«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

lunedì 22 maggio 2017

Un mio tesoro

L'altra settimana ne ho anche approfittato per andare a trovare un mio vecchio amico: l'ho trovato un po' stressato (so che mi legge quindi è probabile che lo prenda in giro!) ma ci siamo divertiti.
Siccome ha una grande conoscenza musicale, e gusti leggermente più raffinati dei miei, abbiamo passato molto tempo ad ascoltare brani su Youtube: ho così scoperto, fra le varie cose, che gli Amon Amarth non sono tedeschi (ero sicuro al 100%) ma svedesi!
Ci sono rimasto molto male...

Poi abbiamo parlato anche della situazione europea: nonostante egli sia l'unico ad aver letto la mia epitome non sono sicuro che ne sia stato minimamente influenzato...
Anche lui pensa che l'Europa attuale non vada bene così com'è ma ritiene un errore uscirne come ha fatto l'UK: anzi vedeva in tale scelta un egoismo nazionalistico che, secondo lui, non dovrebbe più trovare spazio in Europa. Io invece ritenevo (e ritengo) che la BREXIT sia stata una decisione giusta perché non vedo possibilità di cambiamento in questa Europa “delle banche” e, quindi, meglio salvare il salvabile e uscirne magari contribuendo a creare una nuova Europa quando questa sarà crollata sotto il peso della sua ingiustizia.
Sfortunatamente non un bravo oratore: 1. non sono abituato a farlo; 2. sono lento a pensare; 3. non cerco semplicemente di “avere la meglio” in una discussione ma piuttosto di spiegare le mie idee e di soppesare i pro e i contro di quelle altrui: considero quindi molto attentamente le opinioni degli altri ma questo toglie reattività alla mia dialettica...
Come detto il mio amico era anche piuttosto stressato e non mi sembrava di mente aperta e pronto ad ascoltare com'è di solito: anche questo mi ha tolto voglia di discutere per evitare di irritarlo più di quanto non fosse.
Però ho continuato a pensare all'argomento che più mi aveva intrigato: è meglio (più giusto e corretto) cercare di cambiare le cose rimanendo all'interno, come diceva lui, o eventualmente, magari quando i tempi saranno più maturi, dall'esterno come suggerivo io?
Istintivamente il mio approccio mi sembrava più corretto ma apprezzavo anche la “lealtà” e la fiducia nelle “istituzioni europee” nel voler cambiare le cose dall'interno come diceva lui (perché poi, argomentava, dall'esterno si hanno molte meno possibilità d'intervento che dall'interno).

Alla fine, con vari giorni di ritardo, mi è venuto in mente un esempio/metafora che ha spazzato via ogni mio dubbio. Supponiamo che la nostra casa prenda fuoco: cercheremo di spegnere le fiamme dall'interno, più efficiente, oppure dall'esterno, più sicuro?
Io, se mi rendessi conto che con il mio piccolo estintore ho poche possibilità di spegnere il fuoco, sicuramente cercherei di mettermi in salvo...
Analogamente l'Europa è l'edificio in fiamme: si può fare gli eroi e provare a cambiarla dall'interno, ma con la certezza di rimanere bruciati nel tentativo, oppure uscirne, vederla bruciare salvando però la pelle, ed eventualmente provare poi a ricostruirla migliore...

Altro argomento di discussione sono state poi le armi da fuoco. Mi ricordavo che lui era molto sensibile all'argomento e quindi l'ho introdotto con molta prudenza.
Egli è completamente contrario alla nuova proposta di legge che permetterebbe (il condizionale è d'obbligo visto che ci si capisce il giusto) di sparare a chi entra in casa di notte: secondo lui questo porterà a più vittime perché i ladri agiranno armati e pronti a sparare al minimo segno di pericolo mentre le vittime, mezze addormentate, non saranno in grado di reagire efficacemente.
Io, più prosaicamente, non mi esprimevo sulla legge (non conoscendone i dettagli) ma trovavo ridicola la distinzione fra “giorno” e “notte”.
Però ho voluto comunque segnalargli un'argomentazione a favore della diffusione delle armi fra la popolazione che avevo trovato molto interessante. Credo di averla letta in “The American democracy” di Tocqueville ma non ne sono sicuro: l'idea è che lo stato centrale ha la tendenza a divenire sempre più forte e questo, nel corso dei secoli, a scapito prima delle comunità locali e, più recentemente, delle famiglie. Il potere dello stato è forse meno arbitrario ma molto più pervasivo che nell'antichità, col risultato di ridurre il singolo cittadino alla quasi totale impotenza (*1).
Ora un singolo cittadino armato non è un problema per lo Stato: ma se a essere armata è un'intera comunità ecco che anche lo Stato non può permettersi di ignorare completamente il volere di tale gruppo di individui nelle proprie decisioni.
A questa idea il mio amico si è tappato le orecchie: “non si può partire dall'idea che le istituzioni vadano contro gli interessi dei cittadini” (ok, lui ha espresso questo concetto in maniera tale che mi sembrava più logico quando lo ha detto!). Qualcosa tipo che non si può costruire una società partendo dall'idea che le sue istituzioni possano non funzionare come dovrebbero...
Notando la sua agitazione ho subito lasciato perdere l'argomento eppure, come ho scritto nella mia epitome, la fallibilità delle istituzioni deriva direttamente dai limiti dell'uomo. È ingenuo pensare che, anche al di là degli errori di un singolo, le istituzioni siano di per sé perfette.
Al contrario Tocqueville apprezza della costituzione americana proprio la propensione a bilanciare i vari poteri fra loro in maniera tale che se uno di questi “impazzisse” gli altri avrebbero gli strumenti per contrastarlo. Un meccanismo di questo tipo è quello di dare un grande potere a un grande numero di persone ma con una limitata possibilità di applicarlo: per saperne di più rimando a I giudici USA...

Ovviamente le armi sono pericolose e, se queste sono massicciamente diffuse fra la popolazione, se ne abuserà spesso con conseguenti morti e feriti. Eppure credo che la democrazia americana, col suo grande rispetto per il singolo individuo, debba molto in questo senso anche alle armi.
La libertà individuale di armarsi vale le vittime che provoca? Secondo me sì perché è anche una garanzia democratica.

A sera il mio amico, verso le 22:30 quando stavo salutandolo per tornarmene a casa, se ne è uscito con uno stranissimo dilemma che però evidenzia benissimo una peculiarità del suo carattere: egli si appassiona ad argomenti estremamente particolari che studia poi in grande profondità. Qualche esempio a casaccio: la tecnologia dei FLAC (ha collaborato con l'autore), ciclo dei robot di Asimov, Championship Manager 2001-2002 (collabora con gli attuali gestori della banca dati), le oscillazioni annuali della torre di Pisa (ha una teoria che spiega perfettamente alcuni presunti “misteri” che sfuggono agli studiosi!), etc...
Ebbene adesso ha un nuovo interesse: la forma/struttura delle porte/reti nel calcio. Mi ha spiegato in pochi minuti, con la sua usuale precisione, tutta un'evoluzione di forme e strutture a cui non avevo mai fatto caso. Egli si lamentava che non ci fosse un'adeguata teoria che spiegasse una peculiare e inspiegabile stranezza: mentre prima esistevano molti tipi di porte/reti adesso ce n'è solo uno (con l'eccezione di quelle a “coda di rondine” ma perché sono “trasportabili”).
A me dispiaceva dirgli che l'argomento non mi sembrava poi così affascinante e così gli ho detto la prima teoria che mi è passata per la testa: io - «Forse la FIFA ha diramato una nuova direttiva per rendere omogenee tutte le porte/reti nei maggiori campionati di calcio...» e lui - «È possibile: ma non esiste alcuna documentazione al riguardo!!»
Ho avuto la sensazione che avrebbe gradito parlarne ancora a lungo ma sono scappato via...

Conclusione: l'ho scritto che egli è l'unico lettore a me noto della mia epitome, vero?

Nota (*1): teoria oltretutto completamente compatibile con le tendenze globali che ho descritto nella mia epitome. Il potere egemone che diviene sempre più potente togliendo forza a quelli più deboli, etc...

sabato 20 maggio 2017

Il riflesso dello zio

Lo scorso fine settimana, dopo mesi e mesi, mi sono deciso ad andare a trovare gli zii che abitano al mare. Avrei dovuto farlo da tempo ma, anche se non dico bau bau, sono un cane.
È che mio zio è malato di Alzheimer (o comunque qualcosa di simile) e, ormai da un paio di anni, la malattia è evidente: e io quando c'è una malattia grave di questo tipo (o, con altri parenti, vari tumori) mi nebulizzo.
Lo so che la mia visita farebbe comunque piacere, in questo caso specifico se non allo zio almeno alla zia, ma non sopporto la sensazione di impotenza che provo.
Non so, magari un po' è anche colpa dei mie genitori che non mi fecero vedere i nonni quando erano ammalati affinché mantenessi “un bel ricordo” di loro. Ma certo molto è colpa del mio carattere.
Insomma mi è più facile dare buoni suggerimenti di vita ai miei lettori che seguirli per me stesso. Sembra un concetto di De André, solo detto meno poeticamente...

Che poi quando sono lì, nonostante il dolore per la malattia delle persone care, mi trovo bene, sono felice di esserci e, magari, di riuscire a portare qualche sorriso. Però è la sensazione che ho prima quella che mi blocca...

Anche stavolta è andata così: ho passato diverse ore con lo zio, compresa un'escursione a piedi nei paraggi quando lui si era messo in testa di dover consegnare “qualcosa” a “qualcuno” per “qualche motivo”. È triste pensare che lo zio aveva due lauree (prese negli anni '50, quando queste non erano così comuni) e che adesso invece non riesce a fare un discorso coerente di cinque parole: anche nelle proprie allucinazioni si confondeva e ne mischiava insieme due o più. Come se fosse in un sogno e stesse cercando di ricordare qualcosa venendo però continuamente distratto e rapito da altri pensieri, parole e memorie di sogni passati.
Eppure ho goduto comunque della compagnia dello zio: svanita la sua cultura (anche se qualche citazione in latino o francese ogni tanto la “sparava” lo stesso) è rimasta la sua natura più profonda che è quella di una persona buona. E questa bontà comunque la si percepisce ancora anche se non saprei neppure dire come: forse non più dalle sue parole ma la si può scorgere nei suoi sguardi e nei suoi gesti.
Spero di non essere troppo melenso ma quello che scrivo è la verità o, comunque, sono le sensazioni che ho provato. Forse ha ragione Aristotele quando insiste sull'importanza delle buone abitudini che formano il carattere di una persona il quale, a differenze delle nozioni che si studiano sui libri, sopravvive anche a una cattiva vecchiaia: ecco, questa positività del suo carattere, è ancora percepibile.
Ad esempio nel suo delirio mi spiegava che doveva portare dei “documenti” a un ufficio, perché ormai aveva preso un appuntamento; si preoccupava poi di dire alla badante che, se passavano “loro” di dirgli che... Insomma gli elementi fondamentali che emergevano in questa specie di allucinazione erano il suo rispetto per le regole, il voler fare qualcosa perché deve essere fatta e il cercare di preoccuparsi per gli altri.
Ho la sensazione che altri malati, con personalità diverse dalla sua, possano avere deliri molto più cupi e basati su temi più gretti.

Non sono sicuro che mi abbia riconosciuto o che, comunque, ne fosse sempre consapevole: un paio di volte, pur senza dirmi niente, mi è parso che mi squadrasse come se cercasse di ricordare chi fossi e cosa facessi lì. Ma in generale era però evidente che doveva percepire che ero una persona che gli voleva bene e a cui lui voleva bene. L'ascoltavo con pazienza e lui sorrideva raccontandomi delle storie che, come tutte quelle più belle, raramente avevano un inizio e una fine...

Conclusione: dovete poi sapere che io odio essere chiamato in pubblico col mio nome però, le due o tre volte che l'ha fatto lo zio, mi sono sentito gonfiare d'orgoglio e di felicità!

Modificato 22/5/17: ho deciso di aggiungere una "vecchia" foto dello zio. Ho scelto la seguente perché mi pare appropriatamente malinconica...

Idea racconto delle 3:00

Stanotte mi sono improvvisamente svegliato alle 3:00 con un'idea per un breve racconto di fantascienza in mente. L'idea prende lo spunto iniziale da un romanzo che sto leggendo ma quello è solo il pretesto per mettere in moto il racconto poi trama, stile, personaggi sono completamente diversi.
Mi pare un racconto anche facile da scrivere quindi è molto probabile che lo faccia davvero: prevedo da uno a tre pezzi lunghi...

giovedì 18 maggio 2017

Paradosso Paradox

Più o meno due anni fa scoprii Steam (v. Giugno afoso anzi vaporoso) e i giochi per Linux.
Nella primavera del 2015 (non ho voglia di cercare i collegamenti) elaborai diverse teorie: ma essenzialmente giochi più facili e parecchi ricavi su DLC (ovvero contenuti scaricabili a pagamento).

All'epoca erano solo ipotesi, ma adesso ho un'idea più chiara?
La risposta è nì: la ragione è che solo una piccola frazione dei grandi produttori di videogiochi pubblica per Linux e, contemporaneamente, la gran parte dei miei acquisti sono prodotti di sviluppatori indipendenti (con i quali, a torto o a ragione, tendo a identificarmi nutrendo forte simpatia nei loro confronti) o comunque di piccole case di sviluppo. E ovviamente questi ultimi sono un discorso a parte e seguono le strategie di produzione/vendita più disparate.

L'unica grande casa di sviluppo (in realtà è medio-grande: ha circa 200 dipendenti) che conosco bene è la Paradox: una compagnia svedese che produce da molti anni giochi di strategia piuttosto sofisticati.
Proprio a giugno 2015 comprai il loro King Crusader II (menzionato più volte: v. CK2: scenario iniziale o Messo (strategicamente) male) mentre a maggio dello scorso anno (per il mio compleanno) mi comprai una novità Stellaris (v. Questione Stellaris), uno strategico di ambientazione fantascientifica. Inoltre seguo con molta attenzione altri due loro giochi: Europa Universalis IV e Heart of Iron IV. Con meno attenzione seguo anche altri loro prodotti come Pillars of Eternity e simili...

Insomma su Paradox penso di poter dare un parere piuttosto ponderato: ebbene mi mancano parecchi elementi (soprattutto economici: in particolare non so quanto rappresentino del suo fatturato i giochi che produce direttamente rispetto a quelli che pubblica e basta (*1)) ma voglio comunque sbilanciarmi: scommetto che nel giro di qualche anno questa compagnia fallirà! Da notare che proprio nell'ultimo trimestre la Paradox ha ottenuto profitti record...

Le ragioni della mia previsione (ammetto piuttosto azzardata) le ho maturate osservando l'andamento dei quattro giochi sopramenzionati.
KC2 e EU4 sono giochi ormai “vecchi” e hanno accumulato col tempo tonnellate di DLC.
Per KC2 ho la netta sensazione che le prime DLC avessero molto più contenuto rispetto al loro prezzo di quelle più recenti. “Conclave” un'espansione del febbraio 2016 fu pessima (e per diversi mesi mi costrinse a non giocare!) aggiungendo meccaniche non adatte al gioco oppure semplicemente tediose. Forse per questo la DLC successiva “The Reaper's Due” (agosto 2016) ebbe un costo più basso del solito (e, a mio avviso, è una delle migliori espansioni in assoluto) e corresse alcuni problemi introdotti da “Conclave” (non entro nel merito perché altrimenti dovrei spiegare delle meccaniche molto tecniche del gioco). L'ultima espansione “Monks and Mystics”, del marzo 2017, uscì in uno stato che sembrava totalmente non testato e tuttora, dopo un primo aggiornamento, presenta ancora moltissimi bachi e, cosa ancor più grave, alcune meccaniche sono totalmente fuori controllo.
Su EU4 non posso essere altrettanto preciso ma di certo il rapporto fra contenuti e prezzi delle ultime DLC è crollato: ovvero i prezzi sono aumentati ma le DLC hanno introdotto poche novità.
Passando ai giochi più recenti Stellaris è uscito quando ancora era chiaramente incompleto e la sua prima espansione “Leviathans” (10€) aggiunge pochissimi nuovi contenuti. Un po' meglio la successiva DLC “Utopia” (15€ ma questa non mi sono fidato a comprarla). Nel complesso il gioco appare ancora debole di contenuti, con meccaniche che non funzionano e una pessima AI.
Discorso totalmente analogo per HoI4: anzi, da quello che ho capito, ha gli stessi problemi di Stellaris ma ancor più gravi ed evidenti.

Il problema di fondo, che stranamente nessuno dei vari utenti arrabbiati/frustrati sembra aver notato, mi pare evidente: nel corso del 2016 la Paradox Interactive è divenuta una società per azioni.
E cosa vogliono ottenere le società per azioni: massimizzare il profitto nel breve termine.
Ecco quindi che la Paradox sta convertendo in denaro la fedeltà della sua base di utenti entusiasti: ovvero vende prodotti di qualità più bassa a prezzi più alti.
Per spremere il massimo dai propri clienti senza farli fuggire via occorre un grande equilibrio che però mi sembra manchi totalmente alla Paradox.
Non mi stupisce il recente record di profitti ma questo è stato fatto non con la bontà dei prodotti ma bruciando la fiducia dei propri clienti: le ripercussioni si vedranno io credo già da questo anno e, senza un'inversione di tendenza, diverranno sempre più significative nel 2018. Per questo ipotizzo un possibile fallimento (*1).

Proprio oggi ho scoperto poi una nuova polemica fra la Paradox e gli utenti di regioni diverse da USA ed EU. Secondo molti utenti di questi paesi (e la Paradox conferma) i prezzi dei suoi giochi hanno subito grossi aumenti (anche dell'ordine del 40%-50%) divenendo, sempre secondo gli utenti (la Paradox ovviamente non conferma!), troppo costosi.
Sarà interessante vedere il comportamento di questi consumatori: il corso di microeconomia mi ha insegnato che le variazioni di prezzo possono essere elastiche o rigide rispetto alla quantità di prodotto venduto: se la relazione è elastica a un forte aumento di prezzo corrisponde una diminuzione di prodotto venduto; se è rigida a un aumento di prezzo non corrisponde una significativa diminuzione di prodotto venduto. In genere c'è una relazione elastica prezzo/quantità per prodotti per i quali esistono numerose alternative: ad esempio se la carne di manzo aumenta di molto la gente compra più pollo e maiale. Al contrario la relazione prezzo/quantità dell'eroina (la droga) è rigida: anche se il prezzo aumenta molto la quantità di venduto diminuisce di poco...
Siccome per i videogiochi c'è moltissima scelta io credo che la loro relazione prezzo/quantità sia elastica: ovvero al grande aumento di prezzo dovrebbe corrispondere un crollo delle vendite. Magari sto sottostimando la “fedeltà” degli utenti Paradox? Può darsi: ma secondo me è la Paradox che la sta sovrastimando!

Interessante poi l'affermazione che ho letto su Wikipedia (Paradox Interactive): «Paradox is known for producing extensive DLC for their games. The amount of DLC for their games is extremely large, tending towards the dozens and in the end tending to cost many times the original game price. Many of the individual DLCs are either trivial (art packs, introduction of a few neutral units, adding a few story steps) or are major system fixes that are virtually required to make the game playable. Thus many gamers avoid Paradox games due to feeling that they abuse the DLC system, nikel-and-diming the player base.»
Mi pare in verità che l'autore di questo passaggio sia un po' di parte ma è comunque significativa la cattiva nomea che la Paradox si sta facendo...

Conclusione: vedremo...

Nota (*1): anche se, leggendo Wikipedia, ho scoperto che i giochi in questione sono prodotti da Paradox Development Studio, una sussidiaria della Paradox Interactive: magari in caso di difficoltà chiudono solo la Paradox Development Studio senza però fallire...

mercoledì 17 maggio 2017

Divorzio e assegni

È di qualche giorno fa la notizia dell'ultima sentenza della cassazione sull'assegno di mantenimento in caso di divorzio: vedi ad esempio Divorzio, Cassazione rivoluziona diritto di famiglia: “Assegno non più calcolato su tenore di vita, ma sull’autosufficienza” da IlFattoQuotidiano.it

Onestamente fino a qualche anno fa la notizia mi sarebbe rimasta piuttosto indifferente anzi, considerando che di solito balzano agli onori della cronaca solo i divorzi più eclatanti, come quelli fra multimilionari ed ex attricette in cui la parte “forte” è costretta a sganciare assegni mensili con parecchi zeri, probabilmente avrei considerato questa sentenza come tutto sommato giusta e non avrei approfondito l'argomento...

Il caso però vuole che da qualche tempo sia in corrispondenza con un'amica che sta affrontando proprio in questi mesi la separazione e quindi conosco piuttosto bene il punto di vista della parte “debole”. Questo mi ha portato a riflettere abbastanza sulla materia: di seguito le mie conclusioni.

Una premessa: da quello che ho capito, in caso di divorzio è il giudice che stabilisce l'entità dell'assegno che la parte “forte” deve alla più “debole”; per stabilire tale cifra il giudice prima si affidava al criterio del “tenore di vita” mentre dopo questa sentenza il criterio diviene quello dell'“autosufficienza”. In altre parole “prima” alla parte debole veniva assegnato un assegno che le permetteva di mantenere lo stile di vita goduto durante il matrimonio; “adesso” invece l'assegno dovrebbe essere solo sufficiente a garantire l'autosufficienza economica.

La sentenza ha quindi cambiato il criterio con cui i giudici devono stabilire l'entità di tale assegno.
Personalmente adesso credo che si sia passati da un criterio imperfetto, quello del “tenore di vita matrimoniale” a uno (spesso) semplicemente errato.

Fermo restando che ogni coppia fa storia a sé (e quindi, per alcune, il nuovo criterio potrebbe essere anche corretto) credo che per la maggioranza dei divorzi, quelli che non arrivano sui giornali, il criterio dell'autosufficienza sia ingiusto.
La sentenza non considera infatti un aspetto fondamentale delle normali relazioni (non quelle fra multimilionari e attricette) dove la parte debole diventa tale anche per delle comuni dinamiche famigliari dove spesso si hanno delle situazioni in cui si fanno delle scelte di vita tese a favorire il successo economico della parte più forte che quindi diviene ancora più forte.
Facciamo un esempio: immaginiamo una coppia (formata da P1 e P2) con un paio di bambini piccoli. Supponiamo che il reddito di P1 sia 100 (RP1) e quello di P2 sia 10 (RP2), supponiamo poi che, nei rispettivi lavori, ad entrambi i partner venga offerta un'opportunità che si potrebbe poi tradurre in un aumento di stipendio del 10%, supponiamo però anche che queste opportunità comportino anche delle prolungate assenze da casa. Questo implica che, a causa dei figli, solo P1 o P2 possa approfittare dell'occasione: ora, in una famiglia normale, in cui si cerca di massimizzare l'interesse dei figli e del nucleo famigliare nel suo complesso, chi pensate che rinuncerà alla propria occasione?
Se P1 coglie l'opportunità il reddito famigliare passerà da 110 (RP1 + RP2) a 120 (RP1+.1*RP1 + RP2); se invece l'opportunità la coglie P2 il reddito passerà da 110 (RP1 + RP2) a 111 (RP1 + RP2 + .1*RP2). La famiglia dopo aver fatto questi conti stabilisce quindi che se P1, invece di P2, coglie l'opportunità di lavoro allora essa si ritroverà in tasca 9 unità di denaro in più: la rinuncia di P2 è quindi praticamente obbligata.
Da notare che P2 rinuncia alla propria opportunità sia per i figli che per l'amore verso P1 ma anche per il proprio interesse visto che legittimamente si aspetterà di poter dire la sua su come spendere il denaro extra guadagnato da P1.
L'esempio in questione è un caso limite in cui ho voluto chiarire bene il concetto di rinuncia/sacrificio che la parte debole compie a favore di P1 e della propria famiglia (e quindi anche nel proprio interesse). Si potrebbe obiettare che in genere è solo P1 che ha le opportunità lavorative: questo è vero, in genere è infatti la parte più forte, proprio in virtù di essere tale, che ha più occasioni ma, di nuovo, spesso P1 le potrà cogliere solo se P2 sacrifica parte del proprio tempo per “mandare avanti” la famiglia (*1). Ma anche in questo caso il sacrificio di P2 avviene nell'ottica del bene famigliare, ovvero figli, P1 ma anche sé stesso.
Si potrebbe anche obiettare che le scelte che P2 compie sono comunque assolutamente libere: questo è vero (ma se così non fosse la legge sarebbe dovuta intervenire da tempo a protezione di P2 senza aspettarne il divorzio da P1!) ma, pur senza parlare della pressione sociale (il resto della famiglia, gli amici e conoscenti) che spinge la parte debole a sacrificarsi, secondo me è significativo che P2 accetta (liberamente) di fare quello che fa per la propria famiglia e quindi anche per sé stesso: è ingiusto affermare che P2, quando si sacrifica, accetti anche che solo P1 possa goderne dei benefici.

La sentenza della Cassazione è quindi (in genere) ingiusta perché nega l'evidenza che anche la parte debole, sebbene indirettamente, abbia contribuito al maggior reddito della parte forte.
Semmai il problema sarebbe stabilire quanti sacrifici abbia fatto P2 in favore di P1.
A mio avviso, sebbene imperfetto, il “tenore di vita matrimoniale” può essere un indicatore: ma forse si può fare molto meglio!
Un indicatore più preciso lo si può avere considerando anche il reddito delle due parti quando si mettono insieme e quando si poi si separano. È infatti ovvio che, fino a quando P1 e P2 non si mettono insieme, P2 non ha dato alcun contributo al reddito di P1 precedente (e non ne ha quindi particolari diritti) e viceversa...
Quando poi però P1 e P2 stanno insieme (diciamo da quando iniziano a convivere stabilmente) l'incremento di reddito di P1 è dovuto anche agli sforzi indiretti di P2 e viceversa. In questo caso P1 e P2 hanno a mio avviso diritto a una quota dell'incremento di ricchezza del proprio partner.

Esempio per chiarirmi: consideriamo che quando P1 e P2 si mettono insieme si abbia RIP1 (reddito iniziale di P1) pari a 50 e RIP2 (reddito iniziale di P2) pari 10. Quando poi la coppia si rompe si ha NRP1 (nuovo reddito P1) pari a 100 e NRP2 (nuovo reddito P2) pari a 12. In altre parole il reddito di P1, da quando sta insieme a P2, è aumentato di 50 mentre, nello stesso periodo di tempo, il reddito di P2 è aumentato di 2. La differenza fra i due aumenti è di 48 e, in prima approssimazione, mi pare ragionevole stimare che circa la METÀ (o comunque un'altra porzione significativa di esso) di tale aumento sia dovuta alla collaborazione famigliare di P2 che ha quindi diritto a essa.
In altre parole 48/2=24 spetterebbero a P2: quindi il reddito di P1 dovrebbe passare da 100 a 100-24=76 mentre quello di P2 a 12+24=36.

Ovviamente anche questa mia proposta è imperfetta (*2): non si può stimare con indici economici né i sacrifici di P2 né quanto questi abbiano affettivamente influito sul reddito di P1. Eppure questa mia approssimazione, almeno per le famiglie normali, mi pare più giusta ed equilibrata del considerare semplicemente il tenore di vita matrimoniale e, a maggior ragione, molto più giusta del considerare ininfluente il contributo indiretto dato dalla parte “debole” a quella “forte” nell'aumento della ricchezza di questi.

Conclusione: questa mia proposta è solo una traccia; ci sarebbe da scrivere molto altro e fare tante altre precisazioni: la mia idea di fondo è comunque quella che la parte debole, quando contribuisce all'aumento di ricchezza della parte forte, acquisisce anche un diritto a una parte di essa. Ovviamente sono sicuro che la legge, che ha poco a che fare con la giustizia, la penserà diversamente!
Tutto questo è anche al “netto” di possibile colpe della fine del rapporto di una delle due parti che potrebbero quindi dover essere compensate a parte.
Infine il mio istinto matematico freme: mi piacerebbe buttare giù delle formule più complesse che tengano conto di più casi, magari anche limite, che nell'esempio di questo pezzo invece non vengono considerati: magari se ricevo qualche commento mi sentirò abbastanza motivato da farlo!

Nota (*1): ricordo che stiamo parlando di famiglie “normali” non di quelle con maggiordomo e servitù...
Nota (*2): ad esempio si potrebbe pensare al caso di una coppia dove P1 ha un reddito iniziale di 40 mentre P2 non lavora. Se dopo 30 anni (e magari qualche figlio) né il reddito di P1 né quello di P2 (cioè zero) sono cambiati allora secondo la mia formula P2 non avrebbe diritto a niente! In realtà il principio che ho cercato di definire in questo pezzo non è banalmente la formula matematica per calcolare il contributo dato dalla parte debole alla crescita del reddito di P1 ma piuttosto che i sacrifici fatti da P2 per il bene della famiglia (che include anche P2 stesso) diano un diritto a parte della ricchezza di P1. Per ovviare a questo caso si potrebbe ad esempio ipotizzare che P2 abbia rinunciato a un lavoro che gli avrebbe garantito un certo reddito (con magari un aspetto di proporzionalità a quello di P1, la parte forte) come ad esempio il RIP2=Max[reddito minimo, 50% reddito di P1] (ovvero il massimo fra un reddito minimo e la metà del reddito di P1). Ad esempio in questo caso P2 avrebbe rinunciato a Max[10 (ipotetico reddito minimo), 40/2]=20. La formula diviene quindi: 0 – (-20) = 20; cioè l'aumento (nullo) di P1 meno l'aumento (in questo caso negativo) di P2.

lunedì 15 maggio 2017

Mamma ENFP

Da quando lo scorso inverno ho “scoperto” l'esame psicologico Myers-Briggs mi sono divertito a farlo fare a tutti i miei conoscenti. Io sono risultato di tipo INTP (v. Intpj) ma con la P al posto della J per un soffio e, infatti, mi ritrovo anche in molti aspetti degli INTJ; mio padre è invece un tipico ISTJ e anche lui stesso si riconosce moltissimo nel suo profilo...

Spesso mi sono però oziosamente chiesto quale sarebbe stato il tipo psicologico di mia madre.
Come per tutte le mie domande “oziose” mi sono limitato a pormela senza però cercare di fare qualche indagine: in questo caso avrei ad esempio potuto leggere tutti i profili Exxx (perché sicuramente era una Estroversa + qualcosa) per capire se ce ne fosse uno che coincidesse con i miei ricordi del suo comportamento.
Ma le domande oziose le posso ritenere anche interessanti ma, in genere, non degne di un particolare sforzo: nel caso specifico temevo di leggere tutti i profili per poi ritrovarmi con due o tre possibilità fra le quali non avrei saputo quale scegliere. Se devo investire il mio tempo in qualcosa mi piace avere una discreta probabilità che i miei sforzi servano a qualcosa mentre in questo caso temevo che sarebbero stati inutili...

Poi qualche giorno fa ho avuto un'ispirazione, come mi pare di aver più volte scritto o almeno accennato (v. ad esempio in Amore), i miei genitori erano completamente l'uno l'opposto dell'altro senza alcuna capacità di capirsi veramente a vicenda: mi sono allora chiesto se il tipo psicologico di mia madre non potesse essere “esattamente” l'opposto di quello di mio padre.
Suppongo che definire il carattere psicologicamente opposto a un altro sarebbe piuttosto complesso ma io mi sono semplicemente limitato a scegliere le lettere duali di quelle che specificano il carattere di mio padre: ecco quindi che partendo da ISTJ ho ottenuto ENFP!
Mi sono poi accorto che prendendo la prima e la terza lettera dal codice psicologico di mio padre (I-T-) e la seconda e la quarta da quello di mio madre (-N-P) e combinandoli insieme ottengo proprio INTP, ovvero il mio profilo!

Ovviamente sono consapevole che si tratta di un gioco e che questo modo di procedere non ha molto senso: però leggendo la descrizione psicologica di ENFP vi ho riconosciuto moltissime caratteristiche psicologiche di mia madre.

Conclusione: ho deciso quindi che all'oziosa domanda di quale fosse il tipo psicologico di mia madre posso rispondere con l'oziosa risposta ENFP, e ora mi sento oziosamente soddisfatto!

venerdì 12 maggio 2017

Il mio genetliaco

Oggi voglio scrivere un pezzo leggero... cioè lo volevo scrivere ieri, per il mio compleanno, ma prima non ero a casa e quando sono tornato mi sono messo a ringraziare per gli auguri ricevuti su FB e non ho avuto più tempo/voglia di scrivere altro...

L'idea è di parlare, anzi scrivere, un po' a vanvera (più del solito cioè) e quel che viene viene.
Stranamente infatti ieri ero di buon umore quando invece per il mio compleanno mi rammoscio tutto: e la colpa è di mio padre!
Da piccolo attendevo con gioia il mio compleanno per i regali ma al mio decimo compleanno il babbo mi fece notare, scherzando, che da quell'anno in poi avrei avuto un'età a due cifre per i successivi 90 anni. La cosa mi deprimette alquanto e da allora ho sempre vissuto il mio compleanno più con rassegnazione che con gioia...

Mi pare che per quel decimo compleanno mi fu regalato il gioco tratto dal Superflash di Mike Bongiorno. All'epoca mi piacevano i giochi a premi: ricordo che qualche anno dopo, ero ormai al liceo, incrociai per strada e riconobbi (a meno che non avessi preso un abbaglio, comunque possibile!) il dottor Taddei: un fisico di Firenze che aveva partecipato a Flash (mi pare si chiamasse così la trasmissione sulla RAI mentre quando Mike sbarcò a Mediaset (che forse all'epoca si chiamava semplicemente Fininvest? Bo, non ricordo...) il suo nuovo quiz televisivo fu battezzato Superflash) ed era stato campione per qualche settimana. Il Taddei era il tipico scienziato con la testa un po' fra le nuvole e Mike lo prendeva bonariamente in giro: ricordo che quando lo presentò la prima volta scherzò sul fatto che aveva discusso a lungo con i tecnici per capire come funzionavano i campanelli per prenotarsi alla risposta. A me era simpatico...

Ora invece questi giochi a premi in tivvù non li guardo più: probabilmente invelenito dall'età non riesco a togliermi di dosso il sospetto che queste trasmissioni siano tutte truccate per far vincere il concorrente raccomandato oppure, semplicemente, quello più buffo/simpatico/fotogenico che si pensi porti più ascolto. E questo ovviamente mi toglie gran parte dell'interesse e del divertimento.

Qualche anno dopo iniziai a seguire anche i programmi di Marco Columbro: in particolare ricordo il “gioco delle coppie” (non sono sicuro che il nome fosse proprio quello). Ricordo anche qualche concorrente...
C'era anche una coppia multietnica (all'epoca rarissime!) con lei italiana e lui somalo (o comunque del Corno d'Africa) ricordo un aneddoto che raccontò lui e che io trovai molto istruttivo. L'aneddoto (alcuni dettagli secondari saranno probabilmente errati) era il seguente: il ragazzo somalo all'epoca frequentava l'università in Italia ma era più un tipo studioso piuttosto che uno sportivo. Per qualche motivo, forse per far colpo su quella che sarebbe poi divenuta sua moglie, accettò l'invito dei suoi amici a partecipare a una gara di corsa di fondo. Il giorno della gara si rese conto che molti altri concorrenti lo additavano mormorando: in breve capì che tutti pensavano che egli, per il semplice fatto di essere somalo, fosse una specie di campione del fondo. La cosa divertente è che anche lui se ne convinse: così partì velocissimo ma dopo pochi giri di pista era già scoppiato e dovette ritirarsi...
Mi sembrò una dinamica psicologica molto interessante oltre che divertente!

Alla fine della puntata, la coppia vincente doveva scegliere a caso fra tre scatole il proprio premio: ovviamente solo in una di esse c'era un bel premio mentre nelle altre solo qualcosa di minore.
La cosa interessante, in realtà straordinaria e incredibile, è che io indovinavo sempre (dicendolo chiaramente ad alta voce) quale fosse il pacco vincente: socchiudevo gli occhi, o sfocavo la vista, e un pacco emergeva più distinto degli altri... Indovinavo il 90-95% delle volte: statisticamente una frequenza inspiegabile...

E per i compleanni cosa facevo? Fosse dipeso da me non avrei fatto niente e me ne sarei stato volentieri da solo, preferibilmente con la compagnia di qualche gioco nuovo.
Del compleanno dei mie 5 anni e delle sue conseguenze sulla mia personalità ho già scritto in KGB le Origini: l'anticonformista; per il sesto compleanno, il primo delle elementari, molte mamme avevano organizzato delle feste con tutti i bambini e anche la mia non volle essere da meno. Ricordo che la mamma alla fine della festa (in un ristorante) ebbe l'idea di distribuire un piccolo cotillon a tutti i bambini: ce ne erano di due tipi, un scatolina piccina piccina di matite Giotto e un altro più brutto che nessuno voleva... Però fu una bella idea...
Negli anni successivi ci fu un braccio di ferro fra me e la mamma: con io che volevo sempre meno persone e lei di più. Comunque il numero di invitati si ridusse di anno in anno e il compleanno di quarto lo festeggiai con L. (il chitarrista), M. (l'avvocato), C. (che adesso lavora in banca) e S. (agente di commercio): ricordo ancora che si andò in una pizzeria (al Ponte del Pino) dove non avevano la Coca Cola ma solo la Pepsi. Quando il cameriere ce la portò L. la rimandò indietro e prese altro (una Fanta?)... io ne fui molto impressionato: mi piacque questa presa di posizione per principio e da allora anch'io ho sempre evitato la Pepsi...
In quinta poi rimasero solo L. e M. ma di questo sono meno sicuro: non me ne ricordo e forse il compleanno di quinta fu in verità quello che ho appena “spacciato” come compleanno di quarta!

Vabbè, mi pare di aver scritto un numero dignitoso, e probabilmente noioso, di parole e quindi chiudo qui il pezzo...

Conclusione: dalle medie in poi non ho più festeggiato con gli amici il mio compleanno... bo, forse sarà capitata una cena/pizza ma più per coincidenza che per volontà di festeggiarmi...
Adesso, pietosamente, me ne dimenticherei anche facilmente se non fosse per FB e per coloro che mi fanno gli auguri: pazienza...

mercoledì 10 maggio 2017

Uccelloni da guerra

Ho approfittato di essermi esercitato per 4 giorni di fila per registrarmi e “togliermi” un pezzo.
Il brano in questione è l'inizio di Birds of War dei Sabaton.
Mi pare una discreta esecuzione: notare soprattutto come si sentono distinte le varie note anche quando il ritmo accelera. Per riuscirci ho dovuto usare un plettro molto appuntito perché con quello smussato che uso di solito le note venivano appiattite.

Comunque devo decidermi a trovare una nuova maniera per registrarmi: quella attuale è troppo complicata! Adesso uso un microfono analogico che mi ha prestato un amico però, per far sentire la mia chitarra, devo suonare con le cuffie; ma le mie cuffie sono di quelle “classiche” col filo e quest'ultimo o mi pesa (tirandomi la testa) o mi intralcia mentre plettro; per questo adesso lo incollo col nastro adesivo alla chitarra ma è comunque uno schifo...

Usare un microfono esterno è forse la soluzione più semplice però avrei bisogno di cuffie senza filo... e questo mi darebbe un sacco di problemi tecnici... Dovrò consultarmi col mio amico ingegnere/chitarrista.

Ah, la mia esecuzione è QUESTA...

Notturno 2 - 11/5/2017
Le belle parole sono inutili se suonano brutte.

La zecca colpisce ancora - 11/5/2017
In realtà, abitando in campagna, queste piccole zecche (credo siano i maschi, quindi gli “zecchi”!) mi mordono molto spesso: quest'anno infatti è già la seconda volta.
In genere sento un leggero prurito nella zona colpita e inizio a grattarmi ma senza farci troppo caso. Poi, quando mi decido a dare un'occhiata e scopro che si tratta di una zecca, non resisto e me la strappo via immediatamente.

Però, anche se queste zecche sono minuscole, una volta che la tolgo mi viene un prurito molto forte che persiste addirittura per un paio di settimane.
Questa volta ho cercato di controllarmi e prima l'ho fotografata: poi invece di strapparla via con le unghie, l'ho intontita con del cotone imbevuto di disinfettante e infine l'ho tolta con delle pinzette.

Per adesso la nuova tecnica sembra funzionare: non ho nessun prurito!
La zecca sullo stinco – Nota: la prospettiva inganna: la mia gamba è molto più bella e non rachitica come sembra nella foto!

Un po' più da vicino...

Un po' sfocata: nella fretta ho messo a fuoco il pelaccio lì vicino...

Ragno gigante - 11/5/2017
Qualche settimana fa ho sognato che ero al calcolatore e, vicino alla finestra della mia camera, ...
questa

...c'era un enorme ragno nero!
In particolare ricordo una sua zampona che si protendeva verso la finestra, spessa più di un dito, che si muoveva lentamente, come se cercasse ti tastare il vetro...

Nel sogno ero tutto contento perché ho la speranza che i ragni mangino le zanzare (le mie nemiche giurate) e per questo nella realtà non li uccido né tolgo le loro ragnatele dal soffitto...
E, come al solito, nel sogno ho pensato di fargli una foto per il viario!

Di seguito la ricostruzione del ragno così come l'ho visto nel sogno:
Il ragno: il migliore amico dell'uomo

Ancora sul reato di tortura - 18/5/2017
C'è poco da aggiungere a quanto riportato da questo articolo: Tortura: è una legge truffa e contro le vittime. Torniamo al testo Onu da StefanoCucchi.it

Copio e incollo il passaggio più saliente dell'articolo summenzionato: «Se la Camera approvasse questo testo, l’Italia avrebbe una legge che sembra concepita affinché sia inapplicabile a casi concreti; avremmo cioè una legge sulla tortura solo di facciata, inutile e controproducente ai fini della punizione e della prevenzione di eventuali abusi.»

Teoria complessiva della società

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.2.1). In particolare i capitoli: 11 e l'introduzione.

Oggi volevo scrivere un pezzo del tutto diverso (su alcune cosette interessanti che sto imparando nel corso di microeconomia) ma mi sono imbattuto nell'ultimo articolo di Goofynomics, Euro e politica, che mi ha fatto cambiare idea.

L'articolo non è di Bagnai ma di un suo “ospite”, lo scrittore Roberto Buffagni, che commentando un altro articolo fa un elenco di considerazioni molto interessanti. Bagnai se ne è accorto e gli ha giustamente dato il meritato rilievo elevando il commento al “rango” di articolo ufficiale.

Si tratta di 9 punti (una risposta ben articolata a un altro commentatore) di cui quelli che mi hanno più colpito sono i seguenti.

Punto 2A: il concetto dell'autorità (v. Auctoritates, auctoritas e bifidus actiregularis) applicato alla politica.
La credibilità di un governo, indipendentemente da quello che dice, è moltiplicata dalla sua autorità (*1). E oltretutto il potere ha il controllo pressoché totale dei media.

Punto 2B: affinché una vera opposizione riesca a vincere bisogna che 1. le condizioni di vita della maggior parte della popolazione crollino (concetto analogo in [E] 11.2); 2. l'opposizione riesca a essere 10 volte più credibile su un tema in cui la consapevolezza della popolazione è già matura.

Punto 3: la popolazione, anche quella scontenta, è divisa.

Punto 5: anche se una forza populista arriva al potere ha poi il problema di dover governare: la buona volontà non basta, servono persone competenti (analogie con [E] 11.3).

Punto 7: esprime un forte scetticismo nella possibilità di un mutamento di cultura generale che porti alla riforma della politica, dell'economia, etc...

Chi mi segue sa che su tutti questi punti sono sostanzialmente molto d'accordo.

Ma l'argomento che più mi ha colpito è l'ultimo, l'ottavo punto, che riporto tale e quale: «8) E concludo accennando al vero problema di fondo delle opposizioni alla UE e al mondialismo, vale a dire all’assenza di una teoria complessiva della società di livello paragonabile al marxismo. Oggi le opposizioni al mondialismo sono nella situazione delle opposizioni socialiste nel 1830, senza “socialismo scientifico”, e quindi annaspano, come annaspavano gli anarchici, i blanquisti, i socialisti alla Victor Hugo coi suoi Misérables, etc.» (*2)

Inutile dire che, con la mia usuale modestia, vi rivedo il mio pensiero e in particolare [E] 11.6 della mia epitome che, nel suo complesso, considero proprio come “una teoria complessiva della società di livello paragonabile al marxismo” (v. [E] Introduzione) (*3).

E quindi? Quindi niente: nessuno legge (né probabilmente leggerà mai) la mia epitome, eppure io ne sono comunque fiero e sono convinto che il suo contenuto è valido e sarebbe molto utile per la comprensione della situazione globale.

Conclusione: questo pezzo mi ha fatto tornare in mente Percolato di conoscenza (che consiglio di (ri)leggere) dove, circa 6 mesi prima di decidermi a iniziare la stesura della mia epitome, scrivevo: «In questi ultimi anni grazie a riflessioni, letture e corsi ho maturato numerose idee, più o meno innovative, e questo viario ne è la testimonianza tangibile.
L'insieme di tutte queste conoscenze e idee mi hanno portato a elaborare una grande teoria che riordina e mette insieme tutte queste tessere per comporne un mosaico: avevo avuto la tentazione di mettere il tutto nero su bianco per farne un libro, un pdf scaricabile, che unisse i vari puntini mostrandone chiaramente il disegno complessivo.

Ma l'intuizione di Page mi ha fatto comprendere che il mio sforzo sarebbe inutile: non solo perché io sarei il solo a leggere e a capire pienamente ciò che scriverei ma soprattutto perché inevitabilmente altre persone staranno arrivando alle mie stesse conclusioni. Magari fra qualche anno un giornalista o uno scrittore famoso scriverà, più o meno, ciò che io ho adesso in mente: e probabilmente egli, a differenza di me, riuscirà a far conoscere o almeno dibattere queste idee anche al grande pubblico...
»
Non so... dovrei sentirmi fiero di me o massimamente stupido? Sicuramente mi sentirò fesso quando qualcuno mi plagerà senza vergogna...

Nota (*1): non ci crederete ma nella mia revisione del primo capitolo dell'epitome (v. il corto Versione 0.3.0) avevo già previsto di inserire il problema del rapporto fra uomo e autorità ricollegandomi al corso di psicosociologia e in particolare a Mezza delusione...
Nota (*2): questo frammento, tratto dall'articolo Euro e politica di Goofynomics, è publicato con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Nota (*3): anzi, la mia epitome è pure un po' meglio!

martedì 9 maggio 2017

Il terzo mistero dell'immigrazione

Lo scorso mese scrissi il pezzo Il capitolo mancante nel quale facevo il punto sulla mia comprensione della problematica dell'immigrazione nel mondo occidentale.

Il “succo” era che ancora percepivo che qualcosa mi sfuggiva e sentivo, pur senza identificare esattamente il problema, che qualcosa non mi tornava. Solo per questo motivo esitavo a introdurre nella mia epitome un capitolo su questa importante tendenza globale.

Ebbene oggi, mentre facevo tutt'altro (aspettavo un amico lungo la strada e guardavo passare le macchine mentre, contemporaneamente, ero molto preoccupato per come avevo parcheggiato la mia auto!), ho avuto un'intuizione: ho capito cosa inconsciamente mi sfuggiva e ne ho poi compreso il motivo e la giustificazione!

Come avevo riassunto in Il capitolo mancante le ragioni per cui l'immigrazione è voluta dai parapoteri occidentali sono essenzialmente tre:
1. ampliare il mercato (anche se di acquirenti con scarso potere di acquisto)
2. nel medio lungo termine costituire un nuovo gruppo sociale da opporre alle cosiddette forze populiste. Vedi il detto dello pseudo Lincoln: “Puoi ingannare qualcuno per sempre e tutti per un po' di tempo, ma non potrai ingannare tutti per sempre”. Immettendo gli immigrati nel sistema democratico si ha una massa di elettori ancora suggestionabili dalle manipolazioni dei media e dei partiti tradizionali.
3. la ricerca da parte dei parapoteri economici di mano d'opera specializzata in maniera da poter calmierare gli stipendi per le professioni più ricercate ed essere così più competitivi sul mercato.

Ecco, era questo terzo punto che non mi tornava: i parapoteri economici del mondo occidentale (quindi le grandi multinazionali, banche d'affari, etc...) cercano forza lavoro specializzata (tipo ingegneri, chimici, medici, informatici) a basso costo per calmierare gli stipendi di queste professioni più richieste: le fabbriche con operai non qualificati e simili oramai sono già sature oppure sono state trasferite in Cina o altri paesi con un costo del lavoro è notevolmente più basso.
A conferma di questa teoria abbiamo visto come la Germania della Merkel abbia accolto gli immigrati siriani che, professionalmente, sono quelli più qualificati.
Ma la maggior parte degli immigrati africani che in Italia vediamo gironzolare in bici e col telefonino in mano non sembrano essere particolarmente qualificati professionalmente: e allora qual è la loro utilità dal punto di vista dei parapoteri economici? Ricordiamo poi che ormai, nell'epoca della globalizzazione, i parapoteri economici di cui scrivo non sono italiani (la nostra unica multinazionale era la FIAT ma, come tutti sappiamo, se l'è svignata in UK/Olanda) ma hanno sede nel nord Europa e negli USA.
Quindi, mentre gli immigrati africani in Italia possono sempre essere utili per i punti 1 e 2, non sembrerebbero avere una loro rilevanza per il punto 3.

Questa apparente mancanza di utilità (in riferimento al punto 3) era il dubbio che inconsciamente avevo percepito e che mi faceva sempre dubitare della totale affidabilità di questa teoria sull'immigrazione.
Eppure la spiegazione era semplice e ce l'avevo sotto il naso!
Bastava fare due più due ma per qualche motivo non c'ero arrivato...

Eppure l'immigrata peruviana citata in Il capitolo mancante aveva posto lo domanda giusta ma io le avevo “risposto” in maniera solo parzialmente corretta...
Copio è incollo:
«Ironicamente l'autore dell'articolo si dà la zappa sui piedi riportando la domanda che, chiaramente in buona fede, si pone una immigrata peruviana: come mai i giovani italiani quando vanno all'estero accettano i lavori umili che qui rifiutano?
La mia risposta è: perché i giovani italiani si rendono conto che in Italia sarebbero sfruttati mentre all'estero no!
»

Quello che i parapoteri economici (che ricordiamolo non sono italiani) vogliono ottenere è l'emigrazione dei giovani italiani, spesso laureati, che rappresentano una pregiatissima mano d'opera altamente specializzata.
La “fuga di cervelli” è, ricordiamolo (v. anche Cervello evaso), un disastro per l'economia italiana ma una manna per chi li accoglie.
Infatti, come detto, anch'io avevo fatto un errore: nel pezzo summenzionato avevo scritto che i giovani italiani non sarebbero sfruttati all'estero. Ma non è esattamente così: i giovani italiani all'estero sono trattati meglio (economicamente e professionalmente) all'estero che in Italia ma, nel paese di destinazione, svolgono esattamente il ruolo indicato al “famigerato” punto 3: il lavoro che l'italiano accetta con entusiasmo (perché molto più remunerato che in Italia) in effetti localmente calmiera le paghe in tale settore: in effetti quindi anche l'italiano all'estero è sfruttato anche se non se ne rende conto.
Ecco spiegato quindi l'arcano: la fuga dei cervelli italiani è ben voluta all'estero perché permette di abbassare il costo del lavoro e quindi di alzare i profitti dei parapoteri economici.

L'unico aspetto della teoria che ancora non mi è del tutto chiaro è se ci sia o meno una relazione diretta fra immigrazione non qualificata in Italia e l'emigrazione qualificata dall'Italia. A naso direi di sì anche se non credo determinante: se (per assurdo: sappiamo infatti che con l'euro ciò è impossibile, vedi L'euro assassino) l'economia italiana andasse bene e ci fossero buoni posti di lavoro per i giovani allora l'emigrazione dal nostro paese sarebbe limitata. Però ho anche la sensazione che l'immigrazione vada a colmare quella richiesta di lavoro che potrebbe costituire il piano B, magari temporaneo in attesa di un posto migliore, per un giovane italiano. In definitiva, la mia stima a naso, è che l'immigrazione in Italia possa determinare, più o meno indirettamente, un 15% (*1) della nostra emigrazione.

Il nuovo fondamentale elemento di oggi è il ruolo dell'emigrazione italiana che globalmente è auspicata e favorevole ai parapoteri economici.

Conclusione: ho la sensazione che il capitolo sull'immigrazione per la mia epitome sia più vicino...

Nota (*1): come detto si tratta di un numero scritto sostanzialmente a casaccio: intuitivamente però non mi stupirei se nella realtà tale valore fosse sostanzialmente più alto. Magari a causa di una sorta di effetto a catena dove il lavoratore non qualificato prende il lavoro del diplomato e il diplomato quello del laureato. Già una ventina d'anni fa l'azienda di informatica per cui lavoravo aveva iniziato ad assumere diplomati che pagava quanto laureati (o viceversa?) ma che, a differenza di quest'ultimi, erano entusiasti del lavoro. Un altro indizio a questo proposito lo abbiamo in Generali e soldatini.

lunedì 8 maggio 2017

Pensieri in libertà (vigilata)

È buffo come i pensieri si rincorrono e si richiamano fra di loro: soprattutto quando ricostruisco una catena di pensieri al contrario, dall'ultimo al primo, è divertente scoprire cosa ha originato cosa.

Oggi ero in macchina e tornavo dal fare la spesa. A un semaforo ho osservato un signore con i pantaloni corti seguito da una ragazzina. I pantaloni corti, dato il clima odierno freddo e piovigginoso, mi hanno fatto pensare a un turista convinto che in Italia a maggio debba fare sempre e comunque caldo. Però dal fisico, alto ma non altissimo, e dai capelli bruni poteva passare come italiano. La ragazzina poi sembrava in tutto e per tutto italiana. I turisti poi si muovono tutti insieme: qui mancava almeno una moglie...
Allora ho pensato che anche qualche italiano indossa i pantaloni corti e mi è venuto in mente un ragazzo che ho conosciuto quando ero attivista del M5S. Ricordo di averlo visto, magari in estate, abbastanza spesso con pantaloni corti al ginocchio.
Allora mi è tornato in mente un episodio che lo vide protagonista insieme a dei turisti stranieri: all'epoca avevamo un “banchino” con materiale di propaganda per il M5S e un giorno si fermarono da noi dei turisti per chiederci delle informazioni in inglese. Fortunatamente per loro nel nostro gruppetto c'erano un paio di persone che avevano vissuti per molti anni in Canada e negli USA e io pure, nel mio piccolo, me la cavo: gli stavamo rispondendo quando, come un angelo vendicatore (vedi poi!), arrivò questo ragazzo che rispose al nostro posto. Io e un altro signore ci guardammo sorridendo: avevamo avuto la sensazione che il giovane si fosse intromesso così bruscamente per aiutarci, magari pensando che avessimo problemi a farci capire ma, in effetti, non era assolutamente così...
La mia memoria per certi episodi è molto buona e quindi quando li rivivo mi coinvolgono molto: anche stavolta ho ridacchiato (ero sempre fermo al semaforo, dopo tutto erano passati pochi secondi).
Ho poi immaginato alternative diverse per quell'episodio: in particolare di prendere in giro il ragazzo dicendo ai turisti di non credergli perché lui si diverte a dare informazioni false (chi mi conosce personalmente sa che questo tipo di "malignità" è molto da me!). Ho poi concluso questo dialogo immaginario con una frase sibillina: “Tourists dare where angels fear to tread” parafrasando un celebre verso di Pope. Era una frase che non c'entrava niente e per questa la trovavo divertente. Ovviamente per chi non ha il mio stesso senso dell'umorismo essa può sembrare semplicemente stupida.
Allora mi sono messo a rimuginare sulla differenza fra stupidi e folli (nel frattempo il semaforo era divenuto verde) e in effetti c'è una somiglianza ma è solo apparente. Entrambi hanno comportamenti fuori dalla norma ma i folli hanno una grandezza che agli stupidi manca.
Lo stupido si comporta in maniera sciocca, fuori dalla norma, per le piccole cose: su come rispondere a un vicino, su come gestire un lavoro, insomma nelle comuni decisioni quotidiane.
La portata delle “sciocchezze” del folle è invece molto diversa: egli non si comporta come la norma, ma lo fa anche nelle grandi cose: nelle sue scelte di vita là dove invece lo stupido si adegua a quella che è ritenuta la normalità.
A questo punto avevo già percorso varie centinaia di metri e, come spesso mi capita, ho pensato che era un pensiero abbastanza interessante da meritare di essere riportato sul viario.
Non solo: mi sono ricordato di una buffa epistola che ho scritto pochi giorni fa a un'amica. Il collegamento che me l'ha ricordata è la casualità con cui si sviluppano i pensieri. Inutile che aggiunga altro, ecco qui il frammento incriminato:

«...
Anche oggi non sento di aver molta fame e spero di riuscire a contenermi.

Proprio adesso mi è venuta l'idea per un racconto: un ragazzino va a scuola e inizialmente sembra come tutti gli altri: un po' più portato nelle materie scientifiche ma niente di particolare. Negli anni successivi però va sempre peggio in italiano: in particolare mischia insieme vocaboli italiani, inglesi e francesi. Inizialmente la maestra pensa che lo faccia apposta e gli dà brutti voti ma presto il ragazzino inizia a mischiare le parole anche nel parlare. A scuola riesce ad andare bene solo a matematica, stando attento a non scrivere alcuna parola ma solo i conti ma in tutte le altre materie è un disastro. Crescendo la situazione peggiora sempre più: bene o male le scuole inferiori era riuscito a farle ripetendo solo un anno ma quando arriva al liceo viene considerato un cretino dai professori e anche i compagni lo scherniscono. Lui salta un sacco di lezioni standosene per conto suo e alla fine dell'anno viene bocciato. Allora entra per la prima volta in scena il padre (nelle pagine precedenti solo la madre sembrava interessata al figlio battendosi contro i vari insegnanti affinché venisse promosso e cercando in tutte le maniere di correggere il comportamento del figlio con medicine e buone abitudini: perché i dottori le hanno detto di tenerlo il più lontano possibile da altre lingue affinché non si confonda sempre di più, etc...) che fa al figlio un discorso di questo genere: ora come ora se continui ad andare a scuola sarà uno stillicidio continuo: frustrante sia per te che per i tuoi insegnanti mentre contemporaneamente sarai lo zimbello dei tuoi compagni di classe troppo immaturi per capire le tue buone qualità "eppure ascolta le mie parole: tu ami comprendere gli altri, no? Tutte le lingue per te sono uguali e non c'`e differenza, giusto? So che ti piace studiare e allora studia. Studia per conto tuo: se ti impegni riuscirai... ma soprattutto studia le lingue straniere che ti piacciono tanto. Non temere di confonderle insieme sempre di più e di non venir più capito da nessuno. Ti dirò un segreto: tutti gli uomini anche quando parlano insieme fra loro, anche se usano la stessa lingua, non si capiscono mai veramente. Con le donne poi è ancora peggio! Quindi tu parla la lingua che preferisci: chi vorrà capire il tuo cuore lo capirà comunque..."

Ovviamente andrebbero limati alcuni spigoli a questa storia: come mai il padre interviene solo nel finale e non prima, realizzare una progressione che mostri la frustrazione crescente del ragazzo e gli sforzi inutili della madre. E il discorso finale dovrebbe essere epico!
Che dici?
Mi è venuto realmente a mente adesso mentre ti scrivevo la frase: "Anche oggi non sento di aver molta fame e spero di riuscire a mangiare poco anche oggi". Rileggendola ho notato la ripetizione finale e per un attimo ho pensato "e se al posto di oggi scrivessi today?" da cui l'idea per il racconto... ;-)
...
»

Buffo no? Tutta l'idea di un racconto mi è venuta in un attimo per aver scritto una ripetizione e pensato di sostituirla con un'espressione analoga in un'altra lingua.

Per la cronaca l'amica mi ha risposto che si tratta di un'idea piuttosto frusta e abusata: un ragazzino con problemi sociali viene aiutato a superarli da un'altra persona.
Ma secondo me non aveva colto l'aspetto essenziale di questa idea, concentrandosi sulla mia brutta esposizione (davvero nata sul momento e senza averci riflettuto un solo attimo per migliorarla) senza coglierne il reale potenziale. Così le ho risposto:

«...
Beh, se lo riduci a questo allora sicuramente ne esisteranno migliaia di racconti simili: però devi considerare il potenziale dell'idea non il mio brutto riassunto di poche parole scritto realmente di getto. Secondo me l'idea essenziale non sono le difficoltà del giovane ma un'altra: il linguaggio è solo l'apparenza più esteriore della comunicazione, mi piacerebbe che il racconto riuscisse a mostrare un giovane che non riesce a farsi capire parlando ma che (eliminando il padre, deus ex machina) riesce a capire gli altri ma anche se stesso meglio che con le parole. Ovviamente non sono uno scrittore abbastanza bravo da dosare la delicatezza che questo tema richiederebbe però, in teoria, l'idea sarebbe questa...
...
»

Conclusione: insomma quando, come nel corto Versione 0.3.0, scrivo che “Vero che poi, quando inizio a scrivere, le idee mi vengono da sole...» è proprio così!

Versione 0.3.0

Da qualche giorno ho ricominciato a rimettere le mani sull'epitome. Anche stavolta sarà una grossa revisione (e infatti la versione dovrebbe passare da 0.2.1 a 0.3.0) non perché pensi di aggiungere un nuovo capitolo ma perché sto rivoluzionando il capitolo 1. Come spiegato si tratta di un capitolo un po' tedioso e scritto piuttosto male, o comunque non nello stesso registro del resto dell'epitome, perché basato molto sul copia e incolla da un mio unico pezzo del viario: se lo avessi scritto da zero, a parità di contenuti, sarebbe venuto molto meglio...

Non voglio anticipare niente ma sicuramente diverrà un po' meno noioso.
In più mi sono annotato le solite precisazioni e aggiunte da fare qua e là. Fatemele contare: ecco, sono 11 note distinte che, generalmente si tradurranno in modifiche di poche righe di testo e, al massimo, in un nuovo sottocapitolo (ma non credo). Vero che poi, quando inizio a scrivere, le idee mi vengono da sole... quindi vedremo!
E comunque voglio rileggere e correggere tutti i capitoli, insomma una seconda revisione generale...

Ancora non ho idea dei tempi: al momento non ho molto entusiasmo e ho iniziato a lavorarci solo perché una sera non mi funzionava Internet...

Aggiornata BoBoB - 8/5/2016
Ho aggiornato la mia collezione su Youtube dei miei brani preferiti Best of Best of Best.
Ho tolto “Tome of broken Souls” degli Anthelion (passato a 4,5 stelline) e ho ripristinato il brano “Hunting high and low” di Stratovarius eliminato da Youtube.
Ho aggiunto anche due brani nuovi entrambi dello stesso gruppo (!) Runic: “Vs Myself” e “When the demons ride”.
Infine, non so se l'avevo già inserito e Youtube me l'aveva cancellato oppure se è una novità (*1), ma comunque adesso c'è anche “Skyline” di Omnium Gatherum.



Nota (*1): Colpa mia che, pur conoscendo la modalità con cui Youtube elimina i brani, non mi ero premunito facendomi una lista a parte. Come invece ho fatto adesso...

Modificato (10/5/2017): Attenzione! mi sono poi accorto che il programma che adopero per classificare la musica, per un suo baco interno, non mi mostrava ben 7 brani con 5 stelline. Adesso ho però aggiunto anch'essi alla collezione su Youtube.

Telefonate moleste - 10/5/2017
[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.2.1). In particolare il capitolo 10.

Un piccolo esempio concreto di come i parapoteri influenzino il potere politico a scapito della maggioranza della popolazione e in accordo alla teoria illustrata nell'epitome ([E] 10.2).
Chiamate selvagge, dietro si allunga anche la mano di Pd e Ap di Ilaria Bonuccelli da IlTirreno.it

Il peso del dovere - 10/5/2017
Per tenere un comportamento morale è più utile il coraggio che il senso della giustizia.

I notturni - 10/5/2017
Ho deciso di iniziare da oggi (v. il corto precedente) a pubblicare una nuova categoria di pezzi che saranno identificati dal marcatore “Notturno”. Si tratterà di brevi pensieri (e per questo saranno sempre dei corti), di piccole riflessioni, che di solito faccio di notte ma non solo.
In passato ho sempre “espanso”, dilatato, spiegato e approfondito queste idee considerandole degli ottimi spunti per pezzi più completi ma oramai credo che i lettori più fedeli mi conoscano abbastanza da capire ciò che penso anche quando scrivo poche parole (*1). E se così non fosse sarebbero comunque degli utili spunti di riflessione.

Per certi versi i pezzi “Notturni” saranno analoghi alle “Pillole” ma senza averne lo stesso intento ironico.

Nota (*1): nel Notturno precedente dovrebbe essere chiaro a tutti i miei lettori che ho in mente l'imperativo categorico di Kant e che, semplicemente, nel mondo di oggi, non è tanto difficile capire cosa sia giusto fare ma quanto trovare il coraggio di farlo.

domenica 7 maggio 2017

Unforgiving gli spietati

La premessa riassunta in un'epistola spedita ieri, sull'onda dell'entusiasmo, a un amico:

...
Questa te la voglio raccontare perché è bellina.
Devi sapere che da diverse settimane mi è venuta una gran voglia di (ri)vedere Gli Spietati di Clint Eastwood. Un film degli anni '90 che vinse 4 oscar.
Andai a Mediaworld ma mi dissero che il DVD non si trova più. Su Youtube c'è solo qualche spezzone. Amazon la boicotto. su torrent non lo voglio prendere perché è illegale: cioè lo posso prendere in considerazione per qualcosa che non conosco e non so se vale la pena comprare ma in questo caso il film lo conoscevo e non mi pareva giusto guardarlo a scrocco...
Ad A avevo detto di stare attento se lo davano su RAI Movie e simili...
Oggi sono stato in centro e, sulla via del ritorno, sono passato da un mercatino: ma così, senza niente in mente, solo per vedere cosa avevano.
Con la coda dell'occhio vedo un banchino che vende anche DVD usati, così vado a vedere e, IL PRIMO della pila è proprio Gli Spietati. Facendo finta di niente (temevo che altrimenti me lo facesse pagare caro) ho chiesto quanto veniva...
Risultato: me lo sono preso per 4€!
Il babbo gufo mi ha detto "speriamo funzioni!" e invece funziona benissimo!! :-P
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E così mi sono già rivisto per due volte l'intera pellicola...

Attenzione! Da qui in poi potrebbero esserci degli sciupatrama quindi se qualcuno non avesse ancora visto tale film e volesse gustarselo pienamente è bene che smetta subito di leggere questo pezzo...

In nottata ho riflettuto su quale fosse il messaggio della pellicola. Ovviamente non c'è una risposta assoluta e definitiva. Un film è come un lungo discorso: i messaggi possono essere molteplici, alcuni più espliciti, altri impliciti e alcuni solo accennati.

Partiamo dal protagonista: Clint Eastwood interpreta un ex fuorilegge, William Munny, un assassino violento e spietato che aveva ucciso a sangue freddo centinaia di persone comprese donne e bambini. Sono passati però undici anni dalla sua ultima impresa violenta e adesso fa, con scarso successo, l'allevatore contadino in una piccola fattoria sperduta nel nulla. È stata la moglie Claudia, morta di vaiolo da pochi anni, a cambiarlo: l'ha convinto a smettere di bere e lo ha trasformato in una persona diversa, che non bestemmia, mansueta, un buon padre di famiglia. O almeno così il protagonista ripete continuamente a se stesso e agli altri, quasi a volersene convincere, per i primi due terzi del film. L'ex fuorilegge viene contattato dal giovane e inesperto Schofield Kid, nipote di un suo ex complice, per una missione piuttosto “facile”: uccidere due cowboys che hanno sfregiato una prostituta. Le sue amiche infatti vogliono vendicarla e hanno messo una taglia di 1000$ sui due giovani mandriani. Munny/Eastwood contatta il suo unico amico, un altro ex criminale che come lui si è messo a fare il contadino: Ned Logan interpretato da Morgan Freeman.
I tre formano una strana banda: il giovane inesperto in realtà non ha mai ucciso nessuno e, anzi, ha anche grossi problemi di vista mentre i due ex fuorilegge sembrano decisamente arrugginiti.
Il primo mandriano viene ucciso in un agguato con i tre protagonisti appostati sulla sommità di una profonda gola dalla quale possono sparare con facilità e sicurezza alla vittima.
Il ragazzo che vede male a distanza non partecipa direttamente all'azione ed è Ned/Freeman a sparare il primo colpo che uccide il cavallo del mandriano che, a sua volta, si rompe una gamba. Ed è in questa sequenza che si trova il primo messaggio: Ned/Freeman non se la sente di sparare ancora alla vittima e anzi deve dare il proprio fucile a Munny/Eastwood affinché gli dia il colpo di grazia.
Dopo questa prima uccisione Ned/Freeman non se la sente di uccidere ancora e abbandona il gruppo. Così Munny/Eastwood e il giovane Kid vanno da soli ad appostarsi nei pressi della fattoria dove si nasconde il secondo mandriano. Questa volta è il giovane Kid che spara a pochi metri di distanza al mandriano. I due fuggono poi insieme e si ritirano in un posto sicuro ad aspettare il pagamento della taglia. Il giovane è però sconvolto dal senso di colpa mentre Munny/Eastwood appare sostanzialmente indifferente.
Il messaggio mi sembra abbastanza chiaro: Munny/Eastwood non è realmente cambiato ed è l'unico, al contrario di Ned e Kid, che non sembra provare alcun rimorso per le due uccisioni.
La prostituta che gli porta il denaro gli dice anche che nel frattempo Ned/Freeman è stato catturato, torturato e ucciso dallo sceriffo.
Munny/Eastwood riprende a bere (cosa che aveva fino ad allora accuratamente evitato di fare nonostante le molteplici occasioni) e decide di vendicare l'amico. Arrivato in paese uccide da solo, senza alcuna esitazione, lo sceriffo e tutti i suoi aiutanti tranne uno (vedi poi).
Io credo che, diversamente da quanto si potrebbe superficialmente pensare, in questo caso non sia il whisky a ritrasformare nel vecchio assassino Munny/Eastwood, che dopotutto ne beve solo pochi bicchieri, ma che in verità fosse lui a non essere mai veramente cambiato: certo per dieci anni si era controllato ma la sua vera natura era rimasta invariata. Credo piuttosto che il whisky fosse la scusa che Munny/Eastwood usava per giustificare il proprio passato: non era lui che uccideva ma l'alcool dentro di sé. È vero: Munny/Eastwood beve prima di affrontare lo sceriffo ma in realtà non ne avrebbe bisogno: e infatti i due cowboys li ha uccisi senza battere ciglio.
Il messaggio è quindi che non si può cambiare la propria natura ma che, al massimo, la si può tenere sotto controllo.

C'è poi un secondo messaggio che ci viene dato dal personaggio dello sceriffo, Gene Hackman. Anche lo sceriffo è un uomo spietato e senza cuore: solo le circostanze della vita lo hanno portato a rappresentare la legge in una remota cittadina. Ma in realtà la sua natura è uguale a quella di Munny/Eastwood: ogni volta che gli è possibile lo sceriffo dà sfogo alla sua sete di violenza ma anche lui, proprio come Munny ha imparato a controllarsi. Nella scena finale, quando Munny gli spara in faccia prendendo lentamente la mira, lo sceriffo non ha paura e anzi dà “appuntamento all'inferno” al suo avversario.
Il messaggio è che sono le circostanze della vita che ci fanno apparire, come uomini buoni o malvagi, a seconda di come ci portino a esprimere la nostra natura. Questo messaggio è ribadito anche dal finale in cui è difficile stabilire se Munny/Eastwood sia un eroe buono o cattivo: dopotutto uccide varie persone di cui molte non avevano alcuna colpa.

Ci sarebbero poi anche altri messaggi secondari: ad esempio l'unico vice sceriffo che sopravvive alla vendetta di Munny/Eastwood è quello vigliacco che, appena incomincia la sparatoria, se ne fugge via abbandonando i propri compagni e che poi non ha il coraggio di sparare al protagonista quando avrebbe la possibilità di colpirlo facilmente. In altre parole la vita non premia il coraggio o chi fa il proprio dovere ma, anzi, sembra fare il contrario proteggendo i vigliacchi.
Ho notato poi altri messaggi più o meno accennati simili a questo ma è inutile addentrarsi in queste sottigliezze. Molto bravi tutti gli attori a saper esprimere con uno sguardo e con poche battute la loro personalità: ad esempio è possibile farsi un'idea del carattere di tutti i vice sceriffo nonostante abbiano un ruolo marginale.

Nel complesso un film meraviglioso. Eppure ci sono anche due aspetti che non mi hanno convinto.
Il primo è il personaggio di Ned/Freeman, ovviamente di colore, ma che nel selvaggio west degli USA nel 1880, non viene chiamato neppure una volta “negro”. Mi è sembrato poco credibile.

Il secondo dettaglio è più tecnico e riguarda la scena finale della sparatoria. A mio avviso il montaggio di Eastwood in questo caso ha fatto cilecca!
Una scena che si dovrebbe svolgere in pochi istanti viene dilatata nel tempo durando, bo, forse 10 o più secondi. Prima si vede Munny/Eastwood che tenta di sparare allo sceriffo ma il suo fucile si inceppa, poi c'è un'inquadratura alla faccia di Munny con una smorfia di sorpresa, poi viene inquadrato lo sceriffo che urla ai suoi uomini di sparare, poi l'inquadratura ritorna su Munny che lancia il fucile, ormai inutile, contro lo sceriffo, poi si vedono i vice sceriffi che estraggono le pistole e, infine, Munny che spara e uccide uno alla volta i suoi avversari.
Questa è una tecnica cinematografica da anni '80 e precedenti! E nel complesso l'azione appare troppo didascalica, quasi ridicola, volendo illustare dettagliatamente il comportamento di ogni singolo personaggio.

Io non sono un esperto di cinema ma questi dettagli tendo a notarli: già in Point Break (v. Dark steel break), uno dei miei film preferiti, il montaggio è più rapido, e l'azione si svolge in tempo reale: non vengono mostrate tutte le azioni compiute dai vari personaggi in sequenza (dilatando quindi il tempo) ma si vede tutto in tempo reale. Il risultato è decisamente più emozionante. E Point break è del 1991, quindi doveva essere noto a un regista come Eastwood...

Per la cronaca ho poi notato una successiva evoluzione nel montaggio: in The Bourne identity, del 2002, il montaggio è ancora più serrato: non si mostrano più tutte le scene di un combattimento ma solo pochi fotogrammi (vedi la scena dove Bourne disarma nel parco i due poliziotti svizzeri). È la mente dello spettatore che ricostruisce poi l'intera sequenza immaginando le parti mancanti. Il risultato è un ritmo mozzafiato.
Se Eastwood fosse riuscito a immaginarsi un montaggio di questo tipo il risultato sarebbe stato epico!!

Ovviamente questa è solo la mia opinione: uno dei quattro premi Oscar vinti da “Gli spietati” era proprio per il montaggio!

Conclusione: un film da vedere. E io ho comprato il DVD per 4€... eh! eh!

sabato 6 maggio 2017

Schiavitù romana (2/2)

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.2.1). In particolare i capitoli: 1, 3, 5, 6 e 7.

Pubblico oggi la seconda parte del pezzo Schiavitù romana (1/2).
Nella precedente puntata ho ripetuto quanto spiegato nel saggio “Lo schiavo”di Yvon Thébert (*1), integrandolo con alcune mie personali riflessioni e teorie. Oggi cercherò di completare la mia panoramica per poi evidenziare l'interessante parallelo storico di cui avevo accennato.

I e II secolo d.C.
Una mia riflessione: l'impero romano raggiunge la sua massima estensione territoriale con Traiano all'inizio del II secolo d.C. ma anche le conquiste del I secolo d.C. non hanno più l'impatto di quelle del secolo precedente. L'estensione dei domani di Roma non aumenta più del 200-300% e oltre ma si tratta di conquiste relativamente piccole rispetto al corpo dell'impero.
Mi pare sia facilmente ipotizzabile (*2) che anche il numero di nuovi schiavi, per loro natura ancora estranei alla società romana e ai suoi protomiti, fosse relativamente piccolo rispetto a quelli già inseriti nel mondo romano.
Perché è chiaro che lo schiavo potenzialmente più ribello è quello che ha conosciuto un'esistenza diversa: chi invece è nato schiavo avrà per natura ([E] 1) pochi problemi ad accettare per unici e immutabili i protomiti ([E] 2) che gli vengono insegnati: solo nel corso di molti anni, e solo coloro con personalità riflessive e autonome, riusciranno a vedere oltre certi protomiti e a immaginarsi nuove possibilità.
Il credere nei protomiti del mondo romano, nel riconoscere il proprio ruolo in tale società, implicano che il gruppo degli schiavi ([E] 3.2) diventa complessivamente sempre più stabile.
Inoltre il processo iniziato nel secolo precedente prende sempre più vigore: sono sempre di più gli schiavi con posizioni importanti e che magari sono riusciti a costruirsi un loro patrimonio.
Addirittura molte persone decidono di divenire volontariamente schiavi per sfruttare alcune possibilità come ottenere mansioni/lavori a essi riservati. Per non parlare dei liberti (gli schiavi liberati) che grazie alla loro esperienza lavorativa riescono a divenire ricchissimi.
E allora i romani si accorgono che “un ricco non può essere veramente schiavo” e le leggi si adeguano a riflettere e legittimare il nuovo assetto della società.
Curiosamente sorge un nuovo problema: distinguere gli schiavi dai liberi: nella società multietnica romana non è più possibile distinguere a colpo d'occhio, vuoi per l'aspetto o per la lingua, uno schiavo da un libero. Inoltre, come detto, anche culturalmente molti schiavi non hanno niente da invidiare ai liberi. Il risultato è che alcuni schiavi fuggitivi riescono senza troppi problemi a fingersi uomini liberi (dopotutto non c'erano foto segnaletiche o carte d'identità!) e c'è chi riuscì pure a fingersi pretore: anzi Ulpiano si chiedeva “se le decisioni prese da un magistrato, che in realtà era uno schiavo fuggitivo, potessero ritenersi valide o no”!

III e IV secolo d.C.
Nel III secolo la differenza fra schiavi e cittadini romani liberi è divenuta poco più che formale: la vera discriminante sociale è la ricchezza, e la legge si affretta ad adeguarsi.
Nel IV secolo, ad esempio, le pene per un certo crimine sono corporali per schiavi e “comuni” cittadini liberi ma si riducono ad ammende pecuniarie per i cittadini facoltosi.

Il saggio spiega però che l'economia propriamente schiavistica, ovvero in cui la schiavitù ha un ruolo predominante, termina già nel II secolo d.C. Non è la fine della schiavitù ma dell'economia schiavistica la cui parabola si compie nell'arco di quattro secoli dal II a.C al II d.C.
Ma cosa determina esattamente la sua fine? L'autore del saggio (da bravo storico serio ed equilibrato) non si sbilancia esplicitamente: a me appare chiaro che nella società romana è nei fatti svanita la differenza reale fra schiavi e cittadini liberi. Nelle epoche passate erano solo gli schiavi a venire sfruttati ma nel II secolo ormai anche i cittadini “liberi” hanno dovuto adeguarsi a condizioni di lavoro e quindi di vita inferiori a quelle delle epoche passate.
Ad esempio nel II secolo d.C. per evitare che i contadini (evidentemente liberi altrimenti il problema non si porrebbe) abbandonino le campagne viene istituita la legge del colonato che, in pratica, lega i contadini alle terre che coltivano. Da un punto di vista filosofico questi contadini vi sembrano ancora liberi? A me ricordano molto i servi della gleba delle epoche successive...
Mi pare chiaro che la forza dei protomiti che reggono insieme il mondo romano deve essersi grandemente indebolita. Da una parte i protomiti “ufficiali” del tempo esaltano ancora la grandezza della civiltà romana ma ormai la giustizia l'ha completamente abbandonata. Il patto sociale che dovrebbe legare insieme i cittadini dell'impero è ormai troppo iniquo e la popolazione non ha più interesse a difenderlo né crede veramente in esso.
Non è un caso (v. la seconda parte di Promettente (1/2)) che molti cittadini romani abbandonino l'impero per rifugiarsi dai goti o altri barbari ribelli perché «preferiscono vivere liberi sotto apparenza di prigionia che prigionieri sotto apparenza di libertà».

Personalmente ritengo che non debba essere troppo lontano dal vero il ritenere che la fine dell'impero romano fu dovuta alla miope ingordigia dei parapoteri del tempo che si crearono un mondo a loro uso e consumo ma che alla fine crollò sotto il peso della sua stessa ingiustizia.

E la mia “famosa” analogia?
Proviamo a ripercorrere brevemente gli elementi essenziali descritti in questo pezzo.
1. un evento critico, la seconda guerra punica, crea uno scompenso nella società romana che rompe l'equilibrio fra poteri deboli (la maggioranza della popolazione) e parapoteri (l'aristocrazia senatoria).
2. i poteri deboli si indeboliscono sempre di più: in parte grazie alla "concorrenza" della schiavitù, prima si impoveriscono economicamente e poi viene erosa anche la loro libertà.
3. i parapoteri divengono ancora più forti: anche grazie a leggi ad hoc (vedi ad esempio il colonato), si spartiscono gran parte delle ricchezze provenienti dall'imperialismo romano e, più lentamente, erodono anche quella dei cittadini che se non nel nome, ma nei fatti, diventano schiavi.
4. l'impero romano crolla per la sua iniquità: sconfitto l'esercito il popolo comune non prende le armi per difendere protomiti ai quali non crede più.

E confrontiamoli con i seguenti:
1. un evento critico, la globalizzazione, crea uno scompenso nella società occidentale che rompe l'equilibrio fra poteri deboli (la maggioranza della popolazione) e parapoteri economici (multinazionali, grandi banche).
2. i poteri deboli si indeboliscono sempre di più: in parte grazie alla "concorrenza" degli immigrati, prima si impoveriscono economicamente e poi viene erosa anche la loro libertà.
3. i parapoteri economici divengono ancora più forti: grazie alla loro influenza preponderante sui governi “democratici”, anche con leggi ad hoc (vedi i trattati commerciali internazionali che sottraggono sovranità alle diverse popolazioni coinvolte), si spartiscono gran parte delle ricchezze provenienti dall'imperialismo commerciale e, più lentamente, erodono anche quella dei cittadini dei paesi democratici occidentali che se non nel nome, ma nei fatti, diventano schiavi.
4. ancora la “civiltà occidentale” non è crollata sotto il peso della propria iniquità (che alla fine porterà al crollo dei protomiti che la tengono insieme) ma l'evoluzione del mondo moderno è enormemente più rapida che in passato: secondo me non si tratterà di secoli ma di poche generazioni, diciamo 50 anni al massimo.
Cosa avremo poi? Probabilmente un nuovo medioevo: dove la scienza e la cultura non si ottenebreranno ma però, invece di liberare l'uomo, lo opprimeranno sempre più; contemporaneamente le differenze di diritti e libertà in base al censo (ovviamente avremo pochissimi uomini ricchissimi in un mondo di poveri) sarà sancita dalle leggi.

Conclusione: spero di sbagliarmi ma almeno, se invece avrò ragione, non sarò più qui per potermene “vantarmene”...

Nota (*1): che fa parte della raccolta «L'uomo romano» a cura di Andrea Giardina, Editori Laterza, 1993.
Nota (*2): non sono uno storico e quindi posso permettermi teorie basate solo sulla mia intuizione!