.

Quanto costano?
Io ho saputo 33€ a persona (ma su FB si parla anche di 38€) per un totale mensile di circa 1.000€ (*1), quindi nel caso del mio comune, 20.000€ al mese e cioè 140.000€ l'anno.
Da dove arriveranno questi soldi?
Credo dallo Stato: sarebbe interessante conoscere il numero totale dei rifugiati per calcolarne il costo complessivo. Se si tratta di 1.000 persone sarebbe 12 milioni, se 10.000 120 milioni e se fossero 100.000 1,2 miliardi.
Quando e come arriveranno questi soldi?
Non si sa.
Come verranno usati/distribuiti questi soldi?
Questo è interessante: direttamente in tasca all'immigrato andranno solo 2,5€ al giorno (75€ al mese) il resto (una parte dovrà essere usata per corsi di lingua!) andrà all'organizzazione che si prenderà “cura” di loro. Una ghiotta opportunità per cooperative scaltre e senza scrupoli per lucrarci un bel po'.
Una bella fregatura invece per una famigliola di immigrati: 4 persone (ad esempio marito, moglie e due figli) avrebbero potenzialmente a disposizione 4.000€ al mese (*2) con i quali potrebbero passarsela decisamente meglio della maggioranza delle famiglie locali!

La mia riflessione.
La maniera più sensata per affrontare questa emergenza sarebbe quella di organizzare dei grandi centri di accoglienza: in questa maniera sarebbe possibile il massimo controllo con il minimo costo.
Sfortunatamente in passato questo tentativo è già stato fatto ma i soliti furbi che avevano in gestione (magari anche indirettamente per specifici servizi) questi centri, per guadagnarci il più possibile, li avevano trasformati in delle specie di lager dai quali gli immigrati cercavano, comprensibilmente, di fuggire in tutti i modi.
Cosa vuole ottenere quindi il governo Renzi disperdendo gli immigrati su tutto il territorio nazionale? Io credo che si tratti della solita “furbizia” italiana: l'Italia per le leggi internazionali ed europee dovrebbe farsi carico dell'emergenza ma per incapacità politica e limiti economici non ne è in grado. La soluzione pensata è quella di dare la possibilità ai singoli immigrati di far perdere le proprie tracce e raggiungere gli altri paesi il più presto possibile. Una volta all'estero sarà nell'interesse dell'immigrato cercare di non tornare in Italia: per questo mi chiedevo quanto bene siano stati identificati gli immigrati: non mi stupirei se fosse stato dato ordine di identificarli nella maniera più approssimativa e superficiale possibile...
Mi aspetto che già nella prima settimana un terzo circa si dia alla fuga e, in un mese, circa metà: vedremo...
Occhio poi a possibili incidenti di ordine pubblico: già adesso nella mia zona c'è stata una forte impennata della piccola criminalità che viene attribuita, non ho idea se a torto o a ragione, agli immigrati...

Conclusione: l'immigrazione è un grosso problema e oscillando fra buonismo e xenofobia non è facile valutare correttamente la situazione. Magari tornerò sull'argomento con degli aggiornamenti...

Nota (*1): Poco? Beh, la pensione minima nel 2014 è stata di 501,38€ al mese. Vedete voi cosa è poco o tanto...
Nota (*2): meno se per i minorenni il contributo è minore, ma è una supposizione, non ne ho idea...

Serie negativa

Dopo circa una decina di giorni di sonno profondo, con dormite incredibilmente buone, è dalla notte della cena con i miei ex compagni di classe che dormo malissimo!
Al ristorante abbiamo mangiato ottimamente, anche troppo, e io mi sono abbuffato come non mai: il risultato è stato che sabato e domenica non ho praticamente mangiato e questo, unito alla pesantezza di stomaco, deve aver contribuito a sfasarmi quanto basta...

Roba di questo genere: venerdì (notte) 0 ore; sabato 1 ora; domenica 2 ore; lunedì (stanotte cioè) 3 ore.

E 3? - 22/4/2015
Malato per la terza volta questo anno? Ho paura di sì...

Meraviglioso 3! - 22/4/2015
Ho scoperto che (ormai da un anno!) è uscita la terza incarnazione di uno dei miei giochi preferiti: Age of Wonder!!
Sto guardando un tipo giocare e, almeno questo gioco, non sembra essere stato semplificato (v. Ancora giochi) come gli altri: l'incapace non fa che venire sconfitto!

Trilogia... - 24/4/2015
Grazie alla malattia ho già finito di rileggere la trilogia di Timothy Zahn: veramente una lettura piacevole con un grandissimo personaggio...
Solo il finale mi lascia perplesso: un po' troppo improvviso e qualche dubbio sulla logicità della trama. Paradossalmente avrei preferito un finale meno definitivo che lasciasse aperta la possibilità di un ritorno del più abile Grande Ammiraglio dell'impero...

Andate in pace... - 24/4/2015
Ho anche finito di leggere l'ultimo libro di Storia del cristianesimo: l'antichità. Questa parte non mi interessava molto ma mi ha vagamente incuriosito l'evoluzione dei monasteri: luoghi fuori dal mondo e che per questo necessitavano di regole e di una morale particolarmente severa.
Vi ho ritrovato il punto di partenza del saggio I sette vizi capitali: storia dei peccati nel Medioevo (v. Viziato) dove si spiega che la morale imposta dalla Chiesa alla popolazione era quella scritta e definita per i monasteri...

lunedì 20 aprile 2015

L'ingegnere chitarrista

Ieri sono passato a trovare il prototipo dei miei lettori: l'ingegnere chitarrista.
Non l'ho scritto (*1) ma ho avuto un problema con un disco rigido e l'amico ingegnere chitarrista mi ha prestato un interfaccia SATA → USB per testarlo.
Poi, già che c'ero, ho preso l'occasione per fare un piccolo ordine su Amazon approfittando della sua consulenza tecnica.

Ho notato però una diversità di fondo nelle nostre valutazioni e, in particolare, il suo modo di pensare mi ricorda il mio di una decina di anni fa. Per questo motivo devo stare molto attento a rimanere obiettivo perché le sue argomentazioni hanno molta presa su di me...

In pratica il mio ingegnere chitarrista pone grande enfasi sulla qualità intrinseca di un oggetto fiducioso che, prima o poi, saremo in grado di apprezzarla o lo strumento avrà vita più lunga o simili. Inoltre, nel lungo tempo, la qualità è più conveniente perché ci evita di dover ricomprare una nuova versione di un oggetto scadente od ormai inadeguato alle nostre esigenze.
Tipicamente questo suo modo si vedere traspare chiaramente nei prodotti musicali, informatici ed elettronici.

Le mie obiezioni sono due. La prima, più superficiale, è che la qualità spesso finisce per confondersi col marchio diventando così marketing: cioè compro un oggetto “di marca” pagandolo il 20% in più di un altro senza sapere che, al di là dell'apparenza e del nome, sono entrambi fatti nello stesso stabilimento in Cina. Certo, documentandosi bene, questo è un rischio evitabile ma che bisogna comunque tenere presente.

L'altra obiezione è più profonda e direi filosofica. Nelle argomentazioni del mio amico ingegnere chitarrista è fortemente presente, anzi determinante, il fattore tempo. Si dà per scontato che l'acquirente abbia abbastanza tempo per profittare sia della maggiore durata temporale che della possibilità di imparare ad apprezzare la qualità del prodotto migliore.
Ebbene questa disponibilità di tempo è qualcosa che anch'io davo per scontato almeno fino a una decina di anni fa: se avevo bisogno di 30 non mi accontentavo di un 35-40 ma preferivo andare su un 60 prevedendo così sufficiente spazio per una eventuale crescita futura...

Già da tempo però non è più così: già nel 2010, nel brevissimo Cassetto in cassettone, esplicitavo questa sensazione: mettevo da parte dei vecchi libri senza la sicurezza (fino ad allora sempre avuta) che un giorno li avrei riguardati. La stessa sensazione la ho forte quando vado da qualche parte e mi chiedo se avrò modo di ritornarci oppure, banalmente, se rivedrò una certa persona.

Per questo il sapere che un prodotto di qualità durerà molto più di un altro più scadente non ha più per me la forte presa che avrebbe avuto qualche anno fa: fra due ipotetici prodotti di cui il secondo costa il doppio ma dura il triplo (diciamo 15 anni invece che 5) io adesso prenderei quello che costa meno mentre invece, suppongo, il mio amico opterebbe per il secondo.

Analogamente non vedo più in me la possibilità di un progresso indefinito, ad esempio con la chitarra: ho forti dubbi che, nonostante il mio impegno, sarei in grado di apprezzare pienamente, ad esempio, un amplificatore di alta fascia o una chitarra da 5.000€ piuttosto che una da 1.000€...

Per questo adesso compro solo ciò che mi pare adeguato alle mie esigenze attuali pur consapevole della possibilità di dover ripetere un acquisto più volte...

Conclusione: è l'età o pessimismo soggettivo? Non lo so... Dovrei chiedere in giro: non è un argomento di cui capita spesso di parlare!

Nota (*1): in realtà avevo iniziato a scriverci un pezzo che volevo rendere divertente ma a metà mi sono reso conto che era solo noioso e così ho lasciato perdere...

domenica 19 aprile 2015

La terza piaga

In questi giorni sto iniziando a pensare come e se votare alle prossime regionali...
A livello locale, specie nei paesi e nelle piccole città, ho piena fiducia nei candidati del M5S; al contrario, come ho già spiegato altrove, ormai non credo più nel movimento di (proprietà) Grillo a livello nazionale; le regionali sono però una via di mezzo sulla quale sono ancora incerto. La domanda che mi pongo è se i candidati del M5S, usciti dalla lotteria del voto in linea, siano persone valide e affidabili o no.
Nel primo caso potrei anche votare di nuovo il M5S (devo rifletterci) nel secondo invece, in mancanza di una forza politica decente, mi asterrò sicuramente.

Per questo ho dato un'occhiata in rete per iniziare a capire chi sono le persone e quali le idee.
Sono partito dalla circoscrizione Firenze – 1 e mi sono imbattuto nel titolo di un articolo che mi ha fatto sorridere ricordandomi il seguente spezzone del film Johnny Stecchino...

Johnny Stecchino - La piaga di Palermo: il traffico

Non per niente infatti, anche la principale “piaga” della Toscana è questa:


Sono d'accordo contro disoccupazione, la cattiva sanità e l'abuso dell'ambiente (le prime tre cose che mi sono venute a mente!) non si può fare nulla: è la natura. Ma per il traffico, dove gli uomini potrebbero fare e non fanno, il M5S ha la soluzione pronta...

Modificato (20/4/2015): Attenzione! Questo articolo ha perso molto del suo significato: ma, come mi è già successo un paio di volte in passato, non ci penso neppure a buttare quanto ho già scritto e pubblicato! Solo adesso ho infatti letto l'articolo in questione e ho scoperto che non si parla di traffico ma di mafia: ne deduco che il titolo era proprio una citazione "colta" di Johnny Stecchino! Però quando l'ho visto in prima battuta mi ha fatto troppo ridere... Insomma c'è da ridere solo della mia superficialità...

sabato 18 aprile 2015

Beccato!

Qualche settimana fa (v. premessa in Ninnoli vecchi e nuovi) c'era stata una cena di classe con i compagni del liceo ma io, all'ultimo momento, l'avevo schivata. Non soddisfatti è stato organizzato un bis e, stavolta, non ho potuto esimermi dal parteciparvi.

È andata abbastanza bene: temevo di rimanere turbato dal rivedere i miei compagni di classe invecchiati ma non è stato così... Non so: forse mi ha aiutato aver visto le foto della cena precedente... Comunque mi sono trovato bene: non c'è stato il temuto terzo grado su quel “che fai?” né lunghi aneddoti su figli, mariti/mogli o concubine! Ma procediamo con ordine...

Se ho ben capito c'era un discreto nucleo di persone che, più o meno regolarmente, aveva continuato a frequentarsi. Poi c'era un secondo gruppetto composto da individui che, come me, erano stati raccattati per l'occasione tramite FB o simili. Comunque il risultato è stato che non eravamo tutti degli “sconosciuti” fra noi e questo ha contribuito molto a rompere quell'imbarazzato ghiaccio iniziale che, suppongo, contraddistingua in genere le riunioni di questo tipo.

KGB è un asociale atipico: anche se non frequento molte persone, e anche se non sono bravo a interagire in maniera spontanea, vi vedo sempre gli aspetti più positivi.
I nuovi (nel senso di invecchiati!) compagni di classe non hanno fatto eccezione: mi sono tutte sembrate delle belle persone. Soprattutto nel “nucleo” ho visto quelle amicizie vere, dai legami più forti del tempo. Devo ammettere che ho pure un po' invidiato quel gruppetto: col senno di poi, mi è dispiace essere stato così schivo al liceo: ho perso l'occasione di conoscere veramente delle persone rare e interessanti.

È strano però: la mia sezione era stata formata prendendo gli iscritti provenienti da fuori città e immettendovi, nel corso degli anni, coloro che arrivavano da altre scuole. In teoria non sarebbe dovuta essere una classe così unita, invece...

A testimonianza di questa amichevole coesione, finita la cena, invece di scappare via ciascuno per la propria strada, abbiamo fatta una passeggiata al buio, schiamazzando come ragazzini, nella campagna circostante poi quattro tiri col pallone a un distributore (miracolosamente non abbiamo rotto niente (*1)) e, per finire, siamo andati a un bar in centro. Io sono tornato a casa dopo le 3:00...

Fra tutti i presenti la persona che mi ha colpito più favorevolmente è stata una ragazza (beh, una signora!) che ai tempi del liceo mi era piuttosto indifferente: sapevo che era considerata carina e simpatica ma a me non piaceva né apprezzavo il suo umorismo.
Invece devo ammettere che mi ha fatto un'ottima impressione: intelligente e sinceramente simpatica. “Sinceramente” nel senso che non ha bisogno di sforzarsi per fare battute o essere spiritosa: è proprio nella sua natura e quindi le basta essere se stessa. Veramente una compagnia piacevole!

Non voglio però fare torto a nessuno e quindi lo ripeto: tutti i vecchi compagni mi sono piaciuti e mi sono sembrati più interessanti di quel che ricordavo e mi aspettavo! Diciamo però che per questa ragazza (sì: intendo sempre la signora sopraddetta!) le aspettative erano più basse e quindi la sorpresa positiva è stata maggiore...

Anche se molti erano assenti (compresi alcuni che avevano partecipato alla cena precedente) sono riuscito a spigolare informazioni praticamente su tutti: ho anche ottenuto il cellulare aggiornato del mio compagno di banco (nominato in svariati pezzi su questo viario: v. ad esempio Grande Lezione) che da tempo cercavo di rintracciare. Oggi o domani lo chiamo: voglio però prepararmi bene per prenderlo un po' in giro...

Ho anche scoperto che la professoressa di italiano, quella del pezzo Scienza e superstizione, è morta. Mi dispiace perché era l'unica insegnante a cui ero affezionato. In compenso ho risolto un piccolo mistero che la riguardava: un anno dopo la fine del liceo mi invitò a casa sua insieme ad altri due amici per parlare e sentire come ci trovavamo all'università. Fu strano perché eravamo abituati a vederla severa e intransigente mentre invece ci accolse amichevolmente, cercò di darci buoni consigli e, da buona padrona di casa, ci offrì succo di frutta e biscotti. Comunque fra le varie cose, ci raccontò di uno scherzo telefonico che le avevano fatto e che, anche se all'epoca già ci rideva, evidentemente l'aveva turbata parecchio: non sto a entrare nei dettagli ma, svegliata da una telefonata in piena notte, era corsa all'ospedale credendo che sua sorella fosse morta! Giustamente sospettava qualcuno della nostra classe ma, nel sonno, non aveva riconosciuto le voci: io e i miei amici non ne sapevamo niente e quindi non potemmo aiutarla. Per molti anni (24) ci ho pensato e, a mio parere, i sospetti non potevano essere che quattro. Due di essi erano presenti alla cena e così ho potuto interrogarli separatamente: il primo si è dichiarato estraneo ai fatti mentre il secondo ha confessato facendomi il nome del suo complice, non presente alla cena ma, comunque, nella mia lista dei quattro sospettati...

Conclusione: che dire... Esperienza decisamente migliore di quanto mi aspettassi e se, come è stato proposto, si faranno a breve altre repliche cercherò di parteciparvi: ho anche in mente uno dei miei soliti questionari con il quale tormentare, a turno, ognuno di loro...

Nota (1*): potete immaginarvi quanto fossero scatenati a vent'anni se ancora adesso, maturati e seri, sono ancora così matti!

venerdì 10 aprile 2015

Foto e creatività

È da qualche giorno che ho notato una piccola anomalia e che ci rimugino...
Molti miei amici e conoscenti hanno la passione della fotografia: difficile fare una stima, ma direi almeno un buon 10% di essi, pubblicano su Flickr, Instagram o comunque si impegnano e fanno foto ricercate tutte le volte che possono...
Giustamente la fotografia è considerata una passione creativa e stimolante...

Ma ecco l'anomalia: perché KGB, che sicuramente ha una creatività superiore alla media, non è a sua volta un appassionato di foto? Addirittura, posso aggiungere, poco prima di iniziare a tenere questo viario egli partecipò a un ottimo corso di fotografia tenuto da un esperto fotografo: da allora l'interesse però, invece di trasformarsi in passione, è andato sempre più spegnendosi...

Perché quindi la fotografia non mi coinvolge come invece succede a tante altre persone? È un caso o c'è una ragione particolare?

Penso di aver trovato la risposta a questa domanda: credo che il problema stia nel fatto che la fotografia non mi lascia il totale controllo nella libertà di esprimermi. E, con “esprimermi”, intendo trasmettere un mio messaggio o un'idea.
Mi spiego meglio: quando scrivo un racconto (o una poesia o un pezzo per il mio viario!) posso esprimere quello che mi pare; anche se faccio un disegno posso scarabocchiare ciò che preferisco; nella musica (se ne fossi tecnicamente capace!) potrei strimpellare quello che voglio e così via in tutte le altre attività con cui, con minore o maggiore successo, mi cimento...

Nella fotografia però non si è soli con la propria creatività: è necessario trovare dei soggetti adeguati (*1). Mi si potrebbe obiettare che la persona creativa riesca sempre a trovare dei soggetti per le proprie foto: io non ne sono sicuro...
Se, ad esempio, mi imbatto in una bella farfalla esprimerò con la mia foto ciò che la farfalla mi suggerisce in quel momento, non necessariamente ciò che ho in fondo al cuore...

Una singola foto potrà poi anche essere bellissima ma il suo messaggio sarà spesso elusivo. “Fotografia” significa “scrivere per immagini” ma il linguaggio risultante non è univoco: guardando una foto ogni persona vi leggerà messaggi diversi. Il fotografo che voglia esprimere un concetto complesso (ad esempio “il Marocco”) non potrà farlo con una singola foto senza correre il rischio di essere frainteso. Dovrà usare più foto per ripetere e ribadire il concetto chiave, chiarirne le sfumature, evidenziarne i passaggi più interessanti o difficili...

Al riguardo, secondo un fotografo esperto in album di viaggio (*2) che ci fece una lezione durante il corso di fotografia precedentemente menzionato, l'insieme delle foto dell'album, per avere senso, deve esprimere un messaggio: per riuscirvi, bisogna già avere chiaro in mente ciò che si vuole ottenere e andare quindi alla ricerca di inquadrature ben specifiche anche col rischio di non fotografare niente.
All'epoca invece io ritenevo che fosse più efficiente fare più foto possibili (che, ovviamente, ci dicano qualcosa) e usarle poi, come fossero un gran mucchio di singole parole, per scrivere con esse (*4) il messaggio che vogliamo condividere: magari non avremo a disposizione la parola esatta che avremmo voluto ma, forse, potremo usare un sinonimo oppure un giro di parole...

Adesso credo però che avesse ragione il fotografo esperto: se vogliamo esprimere un messaggio ben preciso non possiamo scattare foto a casaccio. Questo però significa anche che la creatività del fotografo è subordinata alla presenza di soggetti adeguati alle sue necessità.
E questa è per me una limitazione non trascurabile...

Conclusione: la creatività ha molte sfaccettature e, probabilmente, l'arte di trovare il soggetto (*3) che cerchiamo è una di esse! Personalmente preferisco però concentrarmi sul messaggio che voglio esprimere senza dovermi preoccupare di procurarmi il mezzo per farlo: credo sia per questo motivo che la fotografia non riesce ad appassionarmi...

Nota (*1): Quando poi il soggetto è una persona ci sono poi altri problemi: bisognerebbe chiedere il permesso per fotografarla oppure farlo di nascosto. Entrambe le opzioni sono insopportabili per una persona da una parte ligia al rispetto della volontà altrui e, contemporaneamente, piuttosto antisociale come me!
Oppure quando si è condizionati dalle imprevedibili condizioni atmosferiche o semplicemente dall'orario e, quindi, dalla luce sbagliata... bleah!
Nota (*2): mia traduzione per un particolare tipo di reportage!
Nota (*3): per quanto si possa essere bravi esiste comunque un margine di aleatorietà che non garantisce di raggiungere il risultato voluto.
Nota (*4): al riguardo mi è tornato a mente un aforisma di Gervaso (che cito a memoria): "il poeta contadino semina endecasillabi e raccoglie sonetti". Chi vuol capire capisca...