«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

mercoledì 23 maggio 2018

Ready Donini One

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.5.0 "Bellis Perennis").

Qualche giorno fa ho terminato di leggere “Ready Player One” di Ernest Cline, Ed. DeA Planeta, 2017, trad. Laura Spini.
Un libro discreto che si legge bene riuscendo a stuzzicare costantemente la curiosità del lettore.
L'ambientazione, che a me sta molto cara, è però carente. Si cerca di giustificare il successo di OASIS (un gioco in linea di realtà virtuale) con una crisi energetica e quindi sociale ed economica. Ma non si entra assolutamente nei dettagli e, a mio avviso, paradossalmente in una tale situazione OASIS non potrebbe neppure esistere così com'è descritta.
La trama poi risente molto di numerosi interventi del deus ex machina: in un caso, sul finale, quasi letteralmente con l'intervento di un ricchissimo patrono che dà accoglienza e protezione ai protagonisti prima dello scontro finale...

Ma non voglio parlare del libro ma piuttosto di un concetto che ormai da diverso tempo (mesi? anni?) mi frulla per il cervello.
Prima vi pongo una semplice domanda sulla quale vi invito a riflettere per qualche secondo: è utile leggere?



Ci avete pensato? Va bene allora vado avanti...
La precedente domanda è volutamente vaga: si sarebbe portati a rispondere “sì, sempre e comunque” ma secondo me è più corretto un modesto “dipende”.
Dipende infatti da cosa si legge.
Io per primo amo leggere libri leggeri e non impegnativi di fantasia o fantascienza ma devo anche ammettere che questi, generalmente (*1), mi lasciano molto poco: mi intrattengono ma da essi non imparo cose nuove né stimoli per la riflessione.
Nei giorni scorsi avevo già una mezza idea di scrivere un pezzo intorno al concetto che un intero libro di intrattenimento non vale due pagine di un saggio. Ebbene, proprio ieri sera, ho ripreso a leggere Breve storia delle religioni del Donini e questo mi ha fornito un esempio concreto di questa differenza.

La lettura dell'intero Ready Player One (441 pagine) mi ha dato un unico spunto di riflessione che ho trovato interessante: nell'ambientazione si spiega che una multinazionale delle comunicazioni, la IOI, assume forzatamente alle proprie dipendenze gli insolventi che, in pratica, diventano loro schiavi fino a quando non avranno ripagato un debito impagabile, ovvero mai. Questa prima situazione è di per sé piuttosto credibile e nella storia se ne sono avuti numerosi esempi.
L'autore però va oltre e dà un accenno della loro vita quotidiana: lavoro per 12 ore al giorno, riposo in un cubicolo di 2 metri cubi, sorveglianza continua, nessuna interazione sociale, nessuna speranza di tornare liberi...
Mi sono quindi chiesto se tale modello di schiavitù avrebbe potuto funzionare in base a quanto ho imparato dalla storia (v. Schiavitù romana (1/2) e Schiavitù romana (2/2)).
L'argomento infatti mi interessa e anche nell'Epitome ne ho spesso accennato: quando è che un potere si sottomette a un altro? Quando è che si ribella? Nell'Epitome abbiamo visto che la società è costruita in maniera tale che nessun gruppo (ovvero potere, debole o forte che sia) si ribelli: tutta una serie di protomiti, che ho definito equimiti ([E] 7.1), la proteggono.
Per spiegare le rivolte degli schiavi sono arrivato quindi a due spiegazioni ([E] 7.2, 8.3).
La prima è la differenza fra chi nasce schiavo e chi lo diventa successivamente e, a sua volta, se quest'ultimo era un romano (nel senso di appartenenza culturale) o un barbaro. A chi nasce schiavo vengono infatti inculcati nell'infanzia, e quindi più facilmente ([E] 1.3), tutta una serie di protomiti che giustificano la sua posizione nella società: il giovane schiavo penserà che è giusto ubbidire al proprio padrone e non ribellarsi mai per alcuna ragione: e come sappiamo è difficile cambiare le proprie idee ([E] 1.1) soprattutto se su di esse abbiamo basato la nostra vita...
Il romano che nasce libero e diviene in seguito forzatamente schiavo ha una diversa prospettiva, ovvero protomiti che danno più valore alla propria libertà e autonomia: eppure anch'egli, in quanto cittadino romano, considererà la schiavitù ammissibile e giustificata anche se magari riterrà la propria particolare condizione di schiavo ingiusta. Comunque già il solo credere nella legittimità della schiavitù lo renderà più docile: inoltre il romano divenuto schiavo è ben conscio dei protomiti che potrebbero portarlo alla libertà e questo gli dà speranza e lo spinge ad accettare le regole della sua condizione.
Al contrario il “barbaro” che diviene schiavo viene da un contesto di protomiti totalmente diversi: magari anche nella sua società esisteva la schiavitù ma probabilmente aveva forme e giustificazioni incompatibili con quelle dei romani. Ecco quindi che l'uomo non romano divenuto schiavo è quello più portato a ribellarsi.
Il secondo fattore è quello di un brusco cambiamento delle proprie aspettative oppure una qualità di vita insostenibile (come torture quotidiane) tale che la morte divenga un'alternativa accettabile.

Ovviamente accanto a questi elementi “strutturali” vi deve anche essere un fattore di opportunità, la scintilla che inneschi la ribellione o che la rende possibile.

Ora quali di questi elementi caratterizzano gli “schiavi” di Ready Player One?
Innanzi tutto si tratta di persone libere divenute poi schiave ma che comunque provengono da una società che ritiene legittima questa forma mascherata di schiavitù. Diciamo quindi che, da questo punto di vista, siamo nel caso di tolleranza intermedia alla schiavitù e quindi stabile.
Il problema è che, nella descrizione della vita quotidiana, l'esistenza degli schiavi mi pare intollerabile: le privazioni e torture psicologiche, come sa bene la CIA, equivalgono a torture fisiche. Presto o tardi lo schiavo preferirebbe la morte a quella vita.
Di sicuro sarebbe difficile sfruttare lo schiavo economicamente visto che sul lavoro darebbe il minimo: ma, più probabilmente, impazzirebbe dopo pochi mesi.
La mia conclusione è che la schiavitù della IOI non sarebbe sostenibile né economicamente conveniente: insomma un altro buco nell'ambientazione piena di buchi...

Del libro del Donini ieri sera ho letto poco meno di tre pagine (era molto tardi) ma in effetti una sola frase ha stimolato la mia riflessione: «Sotto il velo del mito, sempre più staccata dalla realtà, la religione assume così la funzione che le è propria nella società di classe: giustificare l'esistenza di precisi rapporti di sudditanza tra gli uomini.»
Non è un concetto nuovo: è dalla premessa che il Donini ripete questa idea ogni due o tre pagine!
Però stavolta mi ha fatto scattare la comprensione profonda di quale sia la differenza col mio modo di vedere la religione ([E] 8) che ho espresso nell'Epitome: la sensazione di differenza, pur nelle similitudini, l'avevo avuta immediatamente, come ho cercato di spiegare nell'analogia della partita di calcio (v. Religioni a confronto), ma ieri mi è divenuta più chiara.
Nella visione del Donini (marxista) la religione fa l'interesse del potere in qualche modo giustificando la posizione di privilegio di pochi: nella mia visione invece la religione è un potere come tutti gli altri e, come tale, cerca di fare il proprio interesse ([E] 5.2). È solo incidentale che la religione giustifichi le diseguaglianze sociali: lo fa solamente perché ciò è nel proprio interesse non perché le stia particolarmente a cuore il potere altrui.
La differenza sostanziale fra la mia visione e quella del Donini si ha nel caso in cui supportare il potere politico vada contro all'interesse della religione: in tal caso, dal mio punto di vista, la religione come potere autonomo, non lo supporterà mentre da quello del Donini, la religione, quasi fosse un'emanazione sempre e comunque subordinata al potere politico, lo farà comunque.
Nella realtà casi del genere sono molto rari: come spiegato nell'epitome ([E] 5.7) i parapoteri (e quindi anche la religione e il potere politico) tendono a confrontarsi e cooperare fra di loro. Ma, ovviamente, ci sono delle eccezioni: mi viene in mente il ruolo della Chiesa in Polonia negli anni '80.

In definitiva, quantitativamente il libro di intrattenimento mi ha dato uno spunto in 440 pagine mentre al saggio ne sono bastate tre. Ma anche qualitativamente io trovo molto più interessante la sottile differenza nell'interpretazione del ruolo della religione nella società piuttosto che il semplice arrivare a ritenere inconsistente e irrealistica la struttura sociale ipotizzata nel libro di fantascienza.

Conclusione: leggere è importante ma se ci si vuole arricchire culturalmente è importante anche ciò che si legge. Di per sé la frase precedente è un'ovvietà: quello che però sfugge è il rapporto di utilità fra libro di intrattenimento e saggio che, nel mio esempio, è di oltre cento volte (due ordini di grandezza) a favore del secondo. Cioè, in prima approssimazione, leggere 100 libri di intrattenimento arricchisce quanto la lettura di un singolo saggio!

Nota (*1): Un esempio di eccezione può essere La mente di Schar di cui ho scritto in Un libro strano.

martedì 22 maggio 2018

Serie modeste

Ultimamente (ultimi 10 mesi?), grazie a Netflix, guardo molte serie televisive (*1) anche se ne finisco poche: sì, perché preferisco iniziarne di nuove che finire quelle vecchie.
Un po' è colpa degli sceneggiatori americani: sono molto bravi a creare aspettativa con trame e idee interessanti ma poi, quando si dovrebbe arrivare a delle conclusioni, non sono in grado di mantenere quanto promesso e, spesso, scadono nel banale o nell'assurdo.

“Dal tramonto all'alba” è forse l'esempio più cospicuo: le prime 4-5 puntate (non ricordo esattamente) sono eccezionali, poi il crollo netto. Sono fermo alla seconda puntata della seconda stagione...

Con “Continuum” sono arrivato al quarto episodio della seconda stagione: qui il peggioramento è stato più graduale, forse lo svolgersi degli eventi è troppo lento al di là dell'azione della singola puntata. Sembrava che la trama della serie non progredisse abbastanza. Ma forse ci tornerò.

Ho provato poi a guardare “Una serie di sfortunati eventi”: al primo tentativo avevo lasciato perdere dopo 10 minuti, qualche mese dopo ho voluto riprovarci e ho terminato la prima puntata. Ma è un umorismo che non capisco e che non mi piace, TUTTI i personaggi mi restano antipatici. Non so: forse ci sono anche ragioni psicologiche ma non vi ho riflettuto.

Poi ho guardato abbastanza “Wolfblood”: una serie inglese.
Le serie inglesi di solito mi piacciono ma hanno il limite di essere prodotte con pochi mezzi rispetto a quelle americane: se il genere è basato su recitazione e trama non è un grosso problema ma se c'è bisogno di effetti speciali allora...
Un'altra differenza fra serie americane e inglesi è nella scelta degli attori: nelle serie americane le attrici (e credo gli attori) sono tutte belle o almeno molto carine, nelle serie inglesi no (*1).
Non so, forse l'idea è quella di rendere le serie più realistiche mettendovi volti che non sembrano venire dalle riviste patinate.
E poi c'è quello che è forse il più grande limite dell'attuale produzione inglese: ovvero il voler inserire, talvolta forzatamente, il politicamente corretto in ogni episodio: il risultato è spesso prevedibilità e quindi noia.
Ora se al pubblico inglese sta bene essere condizionato e influenzato anche da programmi di intrattenimento allora benissimo per i produttori e per chi li commissiona: io però voglio solo divertirmi e distrarmi quando guardo una serie e, se mi accorgo che si cerca di manipolarmi, allora mi irrito e guardo altro.

Altra serie inglese è “Skins” (sono arrivato alla sesta puntata della prima stagione). L'ho iniziata a guardare perché era V.M.18 ma non mi è ben chiaro il motivo: a parte qualche nudo non c'è altro. Segue la vita quotidiana di vari giovani studenti inglesi ma non riesce ad appassionarmi. Qualche ragazza carina ma parecchi personaggi insopportabilmente antipatici.

Un'altra serie inglese che avevo iniziato a vedere (ma si tratta ormai di oltre sei mesi fa) era “Misfits”. Trama sostanzialmente a episodi, basata principalmente sulle interazioni dei protagonisti fra loro. Gli effetti speciali non cercano di essere realistici e quindi sono tollerabili. Finché vi erano idee buone e originali l'ho guardata volentieri ma arrivato alla seconda stagione (episodio 5) ha iniziato ad annoiarmi.

Ah, ho visto anche la serie americana “Happy!”: solo 8 puntate. Carina: una strana commistione fra scene iper violente e cartoni animati. Sembra la sceneggiatura per un film diluita su più episodi...

Di “The Originals” sono arrivato al 16° episodio della prima stagione. L'ambientazione con vampiri, magia e lupi mannari in generale mi piace. Mi ha però da subito lasciato perplesso la decisione di rendere i protagonisti come i vampiri più antichi (e quindi gli “originali”), i primi creati. Primo non mi sembrano abbastanza potenti né la storia della loro nascita mi convince e, secondo, vengono fatti risalire ad appena mille anni fa circa: probabilmente per gli americani mille anni sembrano molti ma per gli europei, abituati a una storia più antica, è un po' poco...
Comunque molte attrici erano carine e questo basta per guadagnare la mia attenzione.

“Designated Survivor” (di cui devo aver già scritto) è un'altra di quelle serie che parte alla grande e poi inizia a brancolare nel vuoto (di idee). Le prime 13 puntate (circa) sono ottime poi la noia. Sono arrivato alla seconda puntata della seconda stagione. “House of Cards” è infinitamente meglio.

Nelle ultime settimane sto seguendo tre serie in parallelo.
La prima è “Zoo”. Ho iniziato a guardare la serie molto prevenuto perché le premesse erano di una trama bislacca e non credibile: gli animali si “ribellano” al genere umano e incominciano a “coordinarsi” uccidendo persone. La trama, come previsto, si è dimostrata in effetti assurda ma, per quanto ci sia andata vicino, non ha mai superato la linea della sospensione della credulità che le avevo assegnato. Soprattutto dal punto di vista scientifico è carente: sembra che la rivolta degli animali sia stata provocata da una multinazionale chimica che, in tutti i suoi prodotti, usa un catalizzatore, una specie di “lievito madre”, che accelera la produzione rendendola più economica. Anche l'evoluzione degli animali che entrano in contatto con i suoi prodotti ne è però accelerata provocando mutazioni che danno loro dei super poteri.
La “soluzione” la scopre però uno dei protagonisti, il veterinario del gruppo, che grattugia un po' del “lievito madre”, lo aggiunge a un dente di leopardo tritato, mescola il tutto in un miscelatore elettronico e, DNA-cadabra, ecco pronto l'antidoto!
In realtà forse continuo a guardare questa serie solo per “colpa” di una delle protagoniste: la “giornalista”, una ragazza molto carina e con un bel nasone...

La seconda è “L'alienista”: una serie in costume, ambientata nella New York di fine XIX secolo. Belle le ricostruzioni. Interessanti i personaggi. Trama accettabile. Il mio giudizio dipenderà molto da come evolve.

La terza serie l'ho iniziata da pochi giorni e si intitola “Under the dome”. La trama si basa sull'assurdo di una cupola di energia invalicabile e indistruttibile: il mio giudizio finale dipenderà da come verrà giustificata ma, per adesso, neppure ci provano.
In pratica la serie si basa sulle relazioni dei personaggi intrappolati sotto la cupola e le problematiche dovute all'isolamento forzato: come verrà gestita la fine del cibo e delle medicine?
Ovviamente a me della serie piace soprattutto la procace giornalista dai capelli rossi...

Vabbè, la maggioranza delle serie che ho visto sono guardabili ma anche dimenticabili: cioè guardarle una volta può essere piacevole, due o più volte uno strazio!

Le eccezioni sono: “Altered Carbon” veramente una trama bellissima! “Penny Dreadful” ma solo la prima stagione; “The OA” che però forse è piaciuto solo a me!; e forse “Tredici” probabilmente grazie all'ottima interpretazione del protagonista maschile...
Ah! e dimenticavo “Stranger Things”! La prima stagione è eccellente, la seconda già un po' peggio...

Conclusione: l'ideale sarebbe sapere in anticipo quali sono le serie valide! Anche se in realtà molto dipende dai gusti. Ad esempio “The OA” è davvero adatto a pochi ma a me è piaciuto tantissimo...

Nota (*1): anche perché Netflix di film che mi interessano ne ha pochi nel suo repertorio...
Nota (*2): in quelle spagnole poi sembra che debbano essere brutte per poter recitare...

lunedì 21 maggio 2018

La iper iper-velocità

Tanto tanto tempo fa iniziai a studiare Unholy Paradise dei Lonewolf, un gruppo francese di power metal non troppo conosciuto: eppure tale canzone, già al primo ascolto, mi entusiasmò.
Ovviamente in linea non esiste alcun loro spartito e così, con pazienza e orecchio, il maestro mi trascrisse la parte della chitarra in maniera che potessi impararla.
Tanto per capirci sto parlando della Lezione LVIII del luglio 2013: ormai quasi cinque anni fa!

Adesso sono lento a imparare nuovi pezzi ma all'epoca lo ero molto di più!
Per imparare le prime 24 battute mi occorse MOLTO tempo: più o meno tutta l'estate 2013. Solo a inizio settembre (v. Lezione LXI) si mise da parte il brano perché la parte seguente sembrava troppo difficile.

Due anni dopo, a settembre 2015, riprendemmo il pezzo (v. Lezione LXXXI): ero migliorato e le battute successive mi sembrarono subito abbordabili invece che “troppo difficili”. Solo la parte veloce prima dell'assolo era dura. Vedo adesso, ricontrollando il mio quaderno degli esercizi, che all'epoca studiavo il brano a 125bpm o, almeno, sapevo che era quella la velocità che avrei dovuto raggiungere: come vedremo in futuro mi dimenticherò di tale “particolare”...

Nel giro di qualche mese iniziai a concentrarmi su quella che chiamai la PV-unholy, ovvero la Parte Veloce di Unholy paradise, le battute dalla 102 alla 109 (che si ripetevano due volte di fila). Ad esempio il 7 novembre 2015 le studiavo a 90bpm, il 1/12/2015 ero a 95bpm. Pochi giorni dopo il maestro (v. Lezione LXXXII) mi assegnò degli esercizi specifici per aumentare la velocità e così rimisi di nuovo da parte Unholy paradise.

A febbraio 2016 iniziarono le allucinazioni: in Lezione LXXXIV affermai di essere arrivato a 112bpm (curiosamente la velocità obiettivo è passata da 125 a 120bpm). Se ben ricordo però, riascoltandomi si scoprì che mi “mangiavo” delle note e così la velocità diminuì di nuovo...
Marzo 2016, vedi Lezione LXXXV, dico di essere a 117bpm e maggio a 118 (v. Lezione LXXXVI). Ma dai miei appunti vedo che già l'8 maggio ero tornato a 107bpm...
Infine a luglio (v. In attesa della lezione), depresso per i miei non miglioramenti, smisi di allenarmi sul brano dei Lonewolf.

Un anno dopo, esattamente il 3 luglio 2017, ritornai alla carica: ero diventato molto più preciso e l'approssimazione con cui suonavo l'anno prima non era più accettabile. Nel frattempo però mi ero scordato che la velocità reale del brano è 125 bpm e, anzi, mi ero convinto che fosse 111bpm (probabilmente l'ultima velocità a cui mi ero allenato l'anno prima). Ricominciai a suonare al 70% di 111bpm...
Mi ci vuole tutta l'estate e l'inizio dell'autunno per ricordarmi l'intero brano: in quel periodo mi allenavo veramente poco.
A fine ottobre 2017 suonai di nuovo sopra il brano originale. Però, dopo un po', mi accorsi che mentre su GuitarPro, a 111bpm, riuscivo a suonare tutto, sul brano reale non riuscivo a fare la parte veloce. Così, a dicembre, mi “insospettisco” e controllo la velocità del brano reale: ottengo 125bpm!
Ricomincio quindi ad allenarmi separatamente sul brano e sulla parta veloce. A gennaio 2018 sono di nuovo a 110bpm sulla parte veloce: certo, suono le note in maniera infinitamente più chiara e pulita rispetto a due anni prima ma, in definitiva, non mi schiodo da tale velocità.
A inizio febbraio sono a 113bpm (con note pulite e chiare), a inizio marzo arrivo a 114bpm. A inizio aprile sono sempre a 114bpm: sembrerebbe che abbia raggiunto il mio (basso) limite di velocità eppure un giorno (il 9 aprile) succede qualcosa. Finalmente la mano destra e sinistra iniziano a suonare da sole quelle micidiali battute: il non dover pensare al movimento delle mani mi permette di andare MOLTO più veloce. Dopo tutte le esperienze passate aumento però la velocità solo di 1bpm alla volta. Ecco la sequenza dei miei progressi: 13/4 → 115bpm; 22/4 → 116bpm; 4/5 → 117bpm; 15/5 → 118bpm (ma non mi ero allenato per 10 giorni quindi, in pratica, si trattava dell'esercitazione successiva!). Sembrerebbero dei progressi lenti ma in questi ultimi due mesi, avevo ripreso ad allenarmi poco, inoltre aumentavo la velocità sempre di una singola unità anche se sentivo di riuscire ad andare molto più veloce.
Il 18 maggio mi esercito a 118bpm e decido di incrementare la velocità a 119bpm all'esercitazione successiva: alla fine della pratica mi accorgo però di non aver diminuito la velocità della parte veloce del brano: in altre parole non l'ho suonata a 118 ma a 125bpm!

Così oggi mi sono registrato mentre suonavo sopra i circa 15 secondi, in ciclo continuo, della parte veloce del brano reale: ovviamente ho subito fatto peggio del solito però si sente chiaramente che, volendo, riesco ad andare più veloce dell'originale e questo significa che ci sono quasi...

Inizialmente mi ci vuole un po' per carburare poi, trovato il ritmo, riesco a reggerlo solo per un paio di cicli prima che la stanchezza mi porti a commettere numerosi errori... e senza considerare che a volte non vado a tempo e sono, incredibile a dirsi, troppo veloce! Comunque riprendo un attimo fiato e poi do tutto nell'ultima esecuzione, che inizia a 2' 27” ed è decisamente buona.

Potete ascoltare l'intera mia breve esercitazione (un totale di 2' e 45”) senza censure QUI!!

Ora il problema sarà riuscire a suonare bene da subito questa parte ma credo, con un po' di pazienza (che tutto sommato non mi manca!), di potercela fare...

Conclusione: soddisfazione! Ora devo avere il parere dei miei amici chitarristi (e del maestro che però mi ha detto di essere pieno in questo periodo)...

domenica 20 maggio 2018

Manuale identificazione fiori

Dopo mesi di intenso utilizzo credo di poter fare una recensione ben motivata del manuale che adopero per riconoscere i fiori: Che fiore è questo? di Spohn | Aichele | Golte-Bechtle | Spohn, Franco Muzio Editore, 2014.

Prima una curiosità: cercando la data di pubblicazione ho scoperto che questa versione italiana è basata sulla 58a edizione tedesca e che la prima è del 1935!
Viene da pensare che in Germania esista una tradizione botanica “popolare” molto più diffusa che da noi.

Pro:
- La modalità per trovare i fiori sul libro, basata sul colore e numero dei petali, è abbastanza efficiente.
- Ottima qualità della carta e pagine tutte a colori.
- Ben fatto l'indice che contiene i nomi italiani e quelli latini sia delle specie illustrate che di quelle appena accennate (perché simili).

Contro:
- Formato pagine piccolissimo: appena 13x19.4 cm.
- Una sola immagine per fiore e quattro immagini di fiori diversi compresse in una sola pagina rendono talvolta difficile riconoscere il fiore trovato (*1).
- Caratteri troppo piccoli e difficoltosi da leggere.
- Nelle descrizioni sono usati molti termini tecnici non spiegati.
- Più materiale informativo sarebbe stato gradito e utile.
- Manca glossario completo che spieghi i termini botanici usati. Esiste la sezione “Terminologia botanica illustrata” ma è grandemente incompleta.
- Le sezioni “Alberi e arbusti” e “Le erbe” sono inutili in quanto difficilmente utilizzabili: le 90 pagine così sprecate avrebbero potuto essere utilizzate per aggiungere altri 180 fiori all'elenco.

Non lasciatevi ingannare dalla lista dei “contro”: il libro è buono solo che non è perfetto.
Ho la netta sensazione che l'originale tedesco sia di formato decisamente più grande ma che l'edizione italiana, probabilmente per ridurre i costi, ne abbia compresso la dimensione (e forse anche il materiale?) creando così molti problemi. Alla fine il prezzo di 32€ è comunque altino anche se, come detto, le pagine mi sembrano di ottima qualità: col senno di poi avrei preferito spendere 50€ per un formato un po' più grande ma onestamente non so se a quel punto l'avrei comprato in prima battuta. Insomma l'editore ha probabilmente fatto la scelta commerciale giusta...

Conclusione: nel complesso è una buona guida all'identificazione dei fiori che, anche quando non presenta la specie esatta, permette spesso di identificarne almeno il genere. Come primo manuale può andare bene con la consapevolezza però dei suoi limiti.

Nota (*1): in un paio di casi (“Peverina dei prati” e “Falsa ortica purpurea”) i fiori erano presenti sul manuale ma non sono riuscito a riconoscerli!