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martedì 9 maggio 2017

Il terzo mistero dell'immigrazione

Lo scorso mese scrissi il pezzo Il capitolo mancante nel quale facevo il punto sulla mia comprensione della problematica dell'immigrazione nel mondo occidentale.

Il “succo” era che ancora percepivo che qualcosa mi sfuggiva e sentivo, pur senza identificare esattamente il problema, che qualcosa non mi tornava. Solo per questo motivo esitavo a introdurre nella mia epitome un capitolo su questa importante tendenza globale.

Ebbene oggi, mentre facevo tutt'altro (aspettavo un amico lungo la strada e guardavo passare le macchine mentre, contemporaneamente, ero molto preoccupato per come avevo parcheggiato la mia auto!), ho avuto un'intuizione: ho capito cosa inconsciamente mi sfuggiva e ne ho poi compreso il motivo e la giustificazione!

Come avevo riassunto in Il capitolo mancante le ragioni per cui l'immigrazione è voluta dai parapoteri occidentali sono essenzialmente tre:
1. ampliare il mercato (anche se di acquirenti con scarso potere di acquisto)
2. nel medio lungo termine costituire un nuovo gruppo sociale da opporre alle cosiddette forze populiste. Vedi il detto dello pseudo Lincoln: “Puoi ingannare qualcuno per sempre e tutti per un po' di tempo, ma non potrai ingannare tutti per sempre”. Immettendo gli immigrati nel sistema democratico si ha una massa di elettori ancora suggestionabili dalle manipolazioni dei media e dei partiti tradizionali.
3. la ricerca da parte dei parapoteri economici di mano d'opera specializzata in maniera da poter calmierare gli stipendi per le professioni più ricercate ed essere così più competitivi sul mercato.

Ecco, era questo terzo punto che non mi tornava: i parapoteri economici del mondo occidentale (quindi le grandi multinazionali, banche d'affari, etc...) cercano forza lavoro specializzata (tipo ingegneri, chimici, medici, informatici) a basso costo per calmierare gli stipendi di queste professioni più richieste: le fabbriche con operai non qualificati e simili oramai sono già sature oppure sono state trasferite in Cina o altri paesi con un costo del lavoro è notevolmente più basso.
A conferma di questa teoria abbiamo visto come la Germania della Merkel abbia accolto gli immigrati siriani che, professionalmente, sono quelli più qualificati.
Ma la maggior parte degli immigrati africani che in Italia vediamo gironzolare in bici e col telefonino in mano non sembrano essere particolarmente qualificati professionalmente: e allora qual è la loro utilità dal punto di vista dei parapoteri economici? Ricordiamo poi che ormai, nell'epoca della globalizzazione, i parapoteri economici di cui scrivo non sono italiani (la nostra unica multinazionale era la FIAT ma, come tutti sappiamo, se l'è svignata in UK/Olanda) ma hanno sede nel nord Europa e negli USA.
Quindi, mentre gli immigrati africani in Italia possono sempre essere utili per i punti 1 e 2, non sembrerebbero avere una loro rilevanza per il punto 3.

Questa apparente mancanza di utilità (in riferimento al punto 3) era il dubbio che inconsciamente avevo percepito e che mi faceva sempre dubitare della totale affidabilità di questa teoria sull'immigrazione.
Eppure la spiegazione era semplice e ce l'avevo sotto il naso!
Bastava fare due più due ma per qualche motivo non c'ero arrivato...

Eppure l'immigrata peruviana citata in Il capitolo mancante aveva posto lo domanda giusta ma io le avevo “risposto” in maniera solo parzialmente corretta...
Copio è incollo:
«Ironicamente l'autore dell'articolo si dà la zappa sui piedi riportando la domanda che, chiaramente in buona fede, si pone una immigrata peruviana: come mai i giovani italiani quando vanno all'estero accettano i lavori umili che qui rifiutano?
La mia risposta è: perché i giovani italiani si rendono conto che in Italia sarebbero sfruttati mentre all'estero no!
»

Quello che i parapoteri economici (che ricordiamolo non sono italiani) vogliono ottenere è l'emigrazione dei giovani italiani, spesso laureati, che rappresentano una pregiatissima mano d'opera altamente specializzata.
La “fuga di cervelli” è, ricordiamolo (v. anche Cervello evaso), un disastro per l'economia italiana ma una manna per chi li accoglie.
Infatti, come detto, anch'io avevo fatto un errore: nel pezzo summenzionato avevo scritto che i giovani italiani non sarebbero sfruttati all'estero. Ma non è esattamente così: i giovani italiani all'estero sono trattati meglio (economicamente e professionalmente) all'estero che in Italia ma, nel paese di destinazione, svolgono esattamente il ruolo indicato al “famigerato” punto 3: il lavoro che l'italiano accetta con entusiasmo (perché molto più remunerato che in Italia) in effetti localmente calmiera le paghe in tale settore: in effetti quindi anche l'italiano all'estero è sfruttato anche se non se ne rende conto.
Ecco spiegato quindi l'arcano: la fuga dei cervelli italiani è ben voluta all'estero perché permette di abbassare il costo del lavoro e quindi di alzare i profitti dei parapoteri economici.

L'unico aspetto della teoria che ancora non mi è del tutto chiaro è se ci sia o meno una relazione diretta fra immigrazione non qualificata in Italia e l'emigrazione qualificata dall'Italia. A naso direi di sì anche se non credo determinante: se (per assurdo: sappiamo infatti che con l'euro ciò è impossibile, vedi L'euro assassino) l'economia italiana andasse bene e ci fossero buoni posti di lavoro per i giovani allora l'emigrazione dal nostro paese sarebbe limitata. Però ho anche la sensazione che l'immigrazione vada a colmare quella richiesta di lavoro che potrebbe costituire il piano B, magari temporaneo in attesa di un posto migliore, per un giovane italiano. In definitiva, la mia stima a naso, è che l'immigrazione in Italia possa determinare, più o meno indirettamente, un 15% (*1) della nostra emigrazione.

Il nuovo fondamentale elemento di oggi è il ruolo dell'emigrazione italiana che globalmente è auspicata e favorevole ai parapoteri economici.

Conclusione: ho la sensazione che il capitolo sull'immigrazione per la mia epitome sia più vicino...

Nota (*1): come detto si tratta di un numero scritto sostanzialmente a casaccio: intuitivamente però non mi stupirei se nella realtà tale valore fosse sostanzialmente più alto. Magari a causa di una sorta di effetto a catena dove il lavoratore non qualificato prende il lavoro del diplomato e il diplomato quello del laureato. Già una ventina d'anni fa l'azienda di informatica per cui lavoravo aveva iniziato ad assumere diplomati che pagava quanto laureati (o viceversa?) ma che, a differenza di quest'ultimi, erano entusiasti del lavoro. Un altro indizio a questo proposito lo abbiamo in Generali e soldatini.

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