«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

martedì 31 maggio 2011

Aumento eppur diminuisco...

Stamani una brutta notizia: ho avuto un rimbalzo!
Mi riferisco alla dieta da poco iniziata (vedi Cambio categoria): ero partito calando di peso per tre giorni consecutivi (arrivando a -1 Kg rispetto al mio peso iniziale!) ma stamani sono aumentato di 2 etti rispetto a ieri...

Fortunatamente non sono caduto vittima della disperazione grazie al mio foglio di automotivazione in Excel (*1)!
Ricordando i racconti di un amico mi ero infatti preparato un foglio Excel dove studiare l'evoluzione del mio peso.
Niente di trascendentale: a sinistra, su due colonne, ho i miei pesi giornalieri; accanto, sulla destra, ci sono delle statistiche aggiornate automaticamente.
In particolare in una cella ho indicato il peso che voglio raggiungere (Target) e, subito sotto, il giorno in cui dovrei farcela (ETA (*2)).
Come calcolo questa data?
Per prima cosa calcolo la media del mio peso negli ultimi tre giorni. Usando questo valore e il mio peso iniziale, calcolo quanti etti perdo mediamente ogni giorno. Infine trovo, per differenza fra il peso attuale e quello Target, di quanto ancora devo dimagrire e divido questo nuovo valore per il dimagrimento medio giornaliero. In questa maniera trovo il numero di giorni che ancora mancano per raggiungere il mio obiettivo (*3).

Poiché baso i conti sulla media del peso degli ultimi tre giorni, nonostante la bilancia mi desse due etti in più stamani, il mio peso medio è comunque diminuito (70.27 Kg. contro i 70.43 Kg. di ieri)!

In questa maniera, proteggendomi dagli sbalzi di peso, mi proteggo anche da sbalzi emotivi dovuti allo scoraggiamento di un peso che non sempre sembra diminuire!


Edited: un amico mi ha prontamente segnalato questo sito dove è presentata una bilancia multimediale che si connette automaticamente al computer, produce grafici e diffonde risultati e traguardi raggiunti tramite FB, etc...
Lui ce l'ha e si trova bene. Per me però è troppo complicata quindi mi terrò il foglio di Calc (al quale oggi ho aggiunto il grafico...).

Nota (*1): In verità non su Excel ma sull'equivalente di OpenOffice cioè Calc.
Nota (*2): Beh, ETA è l'acronimo di Expected Time of Arrival, quindi lo uso un po' a sproposito ma, visto che è un foglio di calcolo per automotivarmi, non sono andato troppo per il sottile...
Nota (*3): L'algoritmo è piuttosto rozzo e fa affidamento su più ipotesi: i valori devono essere aggiornati quotidianamente e non ci devono essere “buchi” nella lista dei pesi. L'idea è di migliorare il codice soltanto se e quando ne avrò bisogno...

lunedì 30 maggio 2011

Bugie a fin di bene

Mesi fa ebbi un lungo scambio epistolare a proposito dell'opportunità o meno di dire bugie “a fin di bene”. Visto che quotidianamente ci troviamo di fronte a dover scegliere se mentire o meno credo che il mio punta di vista possa interessare anche ai miei lettori.

Il mio interlocutore pensava che, in determinate circostanze, la verità potesse fare “più male che bene”.
Io, un po' anche per amor di discussione, mi ero arroccato su una posizione più intransigente: “è sempre sbagliato dire bugie seppure a fin di bene”.

Prima di presentare la mia argomentazione voglio proporre una riflessione.
Come facciamo le nostre scelte? Come decidiamo cosa sia meglio per noi?
Ci basiamo su due elementi: da una parte i nostri valori, gli ideali, le speranze e le nostre priorità (fattore “interno”) dall'altra tutto l'insieme degli eventi che accadono direttamente a noi o intorno a noi (fattore “esterno”).

Quattro osservazioni: 1) nessuno meglio di se stesso conosce il proprio fattore interno; 2) l'elemento esterno non è mai totalmente noto; 3) è preferibile conoscere al meglio l'elemento esterno per poter prendere le nostre decisioni; 4) anche quando si prende la decisione teoricamente migliore (considerati logicamente, ammesso che sia possibile, i fattori interni ed esterni) può sempre accadere che la sorte cambi le carte in tavola con esiti catastrofici.

Dal mio punto di vista il mentire, seppur a “fin di bene”, presenta i seguenti problemi: chi ci dice quale sia il “bene” per il nostro prossimo? Abbiamo una visione comunque parziale del suo fattore esterno e, al massimo, possiamo intuire il suo fattore interno. Come possiamo quindi credere di sapere i pensieri e le potenziali decisioni altrui?
In pratica chi mente “a fin di bene” si immagina quale siano le priorità e gli ideali dell'altra persona e, pur con una conoscenza parziale dei fattori interni ed esterni, anticipa la decisione della vittima della bugia. Si immagina cioè quali sarebbero le reazioni della controparte nel caso le dicesse la verità e nel caso le dicesse la bugia. Ovviamente tutto questo senza nessuna riprova di prevedere correttamente queste reazioni.
Esempio classico: “B” ha un tumore incurabile ma “A” gli dice che sta bene per, ad esempio, “non farlo preoccupare inutilmente”. “B” quindi vive gli ultimi mesi prima che la malattia si renda manifesta come se niente fosse: ma come fa “A” ad essere sicuro che “B”, sapendo di aver poco tempo a disposizione, non avrebbe preferito fare un viaggio in un paese lontano, scrivere un libro o qualsiasi altra cosa? In questo esempio “A” non era a conoscenza di un'ambizione segreta di “B”, cioè non ne conosceva uno dei fattori interni. Sarebbe però facile fare un altro esempio dove “A” prende la decisione sbagliata non conoscendo un fattore esterno noto invece a “B”.
Il nocciolo della questione è quindi che una persona non potrà mai calarsi perfettamente nei panni di un'altra tanto da poter giudicare con assoluta sicurezza né quale sia il “suo bene” né quali sarebbero le sue decisioni.

Ma, per assurdo, immaginiamo pure di essere estremamente empatici e di conoscere benissimo l'altra persona tanto da essere sicuri di indovinare correttamente le sue reazioni; scegliamo quindi di dire una particolare bugia in maniera che la nostra vittima abbia una certa reazione (per il suo bene, ovviamente). Ma cosa affermava la mia quarta osservazione? Essa diceva che comunque il fattore fortuna è imprevedibile e, anche in caso di decisione TEORICAMENTE perfetta, tutto può poi andare storto.
Un esempio: “A” sa che se dicesse a “B” la verità allora “B” andrebbe a giocare tutti i suoi soldi al casinò; se invece “A” dicesse una bugia allora “B” investirebbe i suoi soldi in banca. “A” decide che il “bene” di “B” è investire i soldi in banca e così gli dice la bugia.
La banca fa investire a “B” tutti i suoi risparmi in azioni Pavialat che pochi mesi dopo fallisce. “B” perde tutti i suoi soldi. Cosa sarebbe successo se “B” avesse giocato al casinò? Probabilmente li avrebbe ugualmente persi ma non possiamo averne la certezza assoluta.
Il punto è che “A” si è arrogato il diritto di scegliere per “B” e, seppur con le migliori intenzioni, lo ha fatto rovinare.

In conclusione dicendo una bugia non permettiamo all'altra persona di prendere al meglio le sue scelte ma, soprattutto, pecchiamo di superbia perché ci illudiamo di conoscere (e saper prevedere le decisioni) di un'altra persona e così pure di quale possa essere il “suo bene”. Inoltre ci assumiamo una responsabilità che non ci spetta facendo fare una scelta invece che un'altra senza poi nemmeno poter aver la garanzia che le cose andranno come ci eravamo immaginati (a causa del fattore imprevedibile della sorte).

sabato 28 maggio 2011

L'anti-topo

Oggi Bisba mi ha fatto una sorpresa: subito dopo pranzo ho sentito dei rumori “anomali” provenire dalle scale.
Sono andato a investigare e ho scoperto che Bisba aveva portato una delle sue prede, per giunta molto arzilla, in casa. Visto che la “location” si prestava ne ho approfittato per fare numerose foto.

L'unico problema è che la mia macchina non riesce assolutamente a mettere a fuoco con scarsa luce e quindi ho dovuto usare la messa a fuoco manuale con relative sfocature...
Altra nota tecnica: tutte le foto sono state scattate con il flash ma quelle fatte a metà scala (la prima, la terza e la quinta) risentono anche della luce della lampadina e quindi tendono al giallino.

Foto con commenti a seguire!

Che bellino! simpatico! buono!


soprattutto buono...


Diventiamo amici? Qua la zampa!


La caccia ai topini è soprattutto...


...rilassante. "Ehi! Bisba!"


"Che vuoi?"


Lasciami...


...giocare...


...in pace...


...col mio amico!

venerdì 27 maggio 2011

L'anti-narciso

Di solito i test psicologici non mi piacciono e per questo non li faccio.
In genere li trovo superficiali e facilmente manipolabili perché spesso il profilo associato ad ogni risposta è fin troppo evidente.
Oggi ho fatto un'eccezione: ne ho trovato uno su repubblica.it (Scopri il Narciso che è in te) e mi sono chiesto se fosse fatto bene...

Il test, come suggerito dal titolo, vuole valutare il nostro livello di narcisismo ovvero quanto ci piacciamo ma, a leggere le domande, anche quanto vogliamo piacere agli altri.

Chi segue il mio blog saprà che io sono filosoficamente contrario all'apparenza: non seguo le mode, mi vesto con gli abiti che trovo a portata di mano e ho risolto il problema di tenere i capelli pettinati tagliandoli a zero (a 3 mm. per la precisione...). Per me è importante la sostanza, come una persona è dentro, di conseguenza il curare il mio aspetto è l'ultimo dei miei pensieri.

Mi aspettavo quindi che il test proclamasse che io non sono narciso (è in effetti è andata così!) ma ciò che è veramente interessante sono state le difficoltà che ho incontrato per ciascuna domanda.
Ogni domanda prevedeva infatti tre possibili risposte ma, quasi sempre, non condividevo nessuna di esse!

Ad esempio la prima domanda era “Piacere è per me?” con risposte: “Un sostegno”, “Una necessità” o “Un desiderio”.
E io ho pensato ma che significa “un sostegno”? Dopo lunga riflessione ho interpretato la risposta come: “sono bello, quindi piaccio agli altri e questo mi dà sicurezza (sostegno)”. Quindi NO secco.
“Una necessità”? assolutamente no! “Un desiderio”? Neppure: però dovendo scegliere una risposta...

La seconda domanda poi chiede “Mi riesce bene con gli altri?” con risposte: “Farmi trascinare”, “Entrare in relazione” e “Influenzarli, convincerli”.
Allora “Farmi trascinare” assolutamente no (vedi anche KGB le origini: l'anticonformista). “Entrare in relazione” dipende: superficialmente non ho problemi però qui mi pare si intenda a "livello istintivo" mentre per me, l'entrare in relazione con gli altri, è uno sforzo attivo che devo obbligarmi a fare. Quindi “no” anche in questo caso. “Influenzarli, convincerli” questo è qualcosa che non faccio. Non ricordo se l'ho già scritto ma smisi di manipolare il prossimo al liceo: mi riusciva bene ma mi sembrava immorale. Anche nel mio blog più che cercare di convincere gli altri delle mie idee mi propongo di esortare a pensare con la propria testa.
Comunque, in mancanza di meglio, opto per questa risposta...

La terza domanda chiede “Prediligo lavori/attività nei quali c'è bisogno di...?” con risposte “Esibirsi, farsi notare eventualmente competere”, “di stare al proprio posto, essere uno dei tanti” o “Collaborare, contribuire senza particolari riconoscimenti”.
Anche in questo caso risposta problematica: della prima risposta mi piace il “competere” però la scarto per l'“esibirsi e il farsi notare”. “Essere uno dei tanti” volente o nolente non mi è possibile e quindi scarto anche la seconda. Della terza risposta non mi piace il “contribuire senza particolari riconoscimenti”. A me piace che le mie prestazioni vengano accuratamente misurate perché, senza troppo sforzo, in genere riesco molto bene... Comunque l'ultima è ancora una volta la meno peggio e quindi scelgo questa.

La quinta è interessante e chiede “Che rabbia...” con risposte: “Sapere di non potere mai vincere”, “Non ottenere tutto ciò che merito” o “Non riuscire ad arrivare dove voglio”.
Il problema è che nessuna delle tre risposte mi provoca rabbia!
Cioè è il mondo che è organizzato in questa maniera: la correlazione fra lavoro e successo è quanto mai labile e predominante è l'influsso della sorte (vedi, ad esempio, Quattro aneddoti e una domanda di pochi giorni fa) quindi se le “regole” sono queste che senso ha arrabbiarsi?
Scarto a priori la prima risposta e resto incerto fra la seconda e la terza. Alla fine opto per la seconda perché dopotutto sarebbe bello ci fosse della meritocrazia nella vita. E poi nella terza risposta potrei essere io a pormi degli obiettivi irraggiungibili...

La sesta domanda è l'unica alla quale ho risposto senza esitazione: chiede “È più desiderabile inspirare negli altri...” con risposte “comprensione/simpatia”, “rispetto/stima” o “ammirazione/approvazione”.
Tutte le risposte sono plausibili e desiderabili però la prima opzione, “comprensione/simpatia” mi sembra epidermica e superficiale; l'“ammirazione” nasconde una componente illogica che non mi piace mentre, dell'approvazione altrui, sempre diffido... Quindi anche qui voto la seconda risposta.

La nona domanda chiede “Mi sento dire spesso dalle persone vicine...”: “...di non riuscire ad esprimere cosa voglio”, “...di preoccuparmi eccessivamente degli altri” o “...di essere insensibile ai loro bisogni, di non capirle”.
Sono in difficoltà perché nessuno mi ha mai detto niente di questo genere! Allora decido di scegliere in base a ciò che IO penso gli altri pensino di me: opto per la prima risposta.

La decima e ultima domanda chiede “Se qualcuno critica ciò che stai dicendo...”. La mia risposta ideale sarebbe “Sono sorpreso e valuto i pro e contro della critica. Se arrivo alla conclusione che il mio antagonista ha ragione mi vergogno di me stesso altrimenti gli spiego meglio il mio punto di vista”. Invece le tre alternative sono: “...mi irrito ma reggo al colpo”, “...non lo tollero, mi infastidisce, cerco di evitarlo” o “...mi dà insicurezza, non oso ribattere”. La seconda e la terza risposta le scarto senza esitazione. La prima è l'unica parzialmente accettabile: cioè NON mi irrito e di conseguenza reggo bene il colpo...

Risultato del test: “l'anti narciso”(*1)!

Nota (*1): quando ho ripetuto il test, per copiarne domande e risposte per questo post, mi è venuto come risultato: “il narciso sano”. Evidentemente sono un caso border line e, ad almeno una domanda, in prima istanza avevo risposto diversamente...

giovedì 26 maggio 2011

Democrazia (1/3)

In un precedente post (PDI) ho scritto dei mali specifici della democrazia italiana però, molto più tempo addietro avevo scritto altri due post “propedeutici”: Epoca e Corollario all'epoca.
Per motivi di spazio (e non avendone neanche molta voglia) non li riassumerò quindi prego i lettori di fare almeno un salto su Corollario all'epoca (dove riassumo brevemente anche il post Epoca) per rinfrescarsi la memoria.

Il mio obiettivo è quello di esaminare i problemi connaturati nella democrazia. Proprio perché le mie idee potrebbero essere giudicate piuttosto “audaci” è importante riflettere sui due post propedeutici sopra citati. Inoltre, data la complessità dell'argomento, avrò bisogno di più post per poterlo trattare con una certa accuratezza.

In questo primo post mi limiterò a mostrare che, già da un punto di vista puramente teorico (magari anche filosofico), la democrazia comunemente intesa non è la forma di governo perfetta.
E quale sarebbe la forma di governo perfetta? Quella massimamente efficiente e massimamente giusta.

Per evitare incomprensione è bene chiarire cosa intendo con questi due termini: con “giusto” intendo un governo in cui il potere è diviso esattamente fra ogni cittadino; con “efficiente” intendo la capacità di un governo di operare per il bene comune e migliorare il benessere collettivo.
Già su queste due definizioni, soprattutto sulla seconda, ci sarebbe molto da dire: che il “giusto” equivalga a una divisione equa del potere fra tutti i cittadini è piuttosto arbitrario (magari sarebbe più giusto dividere il potere in basa alla bontà oppure in base alla volontà di contribuire al benessere collettivo, etc...). Per “efficiente” si potrebbero poi trovare molte altre definizioni magari anche più accurate e onnicomprensive. Il mio intento è però solo quello di mettere dei paletti qua e là e indicare una direzione generale per spiegare le mie idee sulla democrazia e non aspiro a scrivere un'opera organica su tale argomento!

Ci si potrebbe chiedere “ma la democrazia attuale non è la più giusta”?
No! Ad esempio, nel nostro sistema maggioritario, un cittadino che risieda in una circoscrizione in cui la sua parte politica è in forte minoranza non riuscirà mai a far eleggere il proprio rappresentante. È vero che poi ci sono delle “correzioni” proporzionali e che comunque a livello nazionale statisticamente la disomogeneità delle circoscrizioni non dovrebbe favorire nessun partito ma, ammesso che sia così, comunque si tratta di un sistema ben diverso dal dividere il potere in parti uguali fra tutti i cittadini!
E poi il concetto stesso di delegare il potere non è assolutamente equivalente alla mia definizione di “giusto”. Anche senza considerare il caso particolare del deputato che “salta” da un partito a un altro... Facciamo l'esempio del nostro rappresentante che, nel corso della legislatura, debba votare 100 provvedimenti: al suo posto ognuno di noi farebbe esattamente le stesse scelte? Io credo che, nel caso MIGLIORE ci troveremmo d'accordo per il 90-95% delle volte e, mediamente, molto meno. Ma anche se per una sola votazione ci trovassimo in disaccordo con lui questo equivarrebbe a dire che esso non ci rappresenta completamente e che quindi la divisione del potere non è equa.

In realtà una forma di governo totalmente “giusta” (secondo la mia opinabile definizione) esisterebbe: la democrazia diretta. Nella democrazia diretta ogni cittadino è chiamato a votare su ogni provvedimento: non ci sono cioè intermediari che decidono al suo posto. Tecnicamente oggi, grazie a internet, questo sistema sarebbe fattibile: come detto sarebbe la forma di potere più “giusta” ma sarebbe anche “efficiente”?
Non necessariamente...

Basta immaginare il seguente banale esempio per rendersene conto: supponiamo che, grazie a internet, gli italiani abbiano a disposizione una forma di democrazia diretta. Cioè ogni italiano esprime direttamente il proprio voto su ogni questione senza che di mezzo ci sia il parlamento. Ora supponiamo che, su una certa questione, siano possibili due scelte contrapposte chiamate “A” e “B”. Alla votazione 40 milioni di italiani votano per la scelta “A” mentre solo un milione vota per la “B”. Viene quindi effettuata la scelta “A” che però si rivela fallimentare.
Conclusione: la democrazia diretta, ovvero senza intermediari, è senza dubbio la forma di governo più giusta, sfortunatamente però nessuna legge matematica assicura che la decisione della maggioranza, per quanto preponderante, sia quella più efficace. Questo è particolarmente vero su questioni molto tecniche dove per poter prendere decisioni sensate è necessario conoscere approfonditamente la materia.

La democrazia diretta, per anni una pura curiosità di ingegneria costituzionale, inizia oggi grazie a internet ad essere tecnicamente possibile. In nessun paese ho però sentito la proposta di applicarla e questo per due ragioni: la prima è che non sarebbe l'uovo di Colombo capace di risolvere ogni problema (vedi il precedente esempio) e secondo l'establishment politico, geloso del proprio potere, non avrebbe nessuna intenzione di rimetterlo nelle mani dei cittadini.

L'opposto della democrazia diretta in termini di “giustizia” è il regime con a capo un singolo dittatore con il potere di decidere ogni cosa senza consultare il popolo.
Questa forma di governo è peggiore della democrazia diretta perché, oltre a essere completamente “ingiusta”, niente garantisce che sia “efficiente” indipendentemente da quanto possa essere illuminato il dittatore.

In realtà il vero problema è che non esiste una ricetta che garantisca un governo massimamente “efficiente”. Probabilmente, se tale soluzione fosse nota, ai cittadini non importerebbe se tale forma di potere non fosse la più “giusta” in assoluto.
È proprio a causa di questa ambiguità, al non sapere quale sia la soluzione migliore per tutti, che c'è l'esigenza di una forma di governo “giusta” che divida cioè il potere e quindi la responsabilità fra tutti. L'esigenza di una responsabilità condivisa è necessaria non tanto quando le cose vanno bene ma, soprattutto, quando vanno male e c'è bisogno di solidarietà sociale.

Conclusione: in questo post ho dimostrato che la democrazia non è la forma di governo più giusta. Nel prossimo, probabilmente, mostrerò che a causa di alcuni suoi difetti intrinseci difficilmente possa essere la più “efficiente”. Probabilmente, nel post ancora successivo, tirerò le somme e mostrerò come, aldilà di forme di governo utopistiche, è necessario un certo equilibrio fra “giustizia” ed “efficienza” di ogni sistema di governo e di come, a mio avviso, la bilancia si sposterà verso più “efficienza” e meno “giustizia”.

Cambio categoria


Questo inverno, complice qualche acciacco di stagione che mi ha fatto ingurgiatre litri di bevande iperzuccherate, ho messo su troppi chili e adesso sto rischiando di passare di categoria e diventare un peso medio!
Idealmente io mi sento un peso superleggero (vedere ad esempio come disegno filiforme KGB) ma ragionevolmente potrei accontentarmi di assestarmi su un peso welter...
Per chi non si intende di boxe: superleggeri=63Kg. welter=66Kg. e medi=72Kg.
La bilancia oggi ha segnato 71.0 Kg... Urge calo di peso!

Tendenza negativo 27-Maggio-2011
Ho perso 3 etti rispetto a ieri! Questo significa che in 3 settimane perderò 6Kg! Wow!

Scelta difficile 1-Giugno-2011
Oggio dovevo scegliere il post di Aprile a cui attribuire la vignetta "Wow" ovvero il marchio d'eccellenza per i miei scritti.
La scelta è stata molto difficile: dal punto di vista del contenuto il post PDI era sicuramente il più interessante. Per l'impegno richiestomi anche Calabrone zombie sarebbe stato meritevole. Rimbambito 1/2 era molto divertente ma il seguito non all'altezza. Un altro forte pretendente è stato Miglioria facile facile: divertente ma che fa (almeno nelle mie intenzioni!) riflettere. Però alla fine ho voluto premiare Cruciverba di verifica un post probabilmente non molto apprezzato dai miei lettori: in realtà chi avesse avuto la pazienza di farlo avrebbe scoperto che molto definizioni e relative soluzioni erano molto divertenti...

La camera della preda 1-Giugno-2011
Stasera ho sentito dei rumori alla porta di camera, ho aperto e c'era Bisba accovacciata che guardava intensamente qualcosa. Un secondo dopo una lucertola è schizzata dentro andando a nascondersi sotto l'armadio. Risultato: sono sicuro che fra qualche tempo mi ritroverò con un lucertolone morto nelle mutande...

Dieta in crisi 2-Giugno-2011
Per il terzo giorno consecutivo ho lo stesso peso: inizio a pensare che la pizza non sia adatta per la dieta... Fine dieta prevista per il primo luglio.

mercoledì 25 maggio 2011

Antipatico a primo ascolto

Io mi sono antipatico.
Anzi, io mi SAREI antipatico se sentissi la mia voce come gli altri. Intendo proprio il suono, la tonalità, la frequenza: insomma la voce come fenomeno fisico indipendentemente da quello che dico.

In effetti questo è un fenomeno comune a molti: quando sentiamo la nostra voce da una registrazione ci appare molto diversa dal “normale”. La registrazione infatti cattura la voce così come si propaga nell'aria mentre il nostro orecchio la sente di una tonalità più bassa perché percepisce anche il rimbombo della cassa toracica e altre vibrazioni che all'esterno non arrivano.

Di questo ne sono consapevole solo che la mia voce è proprio brutta: supernasale, a metà fra il miagolio di un gatto e una porta che cigola.
Se sentissi parlare una persona con una voce simile alla mia mi starebbe subito antipatica. In effetti è lodevole come alcuni amici riescano a sopportarla.
Anche le mie battute, che nelle intenzioni sarebbero gentili e innocue, a causa della mia voce devono apparire acide e graffianti.

Tanti anni fa mi presentai al mio nuovo medico di famiglia per un controllo (*1): appena mi sentì parlare mi chiese “Se parli a lungo ti stanchi?” e io “Sì, se parlo per più di 10 minuti inizia a farmi male la gola...” e lui “Si perché hai [[qualcosa-che-non-ricordo]] alle corde vocali.”. Poi gli spiegai il motivo per cui ero andato da lui e non ritornammo più sull'argomento. Dopo pochi mesi mi trasferii a Pisa e dovetti cambiare medico.
In pratica è come se avessi le corde vocali accordate male: troppo tirate. La voce è troppo acuta e se parlo a lungo iniziano a farmi male (*2).

Per aggiungere la beffa al danno ho anche una teoria: secondo me (ma forse ho letto anche qualcosa al riguardo qua e là...) le donne devono essere inconsciamente molto suscettibili al mio odioso pigolio che io chiamo voce. Questo aiuterebbe a comprendere il mio altrimenti inspiegabile (*3) insuccesso con le donne.

Quando sono in compagnia tendo quindi a non parlare a causa della mia brutta voce?
A dire il vero no: tendo a non parlare solamente perché di solito non mi pare di avere niente di interessante da dire. Magari, se mi ricordassi di quanto è brutta la mia voce, mi farei ulteriormente condizionare ma, in realtà, non me ne ricordo e quindi non mi crea problemi!

Nota (*1): In realtà controlli non ne faccio quindi ci andai per una ragione ben specifica che però non ricordo...
Nota (*2): In realtà, dato il mio carattere, quello di non poter parlare troppo a lungo non è mai stato un problema!
Nota (*3): ...oltre ai 172cm di storreggiante altezza...

lunedì 23 maggio 2011

4 aneddoti e 1 domanda

Di seguito presenterò quattro aneddoti che nascondono un messaggio simile. Non espliciterò quale sia questo messaggio perché vorrei che il lettore ci riflettesse sopra autonomamente.
Il primo aneddoto mi fu raccontato da mio zio: stranamente (data la sua eccezionale memoria) non si ricordava il nome (*1) del protagonista...
Il secondo aneddoto mi fu raccontato qualche anno fa da un amico inglese di mio padre. Non ricordandone alcuni dettagli l'ho contattato per chiedergli se li ricordava: stranamente mi ha rispedito un aneddoto completamente diverso da quello che io ricordavo anche se il messaggio è analogo (questa “nuova” versione l'ho trascritta come terzo aneddoto).
Infine il quarto aneddoto in realtà non è tale: Si tratta invece di una riflessione che feci da ragazzino ma che ha comunque condizionato molte scelte della mia vita.

Visto che i dettagli mancanti nei vari aneddoti sono numerosi, ho deciso di inventarmi nomi e fatti contrassegnandoli con questo simbolo (#). Occhio quindi se li raccontate a terzi!

Aneddoto 1
Il generale argivo (# non so di dove era...) Anassandro (# né conosco il suo nome) era considerato da tutti, inclusi i suoi avversari, un eccezionale stratega. Però in tutte le battaglie dove combatté fu sempre sconfitto per pura sfortuna. E ripeto: non solo a suo dire ma anche a detta dei suoi avversari. Arrivato a 50 anni (# inventato) gettò via il suo vecchio scudo e se ne fece fare uno nuovo con la scritta “Dormi tranquillo e abbi fortuna”.

Aneddoto 2
Il giovane Judah Rosenthal (# nome inventato...) era il quinto (# inventato) figlio di una povera famiglia emigrata negli USA (# inventato ma verosimile). Non potendosi permettere di farlo studiare fu mandato, nonostante la scarsa vocazione, a lavorare presso un rabbino. Judah faceva quanto gli veniva richiesto senza però spiccare per doti particolari. Una sera il rabbino lo mandò per punizione a pulire la stalla: Judah però si addormentò e il lume rovesciandosi dette fuoco alla paglia. Solo per un caso Judah, svegliato dal nitrito di un cavallo, riuscì a spegnere il fuoco prima che si propagasse (# tutto inventato. Quello che effettivamente ricordavo è che il ragazzo veniva mandato nella stalla a fare qualcosa e là combinava un disastro...). Il rabbino si arrabbiò e lo rimandò a casa. Nel corso degli anni Judah fece vari lavori e, grazie al suo ingegno e abilità, diventò il ricchissimo proprietario delle acciaierie Rosenthal (# nome inventato).
A chi gli chiedeva il segreto del suo successo egli solea ripetere di non essere stato abbastanza bravo da diventare rabbino.

Aneddoto 3
Il giovane Anatoly Kamsky (# nome inventato...) era il quinto (# inventato) figlio di una povera famiglia. La madre, rimasta vedova, non potendo farlo studiare, lo mandò a lavorare presso un prete. Quando, dopo qualche tempo, il prete scoprì che il ragazzo non sapeva né leggere né scrivere lo mandò via ritenendo queste conoscenze indispensabili per svolgere un buon lavoro. Così il giovane Kamsky diventò uno stracciaiolo e nel corso degli anni, grazie alla sua dedizione e ingegno, divento ricchissimo e fondò le industrie tessili Kamsky (# nome inventato...). Durante le interviste raccontava che era diventato ricco solo perché il prete l'aveva scacciato: un giornalista un giorno gli chiese “Allora chissà dove sarebbe arrivato se avesse saputo leggere e scrivere!?” e lui rispose “Sarei diventato un prete!”.

Aneddoto 4
Non ricordo esattamente quanti anni avevo ma so che andavo alle medie. Nel giro di un mese mi capitò di ascoltare tre o quattro interviste a giovani di successo. Non ricordo chi fossero ma immaginatevi attrici o cantanti: persone insomma legate al mondo dello spettacolo.
Tutti ricordavano gli inizi difficili ma esortavano i giovani ad avere fiducia nel futuro perché, dicevano, prima o poi la grande occasione capita a tutti e bisogna saperla prendere.
Io ci meditai sopra un bel po' e poi rimasi sfiduciato, pessimista e depresso.

Perché?

Riflettete sui vari aneddoti per trovare la risposta!
Ovviamente commenti e opinioni (anche via email) sono graditissimi...

Nota (*1): ma, più per intuito che per altro, confido di scoprirlo prima o poi in Erodoto o Polibio...

domenica 22 maggio 2011

Incredulità fine anni '40

Come si fa a conoscere l'opinione comune ufficiale su un determinato argomento?
Per opinione comune “ufficiale” non intendo quella vera e sincera ma quella supportata dalla maggioranza della popolazione: un mix di tradizione, morale e ipocrisia.

Secondo me la risposta è leggere i temi di un ragazzino. Dico “ragazzino” e non “bambino” o “ragazzo” a ragion veduta. Un bambino non ha ancora assimilato quale sia il “pensiero comune” su argomenti che non siano banali (tipo che rubare e uccidere è “da cattivi”) e inoltre potrebbe lasciarsi guidare più dalla fantasia che dalle proprie conoscenze. I ragazzi invece iniziano a farsi le proprie idee e a ribellarsi a quelle convenzioni che reputano opprimenti: occasionalmente potrebbero quindi inserire nei loro temi dei pensieri innovativi che non rispecchiano il “comune pensare” della loro epoca.
Invece il ragazzino che va alle medie si trova in un'età di transizione in cui inizia ad aver ben chiaro in mente quale sia l'opinione comune su argomenti anche piuttosto specifici ma, contemporaneamente, è ancora tutto proteso a cercare di soddisfare le aspettative del suo insegnante e per questa ragione censurerà da solo le proprie idee autonome che vanno contro al pensar comune. Senza rendersene conto, e solo per questo breve periodo, i ragazzini sono i conformisti per eccellenza e la loro opinione rispecchia quella comune con tutti i suoi vizi e ipocrisie. Però la comprensione del ragazzino raramente è in grado di percepire le sfumature più sottili (“si dici così ma poi si fa cosà” (*1)) e così a volte capita che, con ingenuità ancora infantile, accosti opinioni comuni in contraddizione fra di loro smascherandone involontariamente l'intrinseca ipocrisia.

A questo riguardo, sperduto in un vecchio libro di scuola, ho ritrovato il seguente temino scritto alle medie verso la fine degli anni '40. L'autore, vergognandosi del contenuto, mi ha pregato di non rivelare chi esso sia.

Tema: Il processo dell'incredulità
Il mistero dell'incredulità dipende dalla libertà umana e vari sono i motivi che portano a questo peccato (#1).
Il primo è l'anticlericalismo che oggi si riscontra in numero di persone purtroppo (#2) molto grande e magari dall'ostilità verso una persona si passa all'ostilità contro il clero e di più all'incredulità.
Poi si trova del laicismo nell'insegnamento nelle scuole, cioè il ragazzo non sentendo ricordare Dio nelle scienze che gli vengono insegnate (#3) si allontana dalla chiesa e cade nell'incredulità.
Un'altra ragione che porta all'incredulità è l'indifferenza; purtroppo oggi quanti di noi si professano cristiani ma solo con parole (#4) perché tengono verso la chiesa verso Dio stesso un atteggiamento di indifferenza (#5) che allontanandoli dalla religione li fa cadere (#6) nell'incredulità.
Nella continua ricerca del benessere vi è inoltre un'altra fonte del peccato perché l'uomo proteso a cercare il benessere materiale, a lottare per averlo passando sopra anche a leggi morali, considererà alla fine più il materiale che lo spirituale (#7).
E il cosiddetto divismo, arrivare cioè a considerare degli uomini, capaci più degli altri in alcune cose strettamente materiali, come superuomini e cercare in un certo qual modo di copiarli nella loro vita (#8).


(#0): l'uso del termine “mistero” sottintende che non si riesca a capire come una persona possa essere non credente. In realtà il termine maschera una mancanza di interesse reale a cercare di scoprirne le cause.
(#1): l'uso del termine “peccato” per definire l'incredulità è un esempio perfetto di ciò che intendo: è ovvio che l'insegnante non avrà mai detto esplicitamente che l'incredulità fosse un peccato però, la pressione della tradizione, il contesto del non detto e i messaggi non verbali hanno fatto sì che il ragazzino percepisse che questa equivalenza fosse sottintesa e, senza alcun spirito critico, l'ha riportata tale e quale nel suo tema!
(#2): anche questo “purtroppo” accostato a “numero di persone molto grande” è significativo. Anche qui il ragazzino non si rende conto di una contraddizione invero più nascosta. Il “purtroppo” suggerisce un giudizio morale a una scelta che morale non è e che andrebbe affrontata con altri argomenti. Questa affermazione è però lo specchio del pensiero comune dell'epoca.
(#3): chiaramente il professore doveva aver fatto un accenno a questo aspetto la settimana prima. È interessante notare che all'epoca il conflitto fra scienza e religione era vivo.
(#4): una denuncia dell'ipocrisia che suona a sua volta ipocrita. Posso assicurarvi che l'autore del tema non era un chierichetto! Notare il “Purtroppo” iniziale.
(#5): sarebbe stato interessante indagare da cosa deriva l'indifferenza. Così come è espressa nel tema sembra che le persone siano indifferenti senza motivo... Ovviamente tale indagine avrebbe richiesto dello spirito critico che, come ho spiegato, è assente nel ragazzino che vuole solo compiacere l'insegnante.
(#6): notare il termine “cadere” che di solito si usa nella locuzione “cadere nel peccato” e “cadere in tentazione”. Indirettamente si ribadisce quindi il concetto che l'incredulità equivalga al peccato (vedi #1).
(#7): questo concetto è ancora attuale. Periodicamente il papa lancia strali contro il materialismo. Dopotutto il cristianesimo è una religione nata per i poveri che mal si accorda col benessere attuale.
(#8): al contrario del precedente questo concetto è totalmente superato: nessuno adesso si sognerebbe di considerare l'ammirazione per un calciatore come un qualcosa che allontana da Dio.

In conclusione da questo tema è possibile estrapolare un paio di considerazioni sul periodo in questione. Da #1 e #6 si ricava che chi si dichiarava non credente era visto con sospetto: questo perché già la sola “incredulità” era considerata un peccato. Da #0, #2 e #5 si ricava che allora (come adesso) non c'era un autocritica costruttiva da parte della Chiesa ma solo uno scuotere la testa e dire/pensare “purtroppo”. Non sorprendentemente i punti #4 e #7 esprimono delle tendenze (l'indifferenza e il materialismo) ancora presenti nella mentalità odierna dove anzi, probabilmente, sono ancor più accentuati.
Più interessanti i punti #3 e #8 poiché evidenziano un cambiamento di mentalità fra il comune pensare di allora e l'attuale (dove la scienza è sostanzialmente indipendente dalla religione e il “divismo” non è percepito in contrasto con la fede).

Nota (*1): Temo che sia un'espressione dialettale: significa dire una cosa ma farne poi un'altra...

sabato 21 maggio 2011

Scarso interesse

Qualche giorno fa (vedi Stufetto) mi ero ripromesso di scrivere solo post interessanti ma questo non lo è.
Cioè è interessante per me ma dubito che lo sia per i miei lettori...
Anzi, è improprio dire che per me sia “interessante”: è più che altro un pensiero che mi ossessiona e che, ogni volta che guardo la TV, mi torna in mente.

Si tratta del serial (vedi Tragedia in serie) che mi era piaciuto tanto ma che però è stato cancellato: “The Gates”.

Cancellato a causa dei bassi ascolti. Eppure non riesco a capire perché non sia piaciuto.
La trama era ottima: uno dei pochi serial con colpi di scena che mi sorprendevano realmente. Anche l'idea di fondo e l'atmosfera in generale mi piacevano molto. Eppure...

Così, assodato che il mio gusto non è quello del grande pubblico, ho cercato di intuire quali potessero essere le ragioni del flop.

Un primo sospetto è Rhona Mitra (*1) la star (il suo nome era il primo che appariva nella lista degli attori) del programma. È totalmente inespressiva: la faccia è paralizzata dal botulino e le labbrone di silicone hanno solo due espressioni: una imbronciata e un'altra molto imbronciata. È un peccato perché gli altri attori sono scelti benissimo e tutti adatti alla parte che recitano. Lei invece è antipatica, noiosa e non riesce assolutamente a coinvolgere lo spettatore. Possibile che da sola sia riuscita ad affondare lo show? Non credo...

Un'altra causa del flop potrebbe essere il target di telespettatori non ben definito.
Mi spiego meglio: la trama segue due storie non ben amalgamate fra loro.
La prima storia è incentrata sull'amore adolescenziale fra una ragazza (mezza demone succube) e un ragazzo normale ai quali vanno aggiunti l'ex di lei (un ragazzo lupo mannaro) e una seconda ragazza (una lupetta mannara) innamorata del ragazzo mannaro e che, nel tentativo di ingelosirlo, flirta per qualche puntata col ragazzo normale.
La seconda storia ha invece uno stile indefinito da giallo/thriller/drammatico con l'accento più su un elemento che su un altro in base alla puntata (c'è anche un episodio horror!).
La prima storia, rivolta a un pubblico giovane, non si intreccia quasi per niente con la seconda, adatta a un pubblico più maturo, se non nell'ultima puntata. Può darsi che questo tipo di mix, che voleva andare incontro ai gusti di un'ampia fascia di pubblico, abbia invece finito per non soddisfare nessuno...

Conclusione: io ci medito e ci rimedito sopra ma il fatto è che il serial è stato cancellato...

Comunque qualcun altro ha visto questa serie oltre a me? Se sì gradirei MOLTISSIMO del feedback sotto forma di commento al post o anche privatamente via email...

Nota (*1): Colpo di scena! Consultando wikipedia ho scoperto che Rhona ha solo 34 anni! Io pensavo che ne avesse 40 portati male o 50 portati bene (diciamo 45 anni, va...)...

venerdì 20 maggio 2011

O tempora o e-books!

La notizia sta rimbalzando sui vari quotidiani: Amazon ha venduto più e-books che libri cartacei.
Già da tempo la notizia era nell'aria e mi era capitato di leggere articoli di tecnofili che auspicavano il sorpasso quanto prima.
Io alzavo il sopracciglio perplesso... Non capisco infatti come si possa preferire un libro elettronico a uno tradizionale.
I tecnofili dicono: “I libri cartacei costano di più, occupano spazio e puzzano quando diventano vecchi”.
Sicuramente i vecchi libri costano di più ma ti danno anche di più: non si compra solo una sfilza di numeri digitali ma anche una copertina e tante pagine di carta. Qualcosa che si può toccare, sfogliare e, perché no, anche odorare: seconde me i libri, anche quelli vecchi e muffosi, non puzzano ma profumano di saggezza. Anzi è il contrario: è la saggezza che profuma di libro vecchio. E anche i libri appena comprati e aperti hanno un buon odore: hanno il profumo di novità, il profumo di mondi nuovi che si sveleranno ai miei occhi...
Certo i libri occupano spazio: l'ho imparato a mie spese adottando (*1) i libri di mio zio (vedi Sto affogando nei libri). Ma è davvero un difetto? Un oggetto materiale lo possiamo prestare quante volte ci pare a chi ci pare; non so se è possibile fare altrettanto con un e-book visto che sono protetti dalla copia...
E se il lettore di e-book si rompe? C'è la possibilità di ripristinare i libri ivi contenuti?
E poi avere un libro sopra il comodino con la sua copertina colorata ti ricorda che devi leggerlo e ti invoglia a farlo. Per certe opere non troppo appetitose questo è un grosso pregio.

Qualche anno fa lessi di un interessante esperimento. Si teorizzava che le persone più anziane fossero meno propense a utilizzare gli e-books a causa dell'abitudine ai vecchi libri di carta (*2). Così, in un'università americana, provarono a dare agli studenti TUTTO il materiale per i corsi di un semestre su un lettore. Fu un disastro: molti erano abituati a studiare sottolineando, altri a mettere annotazioni ai margini delle pagine (al tempo era possibile farlo ma l'operazione non era immediata. Non so, magari oggi non sarebbe più un problema) e altri ancora non riuscivano a memorizzare le informazioni lette. Non ricordo la percentuale, comunque alta, ma molti studenti restituirono l'apparecchiatura prima della fine del corso e comunque tutti dissero che si erano trovati peggio. Fu ipotizzato allora che gli studenti universitari fossero ormai troppo vecchi e che si sarebbe dovuto partire dalle elementari. Non so se poi hanno provato anche con i bambini...

Io sicuramente mi sarei trovato male: ho una memoria prevalentemente visuale e associo le informazioni a una particolare posizione in una particolare pagina. Per non parlare poi degli scarabocchi che faccio sul margine delle pagine. Quando apro il libro voglio ritrovare qualcosa è questione di un attimo (beh, non sempre...). Se leggo qualcosa di tecnico al computer, in un pdf magari, non riesco a memorizzare niente; se invece lo stampo non ho problemi...

Leggendo qualche commento all'articolo noto che la maggior parte delle persone si azzuffano sull'importanza relativa della notizia. Si spiega ad esempio che Amazon vende il 50% degli e-books e relativamente pochi libri cartacei. Può darsi. Però temo che sia un segno dei tempi e che i nuovi comunque non mi piaceranno: flussi di bit impalpabili su cui non sarà possibile scrivere sopra la propria dedica...

Nota (*1): Ho usato volontariamente il termine “adottare” e non, ad esempio, “prendere” perché voglio evidenziare il rapporto emotivo che si instaura con un libro. Quando il mio occhio si posa sulla libreria di camera quanti ricordi, quante emozioni si risvegliano!
Nota (*2): Non sono sicuro: forse questa fu la conclusione mentre l'esperimento era semplicemente volto a verificare se fosse possibile risparmiare carta...

giovedì 19 maggio 2011

Erodoto e le Storie tese

Scusatemi il titolo: ieri ho mangiato troppo, ho ancora la pancia gonfia e l'ironia ne risente...
In realtà oggi ho finito di leggere un libro bellissimo: “Storie” di Erodoto (*0).
Ovviamente a tutti noi è familiare il nome Erodoto ma pochi vanno oltre questa superficiale familiarità: no, non è quello delle favole (Esopo) ma il cosiddetto padre della Storia.

Erodoto nacque ad Alicarnasso (che non è in Grecia ma all'estremo sud della parte occidentale dell'odierna Turchia) nel 484 a.C. e morì in Magna Grecia intorno al 422 a.C.
Per questo motivo Erodoto non può accennare, ad esempio, ad Alessandro Magno che infatti è nato nel 356 a.C.!
Come viene spiegato all'inizio del primo libro l'argomento del quale vuole trattare è la guerra fra i greci e i persiani (per intendersi agli eventi narrati nel film 300!) e soprattutto spiegarne le cause.

Come scritto Erodoto è considerato il padre della storia perché è interessato alle cause reali dei fatti di cui tratta. Inoltre quando affronta un argomento chiarisce sempre se si tratta di qualcosa che lui stesso ha visto (“...e questo lo so per certo perché l'ho visto con i miei occhi...” si trova spesso ripetuto) oppure che gli hanno riferito o, infine, se si tratta di una sua congettura.
Infatti Erodoto non ha scritto le sue Storie rimanendo sempre nella natia Alicarnasso ma ha sicuramente viaggiato per tutto il mediterraneo orientale, in Egitto (arrivò fino a Elefantina che rappresentava il confine meridionale con gli etiopi) e forse anche in Persia (non lo so io: magari è noto...).

Lo stile è piacevolissimo: sembra di leggere un racconto e le pagine scorrono veloci.
Io temevo che potesse essere un testo di difficile comprensione come l'Iliade o l'Odissea ma invece la narrazione è molte semplice e chiara.
In alcuni passi, soprattutto quando affronta eventi molto antichi, sembra di leggere dei racconti mitici che ricordano molto il libro da WC (*1) sui miti greci che ho da poco finito di leggere (*2). Fa riflettere la somiglianza fra storia e mito.
Ogni tanto, per spiegare l'origine di qualche fatto, capita che Erodoto proponga una versione che chiama in causa gli dei (come Apollo, Zeus o Atena) ma in questi casi si dichiara poco convinto della sua autenticità.
È poi interessante notare come nei racconti dello storico tutti gli dei egiziani o persiani (ma anche di altre popolazioni) siano convertiti nelle equivalenti divinità greche. Questa abitudine ha, a mio avviso, una fondamentale conseguenza: esisteva una certa tolleranza di fondo fra le varie religioni dell'antichità perché in fondo gli dei erano ritenuti gli stessi con solo i nomi diversi. E infatti non si sente parlare nemmeno di guerre di religione in quel periodo.
Da questo punto di vista gli antichi erano più saggi dei contemporanei.

L'unica difficoltà che ho trovato nella lettura sono stati i nomi dei luoghi (principalmente fiumi e città) che non sono quelli moderni (*3) e le note affiancano il nome attuale solo alla prima occorrenza. Ho risolto aiutandomi con un atlante storico.

Comunque questi libri sono anche una miniera di curiosità. Riporto solo l'esempio che mi ha più colpito ma ce ne sono davvero molti altri interessanti.
Dice Erodoto di una città dell'impero persiano dove c'era un'usanza a suo parere ottima. Ogni anno tutte le ragazze in età da marito venivano condotte in una piazza e, a partire dalla più bella, venivano messe letteralmente all'asta fra i vari aspiranti mariti. Venduta la più bella si passava a vendere quella di poco meno bella e così via. Quando poi si arrivava a quelle bruttine, per le quali non c'erano offerte, allora i soldi ricavati dalla vendita delle più belle venivano usate per fare da dote alle più brutte in maniera tale che tutte trovassero marito. Ovviamente, precisa Erodoto, non era possibile sposarsi usando un altro sistema. Erodoto si dichiara molto entusiasta di questo sistema ma, suppongo, non avesse avuto modo di parlare con molte femministe!

Poi, per trattare delle guerre fra greci e persiani parta da lontano. Per la precisione inizia il primo libro a parlare della Lidia e del suo re Creso. Poi racconta di come Ciro alla guida dei persiani strappò il potere ai medi (di suo nonno). Nel secondo libro si parla diffusamente dell'Egitto e della sua storia fino alla conquista ad opera di Cambise (figlio di Ciro). Ma tutti questi fatti sono strettamente intrecciati (ad esempio Creso divenne consigliere di Ciro) fra loro e spesso storia e leggenda sono mischiate insieme.

Comunque ho imparato moltissime cose nuove: tanto per fare un esempio ho scoperto che Dario, il Gran Re dei persiani succeduto a Cambise con un intrigo di corte (*4), oltrepassò il Danubio e, forse, arrivò addirittura al Volga nella sua campagna contro gli sciti. E qui si vede come la storia si ripeta: l'esercito persiano era molto più forte di quello degli sciti ma questi erano nomadi e senza città e invece di accettare battaglia si fecero inseguire dagli avversari limitandosi a distruggere le sorgenti e tutto ciò che poteva essere di aiuto agli invasori. Alla fine i persiani, a corto di rifornimenti, furono costretti a tornare indietro e solo allora gli sciti iniziarono ad attaccarli...

Curioso come io mi sia deciso a leggere questo libro: è stata per colpa di un altro libro da WC, “Pensieri” di Russel, dove viene consigliato di leggere Erodoto perché “...i suoi testi sono pieni di storie divertenti...”. E in effetti è così...

Nota (*0): Per la precisione ho letto un volume che raccoglie i libri dal primo al quarto. Il secondo volume che raccoglie i libri dal quinto al nono lo leggerò quanto prima.
Nota (*1): Un libro da WC è un libro che posso leggere in bagno e quindi leggibile a 1 o 2 pagine per “sessione”...
Nota (*2): Per la precisione “I miti greci” di Robert Graves, Ed. Euroclub, 1995 (su licenza Longanesi). Ho anzi la sensazione che Graves si sia ispirato a Erodoto per lo stile nel quale sono descritti i vari miti non solo per la sostanza ma anche per la forma.
Nota (*3): Ad esempio il Danubio è chiamato “Ister” (o Istro), il Dnestr “Tiras”, il Dnepr “Boristene” e il Don “Tanai”. Erodoto ne parla ampiamente quando tratta degli Sciti.
Nota (*4): L'intrigo è davvero complicato e dovrete leggere Erodoto per conoscerne l'intreccio!

Buccia malata

Che noia! proprio non capisco...
Da circa due settimane, forse qualcosa di più, ho uno strano mal di gola che non riesco a debellare. Strano perché non l'ho mai avuto di questo genere: inutile entrare nei dettagli dei sintomi ma dico solo che assomiglia al classico mal di gola invernale che prende alle tonsille senza però la sua normale evoluzione.
Comunque stasera vado dalla dottoressa ma già temo che non arriverà a niente...

Sarebbe ora... 20-Maggio-2011
Secondo la grammatica quando si usano parole inglesi in italiano queste non devono mai essere declinate. Cioè si deve scrivere, ad esempio, "ho mangiato tanti cookie" e non "ho mangiato tanti cookies". Eppure mi sento un ignorante a non aggiungere la "s" finale. Forse sarebbe tempo di cambiare questa regola almeno per l'inglese...

Dimenticanza 21-Maggio-2011
Nel mio post Erodoto e le Storie tese mi ero dimenticato di precisare un fatto che mi aveva molto colpito: l'importanza dell'oracolo di Delfi.
In Grecia di oracoli ce ne erano molti ma l'unico universalmente ritenuto affidabile era quello di Delfi. A leggere Erodoto sembra che nessuna decisione importante venisse presa senza prima consultarlo.
Questo aiuta a capire come mai anche Socrate (469-399 a.C.), quando era giovane e in cerca di un maestro, sia ricorso a tale oracolo. Socrate chiese chi fosse l'uomo più sapiente di Grecia e la Pizia rispose “Socrate stesso è il più sapiente”. Sul momento Socrate ne rimase sconcertato ma in seguito il senso dell'oracolo gli divenne chiaro quando si rese conto che la sapienza sta nella consapevolezza di non sapere...

Record! 23-Maggio-2011
Ho fatto un punteggione a Word Challange (un gioco su FB...) e ora posso smettere di giocarci!

Vola coccinella! 24-Maggio-2011
Inspirato dal bel post Coccinella vola! mi è venuta voglia di cimentarmi nella creazione di una filastrocca popolare sul simpatico animaletto.
Fortunatamente i due modelli presentati nel post sopraddetto sono molto corti e così, dovendomi limitare a quattro versi, non sono caduto nel boccacesco (dove per natura tenderei a finire...). Di seguito la mia creazione:

Vola, coccinella, vola!
Il babbo il vino scola,
Nonnina ha preso fuoco,
E mamma si fa il cuoco.
Vola, coccinella, vola!

lunedì 16 maggio 2011

Scarpa che respira

Ultimamente c'è una “strana” pubblicità che periodicamente appare su vari canali.
L'aggettivo “strano” è molto soggettivo, credo anzi che la maggior parte delle persone trovino questo spot piuttosto insipido e noioso. E in effetti anche a me appariva così fino a quando non l'ho osservato con attenzione...

Si tratta della pubblicità di una nota marca di scarpe: la Ceox (vedi Nomi e Marchi per il motivo per cui li storpio...). Protagonista dello spot è un giovane uomo che chiede alla sua compagna di portargli le scarpe. Lei non le trova e lui le indica il posto esatto. La ragazza però risponde che là ha già guardato ma c'è solo la scatola vuota. Lui, con aria furba, le spiega che la scatola non è vuota ma sono le scarpe a essere leggerissime...

Sembrerebbe che non ci sia niente di strano in questa trama, vero? Anzi, è così banale da risultare scialba, quasi noiosa...
Ma le pubblicità sono fatte per vendere i prodotti reclamizzati non per annoiare. Possibile quindi che ci sia un messaggio inconscio nascosto dietro a quello ovvio e superficiale?

Credo che questo sia proprio il nostro caso.
L'ambientazione, una casa bella e ben arredata, suggerisce che il protagonista goda di un discreto benessere: ma questo è esplicito ed evidente a tutti.
Piuttosto è il rapporto con la sua compagna che colpisce.
Quando lui le chiede di portargli le scarpe non aggiunge un “per favore” ne tanto meno la ringrazia quando lei gliele porge (a dire il vero non sono sicuro che si veda lei passargliele: sto citando questa pubblicità a memoria...). Si potrebbe ipotizzare che i due fra loro non si formalizzino o che ci sia comunque un equilibrio di reciprocità sotto questo aspetto. Il finale dello spot però smentisce questa ipotesi. Infatti quando lui le spiega che sono le sue scarpe ad essere leggerissime lei assume un'espressione stranamente felice e ammirata. Sembra che lo sguardo della donna dica “Ti ammiro moltissimo perché sei così tanto più intelligente di me...” e anche “...ancora una volta hai dimostrato di essermi superiore...”

A mio avviso, oltre al messaggio epidermico che le scarpe Ceox sono molto leggere, c'è anche un messaggio inconscio che dice “se acquisti queste scarpe la tua donna ti obbedirà docile docile perché tu sarai più intelligente di lei...”

Non so: bisognerebbe sapere se questo sia uno dei desideri dell'uomo italiano medio (o almeno dei potenziali acquirenti delle Ceox) o se questi abbia almeno un po' di voglia di rivalsa sulla propria compagna...

Non ne ho proprio idea: magari ho voluto leggere messaggi nascosti dove invece c'è solo trita banalità...