«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

martedì 19 settembre 2017

Non mi mordo la lingua

Recentemente mi è capitato di scoprire che vari amici e parenti usano il cosiddetto “morso”, ovviamente chiamato in inglese bite per renderlo più accattivante.
Ormai sembra un accessorio comune e indispensabile: i ragazzi portano gli apparecchi e i loro genitori stressati il morso. Per chi non lo sapesse lo scopo del morso è impedire alle persone di digrignare i denti nel sonno in maniera che non si sciupino consumandoli.

Curiosamente, senza saperlo, risolsi questo stesso problema a modo mio ormai molti anni fa. In un anno imprecisato mi accorsi che un dente della mascella iniziava a sporgere leggermente in fuori (accavallandosi e sovrapponendosi a quello al fianco) col risultato di toccarmi fastidiosamente il retro degli incisivi.
La mia soluzione fu quella di addormentarmi interpornendo la punta della lingua sui denti inferiori, come se fosse una sorta di cuscinetto: in questa maniera, contemporaneamente, evito di serrare la mascella perché mi morderei la lingua. Addirittura mi accorgo adesso di tenere ormai anche di giorno, a riposo, la lingua sopra i denti frontali inferiori...

lunedì 18 settembre 2017

Pasticcio metropolitano

Da qualche giorno sono arrabbiato con il “mio” sindaco metropolitano. E qui apro subito una parentesi...

A mio avviso la figura del sindaco metropolitano è palesemente incostituzionale.
Secondo l'illuminata riforma nata, non poteva essere diversamente, sotto il governo Renzi, il sindaco metropolitano, che è una figura esecutiva con pieni poteri, non è eletto da tutti i cittadini dell'area metropolitana perché è solo e sempre il primo cittadino del capoluogo.
Nel mio caso ho come sindaco metropolitano un signore chiamato Nardella per il quale io non ho potuto votare abitando non a Firenze ma in un paese dei dintorni.
Chi ha letto la mia epitome sa che non credo molto nella democrazia attuale ma, in questo caso, non c'è neppure quella! Secondo quale principio democratico infatti ci si può ritrovare col proprio principale rappresentante che viene eletto in un'elezione a cui non tutti i rappresentati possono partecipare? (*1)
Sono sicuro che prima o poi la Corte Costituzionale (v. I giudici USA) si sveglierà dal proprio sonno letargico e farà sentire la propria voce: sfortunatamente sembra quasi che i vecchietti di tale corte non debbano, “per contratto”, prendere decisioni in tempi rapidi ma “valutare” per almeno qualche anno...

Chiusa la parentesi...
Come dicevo sono arrabbiato con Nardella per una sua recente disposizione, presa nella sua veste di sindaco di Firenze (*2), sulla prostituzione.
Da quello che ho capito leggendo le locandine dei giornali (di più non avevo lo stomaco di voler sapere) i clienti delle prostitute rischieranno non solo una mega multa ma anche l'arresto per qualche mese.
Siccome ho già scritto molto e il tempo stringe (v. Che succede?) vedrò di essere particolarmente sintetico. Salterò quindi qualche passaggio logico: i miei lettori dovrebbero avere la pazienza di immaginarseli autonomamente.

1. Se la prostituzione è di per sé legale (e lo è) allora per quale contorto principio si arriva ad arrestarne i clienti? Ovviamente per delle ragioni speciose e ipocrite: non so precisamente quali perché non ho voluto saperne di più.
2. Se le prostitute vengono sfruttate (e lo sono) allora perché non si fa una bella operazione di polizia e si arrestano gli sfruttatori? Davvero è così difficile fare qualche intercettazione ambientale fra prostitute e “protettori”? Viene da pensare che gli sfruttatori godano di particolari protezioni visto che manca totalmente la volontà di colpirli.
3. Ma a Firenze vigono le leggi dello stato italiano oppure le decide Nardella? Com'è possibile che per la stessa azione a Firenze si venga arrestati e nel resto d'Italia no? Non è una sorta di abuso di potere questo? Magari chiederò spiegazioni ai miei amici esperti di legge...

Ovviamente sono consapevole che si tratta di un'operazione politica di pura propaganda (*3) e che fra qualche mese (anche meno) tutto finirà nel dimenticatoio: resta però il fatto che l'intera decisione politica sia ipocrita. Non si colpiscono gli sfruttatori (che la Legge italiana punirebbe), non si proteggono le sfruttate (che la Legge italiana dovrebbe tutelare) ma si multano/arrestano i clienti (che la Legge italiana non sanziona): uno straordinario ribaltamento delle priorità, del giusto e della legge.

Conclusione: dico solo che, dovendo stare attento alla censura italiana, non ho potuto pienamente esprimere il mio pensiero su prostitute e politici, né sulle ipotetiche differenze fra le due carriere professionali né a chi vada la mia preferenza morale (indovinate!): avevo ancora molto fiele in corpo del quale non sono riuscito a liberarmi...

Nota (*1): qualcuno potrebbe provare a difendere questa riforma ipotizzando che i cittadini del capoluogo siano sostanzialmente di più di quelli del resto dell'area metropolitana. Ebbene, almeno nel caso di Firenze, non è proprio così: secondo Wikipedia Firenze ha 382.346 abitanti mentre la sua Area metropolitana ne ha 1.014.389: ovvero solo il 37,7% degli abitanti dell'area metropolitana hanno il diritto/dovere di sceglierne il principale rappresentante. È un po' come se solo gli abitanti del Lazio potessero votare alle elezioni “nazionali” per scegliere il governo...
Nota (*2): si, perché grazie alla solita meravigliosa riforma, ha un doppio incarico con, a mio avviso, pericolose sovrapposizioni di ruoli.
Nota (*3): sarei curioso di sapere quante multe e, soprattutto, quanti clienti sono stati arrestati in questi giorni...

domenica 17 settembre 2017

“Che succede?”

Qualche lettore fra i più attenti avrà forse notato che è da qualche giorno che non scrivo...

Il motivo è semplicemente complicato: sono a casa di mio padre a fare da infermiere. In realtà era una cosa programmata e mi sono infatti portato dietro il mio calcolatore, la mia tastiera (di quelle per scrivere!), la mia chitarra, il mio amplificatore, le mie cuffie, i miei appunti per l'epitome etc...

Il problema non è che mi manca il tempo per scrivere ma è che non lo ho quando servirebbe a me, quando cioè sarei in vena di impegnarmi in un'attività mentale abbastanza faticosa: questo perché dovrei adattarmi ai ritmi di mio padre, sfruttare ad esempio il suo pisolino dopo pranzo, o magari la sera dopo le 22:30. Idem per esercitarmi con la chitarra, andare avanti con l'epitome, etc... Tutte attività sostanzialmente ferme.
Mi si potrebbe rispondere che sono abituato male. Forse è vero ma non bisogna dimenticare che la mia usuale libertà dalle costrizioni ha avuto un suo prezzo: ho rinunciato a un buon lavoro, a una mia famiglia...

Nel complesso non sono molto tagliato per questo genere d'assistenza: mi sentirei molto più a mio agio a fornire consigli filosofici! Preferisco di gran lunga la teoria alla pratica...
Non per nulla mio padre mi ha definito scherzosamente un incrocio fra un'infermiera nazista e una suocera acida.
È che "voi italiani" non rispettate le regole: se il dottore prescrive di camminare 30/40 minuti al giorno allora si cammina per quel periodo di tempo; se bisogna bere un litro e mezzo d'acqua al giorno lo si beve. Invece mio padre vorrebbe limitarsi alle sue pilloline evitando ciò che richieda un suo impegno maggiore.
A dire il vero anch'io non sono molto ligio alle regole: ma se le infrango lo faccio per motivi morali non per pigrizia o sciatteria.

Ecco, ad esempio adesso sono stato interrotto. Ho perso il filo: avevo in mente una bella idea filosofica a cui volevo arrivare ma adesso mi è sfuggita e non ho voglia di inseguirla. In effetti è normale che le attività creative, come in fin dei conti è scrivere pezzi sul viario, richiedano i propri tempi e non si adeguino a quelli altrui...

Altra interruzione, molto più lunga della precedente, e siccome fra 5 minuti avrò un altro impegno è bene che interrompa adesso. Tanto lo scopo di far sapere che sono ancora vivo l'ho già raggiunto...

Conclusione: qualche giorno fa avevo voglia di scrivere un pezzo sulla prostituzione, poi avrei da scrivere di Netflix (l'altro motivo per cui sto scrivendo poco!) e tante altre idee varie nate e morte nei giorni scorsi...

martedì 12 settembre 2017

Ancora 2

In Ingiurie conclusi che ero curioso di conoscere il parere di un paio di miei amici esperti di legge riguardo le mie perplessità su quello che mi pareva un controsenso ovvero che, nel contesto di una lite, si distinguesse fra ingiuria e ingiuria.

Probabilmente avrei dovuto fornire loro il collegamento al pezzo che avevo scritto, in maniera che avessero ben chiari quali fossero i miei dubbi, ma preferii mandargli una breve epistola con un esempio diverso e meno “paradossale” di quello della donna condannata dal tribunale per aver risposto “negro qualcosa” a chi le aveva augurato la morte del figlio: da una parte non mi piace costringere nemmeno gli amici a leggere quello che scrivo (e gli avvocati non apprezzano la lettura del mio viario), da un'altra amo lasciarmi degli “assi nella manica” per, eventualmente, controribattere alle loro spiegazioni...

La prima cosa che mi ha stupito, anche se comunque me l'aspettavo e razionalmente lo capisco, è la loro totale mancanza di interesse per il dilemma morale/filosofico alla base di questa questione.
Per loro la legge è la legge e non gli interessa se essa sia basata su principi moralmente corretti: in altre parole non pare importargli se la legge si possa trasformare in ingiustizia (*1), ovvero nel contrario di ciò che idealmente dovrebbe tutelare.
Il loro lavoro è quello di lavorare con la legge senza preoccuparsi di altro: probabilmente un avvocato che si distraesse con questioni morali rischierebbe di non difendere al meglio il proprio cliente e, di come i giudici risolvano la propria dissonanza cognitiva fra legge e giustizia, ho già scritto (v. Il consulente e la ragioniera)...

Non avendo fattogli leggere il mio pezzo nessuno dei due risponde esattamente alla mia domanda: mi pare però di capire che secondo un parere, se entrambi si insultano allora è “pari e patta” (questa sarebbe la mia teoria filosofica che però non spiega i miei vaghi ricordi del caso citato in Ingiurie); l'altro parere non scende nel merito e si limita a constatare che se l'ingiuria sussiste allora termini come “negro qualcosa” sono (non completamente esatto, vedi poi) sicuramente un'aggravante razzista.

Ma poi c'è stato il colpo di scena!
A causa del dlgs 7/2016 l'ingiuria è stata depenalizzata trasformandosi quindi in un illecito civile: e non sembrerebbe che l'aggravante di razzismo riporti l'ingiuria in ambito penale perché la legge sull'aggravante parlava di “reato” e, come detto, l'ingiuria non è più reato (*2)...

In definitiva sembrerebbe che il mio caso paradossale sia stato sorpassato dalla “burocrazia legale”. L'aggravante di ingiuria a sfondo razzista almeno penalmente non esiste più: ma magari è comunque previsto qualcosa del genere nella normativa civile, non so...

Eppure questa indagine mi ha lasciato insoddisfatto: dal mio punto di vista è la morale e non la legge l'elemento precipuo della questione ma questa non è stata neppure sfiorata; per questo rimango della mia opinione che le parole, nel contesto di una lite, siano tutte uguali e che distinguere fra esse sia solo ipocrisia. Beh, colpa mia che non gli ho passato il collegamento al mio pezzo...

Conclusione: bel colpo di scena vero? Eppure la legge mi sorprende meno della pazienza dei miei amici per le mie domande!

Nota (*1): perché se la legge non si fonda su principi morali allora inevitabilmente li violerà...
Nota (*2): queste sottili distinzioni lessicali mi lasciano perplesso perché mi sembrano giocare con cosa sia giusto e cosa no. Ma dopotutto non mi dovrei stupire, la legge è essenzialmente un formalismo e, come tale, si basa sull'interpretazione rigida e formale delle sue parole: poco ha a che vedere con la giustizia....

lunedì 11 settembre 2017

Un paio di ancora, anzi uno

Qualche tempo fa, nella nota 2 di 1° giornata, scrissi che secondo me il problema del campionato italiano è che troppe partite sono completamente sbilanciate, ovvero con una squadra decisamente più forte dell'altra, con la conseguenza che diventano interessanti da guardare solo nell'eventualità che succeda qualcosa di improbabile a favore della squadra più debole.
Nel campionato inglese invece il livello delle squadre è più equilibrato con la conseguenza che gli incontri interessanti sono parecchi di più.
Non essendo un esperto né un appassionato di calcio avevo poi specificato, in un altro pezzo, che del campionato spagnolo guardo solo gli incontri fra Real Madrid e Barcellona mentre non ho mai seguito una partita del campionato tedesco, francese etc...

Scrissi anche di voler provare a calcolare la varianza del monte ingaggi dei vari campionati europei: l'idea era quella di dimostrare con dei numeri che il campionato italiano fosse troppo disequilibrato.

Beh, qualche settimana fa iniziai proprio a fare questa ricerca: mi basai sui dati del campionato 2016-2017 perché, per la stagione attuale, il mercato era ancora aperto. Trovati i dati cercati mi feci la mia tabella su un foglio di calcolo e notai subito il contrasto fra la Juventus e le neo promosse...

Per il campionato inglese persi molto più tempo: non riuscivo a trovare i dati che mi servivano se non per le squadre maggiori mentre a me occorrevano di tutte le partecipanti. Alla fine trovai qualcosa di rozzamente analogo (non ricordo esattamente cosa ma mi accontentai).

Per confrontare i dati normalizzai tutti i valori dei due campionati ponendo la media uguale a 100. In questa maniera scoprii, come mi aspettavo, che la varianza del campionato italiano era 6823.8 mentre quella del campionato inglese era 5111. Come mi aspettavo era minore ma non così nettamente come pensavo.

Con molta più fatica trovai dati “più o meno” compatibili (il valore complessivo della squadra) per il campionato spagnolo e con questi feci i miei calcoli.
Con mia sorpresa il campionato spagnolo risultò decisamente più sbilanciato di quello italiano, con Real Madrid e Barcellona che svettavano su tutte le altre squadre. La varianza di tale campionato era infatti 14257!

Ecco la tabella con i miei calcoli:

A questo punto ebbi una botta di fortuna e trovai un PDF, “Global Sports Salaries Survey 2016” creato da GlobalSportsSalaries.com, contenente proprio i dati che cercavo (*1) per tutti i maggiori campionati di calcio e non solo!

Il PDF conferma che il campionato inglese è quello più equilibrato e, sorpresa, il secondo è l'italiano!
Il campionato spagnolo risulta dominato da Barcellona e Real Madrid con terzo l'Atletico Madrid ma con un salario medio che è già minore della metà delle due grandi.
Il campionato tedesco è ancora peggio: il Bayern Monaco ha un salario medio che è più del doppio di quello della seconda squadra, il Borussia Dortmund.
Il campionato francese è addirittura ridicolo: il PSG ha un salario medio superiore a tre volte quello della seconda squadra, il Monaco...

E quindi?
La mia teoria è confermata “nì”: in effetti secondo questi numeri il campionato inglese è il più interessante ma, per lo stesso criterio, il secondo dovrebbe essere quello italiano. Io invece pensavo che il campionato italiano fosse fra i più squilibrati: ma in effetti è proprio così! Anche gli altri campionati sono molto squilibrati e noiosi ma non me ne ero reso conto perché non li seguo!
In realtà il campionato inglese è semplicemente meno squilibrato di altri...
Confermata poi la mia sensazione di non esperto che, del campionato spagnolo, le uniche partite equilibrate (e quindi incerte) sono quelle fra Barcellona e Real Madrid e che gli altri campionati sono sostanzialmente privi di interesse (almeno per il primo posto).

Conclusione: inizialmente avevo previsto di affrontare anche un altro “ancora”: ovvero cosa avevo scoperto dai miei amici esperti di legge sul reato di “ingiuria” (v. Ingiurie) ma, siccome ho scritto già troppo, affronterò tale argomento in un altro pezzo...

Nota (*1): In realtà il PDF fornisce per ogni squadra il salario medio dei giocatori: però, ipotizzando che le squadre abbiano più o meno lo stesso numero di giocatori, otteniamo i valori che cercavo...

sabato 9 settembre 2017

Un libro strano

In genere a libri “impegnativi” mi piace alternare letture più “leggere”: negli scorsi giorni ho quindi letto La mente di Schar di Iain M. Banks, Editrice Nord, 1989, trad. Gianluigi Zuddas (480 pagine, comprato usato per 3,50€).

Raramente nei libri di fantasia e fantascienza trovo spunti interessanti ma questa è una di quelle eccezioni.
La vicenda narrata dal romanzo è inserita nel contesto più ampio della guerra galattica fra una razza di alieni tripodi, fanatici militaristi e religiosi, contro un agglomerato di razze umanoidi, genericamente chiamate la Cultura. Oltre a queste due grandi fazioni esiste una terza civiltà, di gran lunga più antica e avanzata, che si mantiene neutrale, anzi indifferente: le due fazioni semplicemente evitano di disturbarne i confini temendone la schiacciante superiorità.
Questa terza civiltà, detta dei Dra' Azon, ha la caratteristica di proteggere, come se fossero dei monumenti, i Pianeti della Morte, ovvero dei pianeti abitati da razze che si sono autodistrutte con delle guerre planetarie. E il pianeta Schar è uno di questi.

L'autore non entra nei dettagli (*1) ma accenna una frase molto significativa, qualcosa del tipo “Tutte le razze che hanno costruito armi col potenziale di sterminarsi completamente alla fine si sono sempre estinte” (*2).
Personalmente ho trovato l'idea affascinante soprattutto perché, magari senza averla apertamente esplicitata, è sempre stata una mia convinzione: se qualcosa può andare storto prima o poi lo farà e, di conseguenza, l'unica maniera per minimizzare i rischi è quella di evitare del tutto situazioni anche solo potenzialmente pericolose.

Arrivai a questa conclusione quando avevo sui vent'anni in maniera piuttosto curiosa: ascoltando le esperienze degli incidenti automobilistici altrui notai che erano spesso basati su una lunga serie di coincidenze sfortunate: quattro o cinque fattori che, sebbene singolarmente non decisivi, insieme causavano l'incidente. Ne conclusi che, se si eliminavano da questa catena i fattori (magari anche uno solo) totalmente sotto il nostro controllo, le probabilità di avere un incidente si riducevano sensibilmente.

Questo modo di pensare, forse anche troppo pessimista, lo applico anche in altri contesti: ad esempio la mia preoccupazione per le leggi che potenzialmente potrebbero venire abusate è dovuta al fatto che do per scontato che, prima o poi, queste saranno effettivamente usate in maniera impropria. Dal mio punto di vista l'unica possibilità che un potere non degeneri è toglierli la possibilità di farlo.
Una legge che limita la libertà d'espressione a certe condizioni è il tipico esempio di pericolo che potenzialmente potrebbe degenerare in censura: l'unica strada sicura per evitare tale rischio è quella di non scrivere leggi di tal genere. Inutile dire che si va sempre nella direzione opposta a quella che auspico...

Attenzione! Da qui in poi potrebbero essere rivelati degli sciupatrama...

Tornando al libro l'ambientazione non mi ha impressionato e la trama in sé mi ha deluso: è totalmente sbilanciata. Lo scopo del protagonista dovrebbe essere quello di recuperare la famigerata mente di Schar ma, per i cinque sesti del libro, l'eroe è impegnato in avventure totalmente irrilevanti a tale scopo. In pratica più andavo avanti nella lettura e più rimanevo perplesso...

Però nelle ultime 50 pagine l'autore ha dimostrato una certa originalità che, seppure non redime l'opera, le dà comunque un certo motivo d'interesse.
Il protagonista è un tale Horza, della razza umanoide dei Mutex capaci di mutare completamente il proprio aspetto (*3), al servizio degli alieni tripodi che, descritti dal suo punto di vista, non appaiono particolarmente malvagi. A metà libro si scopre che Horza ha un suo vecchio amore proprio sul pianeta Schar mentre, più o meno contemporaneamente, la sua compagna attuale gli dice di essere incinta: semplicemente il lettore si aspetta che l'eroe si troverà ad affrontare degli intricati problemi sentimentali fra nuovi e vecchi amori. Quando però Horza arriva alla piccola base dei Mutex sul pianeta Schar, trova la sua vecchia amante uccisa nel sonno proprio da un gruppo di alieni tripodi (in teoria suoi alleati) mandati anch'essi a recuperare la famigerata “mente”.
Ci si aspetterebbe che Horza si vendichi ma invece, dopo una dura battaglia, si limita a immobilizzare il tripode catturato (ovviamente proprio quello che aveva ucciso la sua vecchia amante) con l'idea di consegnarlo ai suoi superiori affinché questi lo processino per i suoi crimini contro i civili.
Non solo: approfittando di un'occasione propizia il tripode riesce a liberarsi e uccide anche l'attuale amante incinta di Horza. Ah, dimenticavo! C'è una terza donna, la bella Balveda, una prigioniera appartenente a un corpo speciale della Cultura con cui Horza ha uno strano rapporto quasi di amore/odio. Nelle ultime pagine gli unici personaggi ancora in vita sono il tripode, Horza e Belveda che, si capisce, a sua volta subisce il fascino del protagonista. Horza decide quindi di inseguire e uccidere il tripode ma invece alla fine si uccidono a vicenda. È Balveda che recupera la mente e la consegna alla Cultura: è quindi un romanzo dove il protagonista muore e non raggiunge il proprio scopo e i “cattivi” (che non sono poi così cattivi) vincono.
Nell'epilogo si viene a sapere che Balveda nauseata dalla guerra si fa ibernare chiedendo di essere risvegliata solo quando ci saranno le prove che la guerra contro i tripodi ha causato meno vittime di quante ne avrebbe provocate arrendersi a essi: viene risvegliata qualche secolo più tardi perché tale dimostrazione è stata provata ma lei a quel punto, dopo qualche mese, opta per l'eutanasia.

In definitiva è un libro contro la guerra e l'autore ribadisce due concetti: 1. non ci sono né buoni né cattivi, ognuno ha le proprie ragioni, più o meno buone; 2. la guerra provoca vittime innocenti e, spesso, totalmente inutili anche ai fini della stessa.

È un libro che lascia l'amaro in bocca e che, almeno sul finale, sorprende il lettore con un finale mesto e sconsolato dove non vince nessuno e muoiono tutti.

Conclusione: difficile dargli un giudizio complessivo perché i quattro quinti del libro sono quasi totalmente superflui mentre la parte finale è certamente meritevole. Io forse lo giudicherei da 5 su 10 (quindi insufficiente) ma non mi stupirei se altri lettori con gusti diversi dai miei lo trovassero anche decisamente buono.

Nota (*1): ma leggendo wikipedia ho scoperto che Iain Banks ha scritto un intero ciclo basato sull'universo della Cultura e sono quindi sicuro che avrà approfondito gli scopi dei Dra'Azon in altri romanzi.
Nota (*2): scusate ma non mi sono appuntato dove si trova la citazione e non ho voglia di cercarla...
Nota (*3): non in un istante, come gli eroi Marvel, ma nel giro di un mese o poco più...

venerdì 8 settembre 2017

Richitarro

Oggi, dopo oltre un mese, ho ripreso a esercitarmi con la chitarra: come al solito sono andato male ma non malissimo e, se riuscirò a farlo con costanza, nel giro di due settimane dovrei tornare quasi al 100% del mio usuale (basso) livello.

Però ciò che mi ha dato più soddisfazione non è stato scoprire che alcuni automatismi chitarristici li ho ormai ben assimilati quanto piuttosto un inaspettato miglioramento del mio orecchio.
Ieri, per invogliarmi a riprendere in mano la chitarra, ho deciso di cercarmi un nuovo brano con cui rompere la monotonia: ne ho ascoltati diversi per poi concentrarmi su “Scissor, Paper and Rock” delle Indica, un gruppo tutto femminile finlandese.
Durante l'ascolto non solo avevo riconosciuto i power chords (facile) ma anche la corda suonata a vuoto con palm muting: probabilmente non è difficile riconoscerla ma per me è stata la prima volta... Oggi ho trovato in rete lo spartito di quel pezzo e ho verificato che avevo ragione! È una sciocchezza ma mi ha dato molta soddisfazione.

Come esercizio chitarristico (che mi sono autoimposto per memorizzarne meglio i dettagli teorici) devo descrivere il mio “approfondimento” di un compito che mi aveva dato il maestro tanto tempo fa (v. Lezione XCI).
Si tratta dell'esercizio “Pentatomica” (che poi ho ribattezzato “Patomica”) in pratica dovevo suonare sopra una base in MI minore un'improvvisazione usando solo le seguenti 9 note.


Secondo la legenda del maestro il pallino nero rappresenta la tonica, il quadrato la “2° maggiore” mentre il cerchietto vuoto semplicemente altre note della pentatonica (minore?).
L'esercizio mi richiedeva soltanto di terminare le mie melodie con una delle due toniche disponibili ma non mi dava indicazioni né pratiche né teoriche sugli altri tasti.
Comprensibilmente, dopo circa 5 mesi, il suonare sempre le stesse note mi aveva annoiato e così, col tempo, l'ho espanso a tutta la tastiera.

Forse ricorderete che in Tonalità maggiore e minore avevo già analizzato la posizione delle note, in base alla tonalità, sul manico della chitarra e avevo creato un grafico riepilogativo che poteva essere traslato lungo il manico:


Confrontando il mio diagramma generico con quello fornitomi dal maestro ci si accorge che i cerchietti neri del maestro corrispondono alle mie noti “verdi” ovvero alla tonica nella tonalità minore, mentre i quadrati nel mio grafico non sono particolarmente evidenziati, infine nel mio diagramma è evidenziato un tasto blu non presente nel diagramma del maestro.


In pratica mi sono reso conto che potevo usare tutti i tasti del manico presenti nel mio schema (ovvero 6 note della scala della tonalità Em: MI, FA#, SOL, SI, RE e LA con l'esclusione del DO) tranne quelli “blu”. E in effetti le varie note si accordavano bene alla base che mi aveva fornito il maestro: anzi, le note intorno al 9° tasto si integravano forse meglio con essa!

Mi rimane però la perplessità teorica del perché si devono evitare le note “blu”. Perché in effetti, quando magari ne suono una per sbaglio, mi sembra che stoni rispetto alle altre: però non so se dipende dal fatto che non sono abituato a sentirla o se c'è una ragione teorica più profonda... In effetti, se volutamente la suono più volte, dopo un po' non mi infastidisce più di tanto.

Per cercare di capire questo piccolo mistero ho evidenziato le note della tonalità MI minore e dell'equivalente (con le stesse esatte note) SOL maggiore:


Come si vede nella scala di MI minore la nota in “blu” corrisponde alla 6° nota della relativa scala. Come mai non la si suona? Dopo averci riflettuto a lungo credo che la ragione sia legata allo scopo dell'esercizio: ovvero abituarmi ad associare a orecchio la nota tonale a una base musicale della stessa tonalità.
Se si provano a costruire accordi a partire dalla tonale MI (per l'ipotesi che la base ne userà molti) ci si accorge che una nota a 8 semitoni di distanza da essa (quindi una “quinta eccedente” o una “sesta minore”: sì ho verificato anche l'astrusa teoria musicale!), in questo caso il DO, non serve a molto: l'unico accordo basato sulla tonale MI che userebbe il DO sarebbe un Eaug (che però contiene anche una nota fuori dalla tonalità e infatti a me, nei brani che suono, non mi è mai capitato di incontrarlo: suppongo che sia usato in altri generi musicali...).
Ovviamente il DO sarebbe utilissimo per suonare un Am però tale accordo non conterrebbe il MI come tonale e, come detto, lo scopo dell'esercizio è invece quello di legare la tonale alla tonalità.

Conclusione: alla prossima lezione (ancora da fissare: prima voglio cercare di riprendere un minimo di confidenza con la chitarra) sono proprio curioso di sapere quale sia la spiegazione del maestro: magari si è trattato solo di un suo capriccio!

mercoledì 6 settembre 2017

Matematicamente sedato

Nella conclusione di Varie di fine agosto accennavo al fatto che nel momento di maggiore tensione, durante l'attesa dell'esito dell'operazione di mio padre, per rilassarmi/distrarmi mi ero dedicato a uno dei giochini più razionali presenti sulla “Settimana Enigmistica”, ovvero al “Calcolo Enigmatico”.

Magari un comportamento di questo genere è comune eppure, anche a distanza di giorni, continuo a trovarlo buffo e inaspettato. Qui di seguito voglio pubblicare la soluzione al giochino per evidenziare l'economicità dei miei appunti (visto che non avevo carta su cui scrivere e cercavo quindi di fare i miei ragionamenti/calcoli a “mente”) che comprova la mia estrema razionalità in quel frangente.


Ricordo che ero partito dalla differenza (l'unica equazione che non ho sfumato) stabilendo che il “triangolo nero” doveva essere il doppio del “quadrato grigio”: questo mi aveva portato a elencare (vedi lista cerchiata in blu) le coppie 2 e 1, 4 e 2, 6 e 3, 8 e 4, 0 e 5. Ricordo bene che tre di queste coppie le esclusi facilmente una dopo l'altra partendo da destra con vari ragionamenti (ad esempio eliminai la coppia 0/5 perché, altrimenti, un numero avrebbe avuto come prima cifra 0).
Rimasto con due coppie passai a un'altra equazione e due nuovi simboli (“elica” e “diagonale”): in questo caso per ognuna delle due coppie iniziali avevo due possibilità mutualmente esclusive per un totale di 4 combinazioni per quattro simboli.
Tornando alla differenza da cui ero partito (ma forse eliminai prima qualche combinazione con altri ragionamenti, non ricordo più) mi bloccai: ero arrivato alla conclusione che “cerchio” doveva essere minore di “diagonale” (che avevo ormai stabilito essere 3) ma consideravo solo le possibilità 1 e 2 (che mi portavano a una contraddizione) dimenticandomi dello 0!
Per questo avevo provato anche a scrivere le varie possibilità per vedere se facevo errori (calcoli cerchiati in verde) finendo poi per ricontrollare i miei ragionamenti precedenti. Solo dopo una decina di minuti mi resi conto che anche 0 è minore di 3! A quel punto tutto era facile: i calcoli cerchiati in rosso sono infatti le mie “riprove”, scritte essenzialmente per soddisfazione personale.

Conclusione: onestamente non ricordo quanto tempo impiegai per risolvere il giochino (immagino sui 20/30 minuti ma alzandomi spesso per andare in sala d'aspetto per verificare che non ci fossero novità) ma, considerando che era la prima volta che mi cimentavo nel tentativo, mi pare un ottimo risultato!
Eppure questo aspetto di me mi ha sorpreso e stupito: è proprio vero che non si smette mai di conoscersi...

martedì 5 settembre 2017

Ingiurie

Per scrivere questo pezzo mi ero preparato una paginata di appunti ma adesso ho deciso che non vale la pena costruire un discorso molto articolato, meglio invece andare al sodo.

Qual è lo scopo dell'ingiuria? Io lo definirei come “ferire con le parole”.

In quale stato mentale si verifica l'ingiuria? Variabile ma, in genere in una via di mezzo fra razionalità e istintualità (*1). Il caso che mi interessa discutere è quello dove entrambe le parti abbandonano la calma della normale comunicazione, intesa come scambio di informazioni, e cercano di ferire verbalmente l'altra dicendole espressioni che le causano dolore e quindi rabbia. In genere si tratta di un circolo vizioso che allontana i partecipanti sempre più dalla ragione avvicinandoli invece all'istintualità dello scontro fisico.

Ma se lo scopo di entrambi i litiganti è “ferire con le parole” ha senso limitare l'uso di alcune espressioni?
A me pare un controsenso e, anche se ci fosse una sottile linea di confine fra un'ingiuria e un'altra, è giusto pretendere tale sensibilità da persone che hanno entrambe abbandonato la piena razionalità?

Insisto molto sul fatto che “entrambe” le parti si ingiurino a vicenda perché, nel caso lo faccia solo una, il torto è palesemente dalla parte di quest'ultima.
Se invece entrambi i litiganti si offendono l'un l'altro mi pare ovvio ritenere che ci sia un mutuo accordo a “ferirsi a parole”: chi non vuole essere “ferito a parole” dovrebbe astenersi dall'offendere l'altra parte e, se quest'ultima ingiuria, allora la colpa è interamente sua.

Inoltre la sensibilità alle offese è molto personale: ciò che ferisce una persona potrebbe non significare niente per un'altra, e la gravità di un'offesa non dovrebbe essere proporzionale al male che provoca? Può benissimo darsi che una persona ritenga di aver subito un'offesa gravissima e che qualsiasi altra propria replica sia quindi commisurata a essa e perciò giustificata. Ha senso quindi distinguere a tavolino, ovvero per legge, quali sono le offese più o meno gravi? Secondo me no: la gravità di un'offesa varia da persona a persona, da cultura a cultura e da epoca a epoca.

Diversi anni fa, non mi stupirei se fosse passata una decina d'anni o più, mi colpì un articolo: non ricordo i dettagli ma la sostanza era che, in una lite fra un uomo di colore e una donna italiana, l'uomo “augurò” alla donna che le morisse il figlio e la seconda rispose con un “negro” qualcosa. Il tribunale condannò prontamente la donna per razzismo (*2).

Ecco, per quanto scritto precedentemente, a me in una situazione del genere, dove cioè entrambe le parti hanno mutualmente deciso di “ferirsi verbalmente”, non pare giusto discriminarne una solo perché, nel contesto della lite, usa particolari espressioni arbitrariamente considerate più “gravi” di altre.

Diversa invece la situazione dove frasi ritenute razziste sono espresse nel corso di una normale conversazione, non cioè di una lite. In tal caso potrebbe essere giusto condannare chi le esprime anche se, personalmente, ci andrei con i piedi di piombo per non rischiare di limitare la libertà d'espressione o, magari, d'ironia (*3).

Suppongo che per la legge alcune espressioni, indipendentemente dal contesto in cui vengono dette, non sono considerate normali ingiurie ma qualcosa di diverso e più grave, anche se non mi è chiaro cosa. Quasi quasi voglio provare a interpellare le mie conoscenze esperte di legge per avere il loro parere su quale sia in questo caso la giustificazione morale (*4) dietro alla legge.

Conclusione: se fossi uno squalo d'avvocato proverei a convincere qualche profugo ad arrotondare la misera paghetta giornaliera, in realtà poco più di una mancia, con il seguente stratagemma: convincerei il profugo a inscenare una lite (magari ripresa con i telefonini da complici/testimoni) con un'idrofoba mamma italiana, facendolo insistere molto sull'augurare tutto il male possibile ai suoi figli, nella speranza che questa replichi con insulti razzisti o, ancora meglio, con un'aggressione fisica; in questo caso porterei infatti l'iraconda madre in tribunale e le chiederei un cospicuo risarcimento a favore del profugo offeso. Ovviamente come rapace avvocato mi tratterei i ¾ della somma...

Nota (*1): ci potrebbe essere il caso della persona che, con perfetta lucidità, ingiuria l'altro volutamente per provocarlo. Ma questo caso non ci interesse nel contesto di questo articolo.
Nota (*2): non so perché questo episodio di cronaca mi sia rimasto così impresso: forse perché avevo immaginato cosa sarebbe successo in una situazione analoga con mia madre... l'unica speranza sarebbe stata che lei non avesse avuto con sé nessuna arma perché altrimenti sarebbe stata condannata per omicidio invece che per razzismo!
Nota (*3): che probabilmente non è neppure una libertà anche se per me dovrebbe invece esserlo!
Nota (*4): perché se non ci fosse sarebbe una legge amorale, ovvero tecnica/politica, e per questo potenzialmente (anzi spesso a mio avviso) ingiusta.

sabato 2 settembre 2017

"Wow" del 1° trimestre del 2017

Domani (oggi) non sarò a casa e quindi mi anticipo con un pezzo leggero. I “Wow” del primo trimestre del 2017: di seguito i candidati al “Wow” mese per mese...

Gennaio 2017: un ottimo mese. Tanti pezzi interessanti, anche se non eccezionali, oltre quelli qui di seguito elencati.
Programma Trump (1/6): Come al solito quando voglio premere il pezzo di una serie cito sempre e solo il primo anche se, in effetti, non è il migliore. A mio avviso la mia analisi, tutta tesa a cercare di comprendere se Trump rappresenti un populismo reale o apparente, è interessante.
Bufale cinesi: confronto la censura cinese e quella italiana.
L'uomo che sussurra alle renne (1/4): un'intervista in cui mi sono impegnato molto riascoltando meticolosamente la registrazione e facendo prima un colloquio preliminare per inquadrare l'argomento. Un architetto indubbiamente interessante.
Le scarpe assassine: un bel ricordo di mia mamma.

Febbraio 2017: di nuovo un buon mese con molti pezzi che quasi sfiorano la candidatura al “Wow”...
Sogno odissea: ma i miei sogni sono normali?
Ove navighi?: la mia “viariocronaca” della corsa in Finlandia del mio amico architetto. Un pezzo che fu per me massacrante ma che mi pare anche divertente e piacevole.
L'euro assassino: un pezzo di economia dove, con parole mie (quindi semplici ma forse non del tutto corrette), riassumo un concetto fondamentale tratto da Goofynomics.
Felicità e dovere: un pezzo di morale: curiosamente rileggendolo adesso mi sono accorto di aver interiorizzato diverse idee di Kant.

Marzo 2017: un mese molto più scarso dei precedenti: molti pezzi iniziano a dipendere in maniera più o meno marcata dalla lettura della mia epitome. Giusto così visto che quello era il suo scopo...
Il soldato romano: un bel pezzo basato su una bella monografia...
Succo di Trump: un'analisi dei primi mesi del governo di Trump interpretato alla luce della mia epitome.
Carattere e clima: un'intuizione interessante.

Conclusione: a breve scriverò il pezzo anche sul secondo trimestre del 2017 così mi rimetterò in pari...

venerdì 1 settembre 2017

Mercato chiuso

Il mercato si è chiuso ma non mi pare ci siano stati colpi tali da modificare l'equilibrio del campionato.

Il Torino ha preso Nyang (che a me piace molto) e adesso ha davvero un bel tridente d'attacco; la Juve ha preso il difensore d'esperienza per tamponare la perdita di Bonucci ma non ha preso il campione necessario a migliorare la squadre: la Juve è infatti piena di buoni giocatori e quindi acquistare altri buoni giocatori non la rende più forte! Per capirci alla Juve servono giocatori del calibro di Dybala e Higuain (magari in altri ruoli!) per migliorare...
Perplesso sul mercato Roma e in particolare sull'acquisto di Schick: l'anno scorso gli ho visto giocare un paio di partite e mi aveva fatto un'ottima impressione ma ancora, come hanno osservato un po' tutti gli esperti, non sono sicuro che valga un Salah.
Anche l'Inter, con la campagna acquisti ridimensionata, non ha preso grandi nomi ma ho comunque fiducia in Spalletti: mi piace come sta gestendo tatticamente Borja Valero (non lo fa correre a vuoto ma gli dà ruoli ben precisi che possano cambiare nel corso della partita) e Vicino (che continuo a tenere d'occhio). A proposito: sono curioso di vedere quante reti segnerà Dzeko nella Roma senza Spalletti: a me Dzeko non mi ha mai troppo convinto e ho la sensazione che segnasse tanto perché, grazie al gioco di Spalletti, gli arrivavano tanti palloni, vedremo quindi come andrà con Di Francesco (che non conosco).
Ancora non ho visto giocare il Milan: i suoi impegni non sono stati provanti ma comunque, oltre che punti, dovrebbero avergli dato fiducia. Ho però visto i gol di Cutrone e sono reti che non si fanno per sbaglio: sicuramente il ragazzo ha delle grandissime qualità, speriamo che Montella riesca a gestirne la crescita.
La Lazio ha perso diversi giocatori importanti ma in questi anni Lotito & C. ci hanno abituato a prendere sconosciuti che poi si rivelano essere all'altezza: certo la possibilità che qualche scommessa non vada come dovrebbe c'è sempre...
Domenica ho poi visto la partita della Fiorentina: ho la sensazione che ancora i nuovi giocatori non si conoscano (né li conosce l'allenatore); mi è piaciuta l'ala destra portoghese Gil Dias e il terzino, sempre portoghese, che aveva sostituito Tomovich era sicuramente meglio. Però Chiesa a sinistra non rende: lo deve mettere a destra. Ho forti dubbi su Simeone, Thereau mi sarebbe piaciuto qualche anno fa: spero che questo anno non abbia troppi problemi fisici e che riesca a giocare con continuità...

Domenica vidi anche Genoa-Juventus: due gol casuali nei primi minuti resero la partita interessante costringendo la Juventus a impegnarsi (diversamente dal solito) per ribaltare il risultato. Gli arbitri, compresi quelli alla VAR, furono disastrosi e sbagliarono tutto ma, almeno, lo fecero chiaramente in buona fede favorendo alternamente entrambe le squadre!
Secondo me nessuno dei due rigori assegnati grazie alla VAR c'era: il primo era palesemente viziato da un evidente fuorigioco, credo però che gli arbitri ne abbiano preso nota (appuntandosi di controllare sempre la presenza di un eventuale fuorigioco) e difficilmente vedremo nel resto della stagione molti altri episodi simili a questo; l'assegnazione del secondo rigore è invece più grave perché sottintende che gli arbitri abbiano valutato che il difensore del Genoa avesse volutamente aumentato l'aria del proprio corpo allargando le braccia (su cui batte effettivamente il pallone) a me però è perso un movimento non solo congruo ma inevitabile nel tentativo di contrastare l'attaccante della Juve e considerarlo quindi rigore mi pare troppo penalizzante per il difensore.
Comunque rimango entusiasta della VAR anche se credo che i conti vadano fatti alla fine della stagione.

Classifica finale?
Allora la Juventus mi pare sempre la più forte e continua, Napoli secondo (l'ultima giornata ha mostrato il limite del gioco, pur spettacolare, della squadra partenopea che ha dovuto faticare parecchio per portare a casa i tre punti: temo che nel lungo periodo perderà per strada qualche punto di troppo con le piccole).
Terzo posto Inter: ho fiducia in Spalletti e scommetto che Icardi, già forte di suo, sarà il capocannoniere del campionato (battendo il primato di reti di Higuain?) venendo valorizzato al massimo dal proprio allenatore.
Il quarto posto sulla carta è del Milan. Dei miei dubbi su Montella ho però già scritto. In più c'è la concorrenza di Roma, forse Lazio se Lotito ha indovinato gli acquisti, e come squadra sorpresa potrebbe esserci il Torino. Comunque anche l'Atalanta nonostante le cessioni (e le due sconfitte iniziali) mi pare ancora competitiva e magari potrebbe aggiudicarsi l'ultimo posto per la UEFA.
La Fiorentina è ancora un oggetto misterioso per me: bisogna vedere che continuità di gol sarà in grado di fornire l'attacco, se Chiesa (magari messo a destra) sarà in grado di dare un contributo significativo e dall'alchimia del resto dei giocatori. La mia sensazione è che si tratti di una squadra mediocre da bassa, massimo media classifica...

Conclusione: tranquilli! Non credo che tornerò spesso a parlare di calcio: è che mi diverto a fare le previsione e adesso le ho fatte... Magari fra qualche settimana potrei “sciogliere la prognosi” per il quarto posto ma non penso di scrivere pezzi settimanali sul calcio...

giovedì 31 agosto 2017

La procedura

Avevo anticipato (v. Varie di fine agosto) che avrei parlato di ospedali ma in realtà non ne ho molta voglia: dopo tutto si tratta di una frequentazione che, per lo stress emotivo associato, si preferisce dimenticare...

Eppure credo sia giusto scrivere qualcosa anche di questa esperienza: però, invece di ripercorrere le riflessioni accumulatesi giorno per giorno, preferisco limitarmi a ciò che mi ha più colpito.

Prima i fatti: il babbo doveva essere operato per ripulire una carotide intasata dal colesterolo, operazione complicata dal fatto che la stessa carotide era già stata operata per l'identico motivo una decina di anni fa e questo rendeva il tutto più complesso. Ricoverato martedì mattina e operato nel tardo pomeriggio dello stesso giorno dalle 17:30 alle 20:30 anche se l'operazione vera e propria, in sala operatoria, dovrebbe essere durata un'oretta. L'operazione va bene e il venerdì mattina viene già dimesso. Sabato dorme parecchio (non aveva dormito in ospedale), domenica non ricordo, ma lunedì mattina si sente male: è parecchio confuso e ha uno strano tic alla spalla destra (l'unica che muove perché il braccio sinistro è da tempo paralizzato). Codice giallo al pronto soccorso dove arriva alle 12:00. Io lo raggiungo verso le 15:00 e iniziamo una lunga attesa senza notizie: cioè lo visitano subito e gli fanno molte analisi, ma a noi non viene detto niente. Se chiediamo informazioni ci viene sbrigativamente risposto che la neurologa vuole confrontarsi con un altro specialista, oppure che stanno aspettando il risultato di un'analisi o simili.
Le prime vaghe notizie le abbiamo verso le 19:00: solo allora ci viene spiegato (vagamente) cosa stanno cercando di capire i medici. Si aspetta, si aspetta, si aspetta e si aspetta: alle 1:15 (di notte) mi viene detto che posso andare a casa e che il babbo sarà tenuto in osservazione per la notte.
Un'infermiera più gentile e paziente ci spiega che la procedura è “questa”, cioè aspettare fra un'analisi e l'altra, e che al Pronto Soccorso quel giorno avevano altri 87 pazienti.
L'indomani andiamo a riprendere il babbo e, finalmente, il neurologo ci dice che sono riusciti a escludere un paio di possibilità (ischemia ed epilessia) ma che, in pratica, non hanno capito di cosa si tratti e infatti definisce il tutto come un generico “deficit cognitivo dovuto all'operazione che si dovrebbe ridurre nei prossimi mesi” che a me, più di una diagnosi, sembra una constatazione venata di ottimismo (spero) giustificato.

Prima di esporre la mia riflessione devo ribadire che al Pronto Soccorso non è passata oltre mezza giornata senza accadere niente: al babbo hanno fatto moltissime analisi (cardiogramma, encefalogramma, ben due TAC, varie soluzioni saline e un angio-qualcosa). Capisco anche che quel giorno i pazienti erano statisticamente più del solito (così almeno mi ha fatto intendere l'infermiera), che comunque gli esami erano molti e le attese inevitabili. Ciò su cui ho da ridire è: 1. la pressoché totale mancanza di comunicazione su ciò che stava avvenendo; 2. che solo alle 1:15 di notte ci sia stato comunicato di andare pure a casa e di tornare l'indomani.

La mia critica va quindi alla procedura in cui tanta fiducia sembrava riporre l'infermiera con cui ho parlato. A mio avviso la procedura dovrebbe prevedere un'informazione continua (diciamo almeno ogni due ore?) su ciò che sta avvenendo e, stabilire il prima possibile se un paziente dovrà rimanere in osservazione per la notte. Questo perché, secondo me, l'ansia di paziente e parenti non è un fattore trascurabile e dovrebbe essere limitata il più possibile.

Ma di chi è la colpa? Anni fa scrissi dell'ufficio postale del mio paese dove gli impiegati, dietro la vetrata che li separa dai clienti, sembravano muoversi al rallentatore, come se fossero immersi in un acquario o si stessero esercitando in studiati movimenti zen...
Ecco, al reparto di cardiologia vascolare e al pronto soccorso gli infermieri non stavano mai fermi: era tutto un continuo correre da una parte all'altra. I medici si vedevano meno ma anche loro non sembravano perdere tempo e girarsi i pollici.
Il motivo, in realtà già lo sapevo, è che gli ospedali sono sistematicamente sotto organico: manca personale. Sicuramente infermieri e, probabilmente, anche dottori.
Il risultato è che il tempo che il personale può dedicare a ogni singolo malato è irrisorio.
Sono convinto che la procedura preveda già che pazienti e parenti vengano informati su ciò che sta succedendo ma quando non c'è tempo per fare tutto qualcosa deve saltare: e quindi si taglia ciò che è ritenuto “meno importante”. Nell'emergenza continua in cui sono costretti a barcamenarsi, si evita di dare ogni due ore un aggiornamento di dieci minuti a un paziente perché, dopo circa 12 ore, il “costo” di questa informazione sarebbe un'ora di lavoro (*1). Lo stesso vale per i dottori: io sono convinto che se avessi avuto la possibilità di spiegare approfonditamente i sintomi di mio padre avrei forse potuto dare delle informazioni che avrebbero potuto aiutare nella diagnosi. Invece no: anche loro sono sempre di corsa, chiedono solo quello che ritengono sia il minimo indispensabile perché probabilmente (suppongo) i quindici minuti in più di approfondimento sono generalmente meglio spesi per risolvere l'usuale emergenza.

La colpa non è quindi del personale medico ma della politica, in questo caso tossica perché uccide (*3), che toglie continuamente risorse alla sanità pubblica (*2) con lo scopo, più o meno recondito, di favorire la sanità privata rendendola competitiva come costi e tempi di attesa (*4). Non per niente nel resto del mondo, ma anche in Italia, la sanità privata è considerata uno dei business del nuovo millennio.

Il risultato di questa distorsione, di questo svilimento della sanità è che, oltre a togliere la dignità a chi lavora in essa di poter svolgere bene il proprio ruolo, l'ospedale diventa come una catena di montaggio. Si perde il contatto umano col paziente che diviene invece simile a un prodotto, sballottato da un reparto all'altro come se fosse in una catena di montaggio; e con i prodotti non di parla: il paziente è quindi disumanizzato e si cerca solo di arrivare il più velocemente possibile alla fine della procedura rispedendolo a casa con un timbro "FATTO" su un foglio di carta e qualche cicatrice in più sulla pelle: questo perché, proprio come in una fabbrica si cerca di produrre il più possibile, così la produttiva di un ospedale viene misurata come il numero di pazienti trattati nell'unità di tempo. Questo a prescindere dal benessere psicologico dei malati e dei loro parenti.

Proprio oggi con puntuale serendipità, dando un'occhiata a FB, mi sono imbattuto in questa frase:
«Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l'esito della terapia.» (Patch Adams)

Questa frase di Patch Adams condensa brillantemente in poche parole la mia stessa idea (basta sostituire “prodotti” con “malattie”). È proprio questo il punto: a causa dei tagli la sanità pubblica è costretta a concentrarsi esclusivamente sulle malattie perdendo di vista le persone. Il risultato è che la sanità si snatura e perde di vista il suo ruolo più profondo divenendo fine a se stessa:
«Il compito dei medici non è rinviare la morte, ma migliorare la qualità della vita.»

Conclusione: che altro aggiungere? Non so se Patch Adams sia un buon medico ma di sicuro è un genio di umanità.

Nota (*1): e probabilmente la famosa procedura prevede anche di informare tempestivamente se un paziente dovrà essere tenuto in osservazione: solo che in questo caso il problema sono i posti letto che mancano. Probabilmente alle 20:00 i medici già sapevano che, al 95% (percentuale messa a casaccio), non ci sarebbe stato tempo per dimettere mio padre in giornata ma si sperava comunque di non impegnare un posto letto e lasciarlo disponibile per eventuali altre emergenze. Nell'emergenza continua tenere in sospeso malato e famigliari per ore diventa la paradossale soluzione.
Nota (*2): che ricordiamolo non è gratuita, come vorrebbero farci credere i politici, ma è finanziata dalle tasse degli italiani. E questo senza parlare delle diverse gabelle (i vari ticket) infilate per ogni prestazione.
Nota (*3): di nuovo mi ritorna a mente la più che appropriata frase di  Rudolf Virchow del 1848, «La medicina è una scienza sociale: la politica non è niente altro che medicina su larga scala» (v. La parabola di Hegsted)...
Nota (*4): è bene sottolineare che questo favorire la sanità privata a spese della pubblica non si traduce in un risparmio per le casse dello stato: ciò che salta è infatti la prevenzione. Chi non può permetterselo tende infatti a trascurare la malattia col risultato che, quando infine si aggrava, finisce all'ospedale con costi per la società molti più alti.

Buoni propositi

Sono in procinto di iniziare la stesura della nuova versione della mia epitome che sarà la 0.4.0 (nome in codice ancora da stabilire). Ho già la bozza per un nuovo capitolo sull'informazione (che in realtà non aggiunge niente a quanto già scritto ma che riepilogherà in maniera organica e chiara tali concetti) e un'idea ben precisa per un ulteriore capitolo dal titolo provvisorio di “Epomiti contemporanei”...
E poi ho una pagina e mezzo di annotazioni raccolte durante la stesura di “Aporia” e che, complessivamente, equivalgono a circa un capitolo se non di più.

Insomma mi aspetta un lavoro non indifferente ma adesso non sento più la fretta e la pressione per finire rapidamente perché “Aporia” è già un'opera più che dignitosa.

Tempi ovviamente ancora ignoti ma mi piacerebbe pubblicare per l'anniversario della Beta 1, ovvero il 13 dicembre. Ma come al solito dipenderà tutto dal mio entusiasmo (variabile e incerto) e dalle conseguente voglia di scrivere...

W VERDI - 5/9/2017
Considerato le forme più o meno velate di censura e di repressione della libera espressione ho deciso che in particolari circostanze (vedi lista seguente) esprimerò il mio appoggio o condanna limitandomi alla formula “W VERDI”.
Alle elementari mi insegnarono infatti che nel risorgimento gli italiani, non potendo a causa della censura esprimere apertamente il proprio favore all'unità d'Italia, solevano gridare (o forse scrivere sui muri) “W VERDI” intendendo però “W Vittorio Emanuele Re D'Italia”.

Analogamente io pubblicherò (magari su FB) “W VERDI” nei seguenti casi:
1 – per esprimere il mio sostegno a chi ha il coraggio di esporsi in prima persona andando pubblicamente contro corrente e/o ai singoli individui perseguiti per le proprie opinioni.
2 – per esprimere il mio sdegno verso gli abusi dei forti (siano Stati, grandi aziende o istituzioni) verso i deboli.
3 - contro l'ingiustizia delle leggi liberticide (magari in occasione della loro applicazione).
4 – contro la prepotenza dei forti (politici e potenti in genere) che usano la propria posizione/denaro per colpire chi li ostacola od osa denigrarli.
5 – contro le sentenze che reputo ingiuste.

Conclusione: praticamente dovrò scrivere “W VERDI” tutti i giorni!

Riservatezza, censura e corruzione - 9/9/2017
La notizia: Intercettazioni, pronto il bavaglio di governo: solo riassunti. Stretta sui virus spia, così si cancella l’inchiesta Consip dal IlFattoQuotidiano.it

Ancora è solo una bozza però già così è raccapricciante: leggete l'articolo perché non ho voglia di riassumerlo.

C'è da dire che, in generale, io sono per garantire la massima riservatezza dei cittadini: l'unica eccezione (*1) dovrebbero essere i politici, ovvero chi amministra la cosa pubblica. Fa una parte per ragioni pratiche, cioè la corruzione endemica italiana, da un'altra per ragioni più “filosofiche”, ovvero limitare la forza del parapotere (*2) politico permettendo che sia più controllato.

Anche riguardo i troiani (v. Troiai di Stato) andrei molto cauto e sarei tentato di permetterli solo per i politici/amministratori escludendo invece terroristi e mafiosi. La ragione è che non c'è ambiguità su chi sia stato eletto per amministrare un qualcosa di pubblico; invece su chi sia o non sia un terrorista la questione è molto più arbitraria (*3). In altre parole sarebbe più facile abusare dei troiani usandoli contro presunti terroristi che in realtà NON lo sono.

Conclusione: non è prudente far giocare i bambini con delle pistole cariche semplicemente perché si è detto loro di non premere il grilletto.

Nota (*1): ne accenno in [E] 12.3 per i tecnici ma vedrò di espandere il concetto per tutti coloro che, di propria volontà, vogliano lavorare come amministratori pubblici.
Nota (*2): per la mia teoria ([E] 7.4), in genere, più tutti i parapoteri sono deboli e più giusta è la società. Ovviamente la strada migliore per arrivarci non è indebolire questo o quel parapotere ma principalmente rafforzare la democratastenia ([E] 4.4) nel suo insieme.
Nota (*3): ad esempio alcune organizzazioni sono ritenute “terroristiche” solo per motivi politici e, per questo, neppure dall'intera comunità internazionale.

Battuta difficile - 10/9/2017
Come i lettori più assidui avranno capito dalle mie numerose citazioni, uno dei siti di "informazione" che seguo con più attenzione è Lercio.it
Ieri però mi sono imbattuto nella seguente battuta che non ho capito: Napoli: ladro scippa uno stage di 3 mesi da Carpisa

Siccome sono ignorante ho cercato in rete cosa fosse Carpisa: apparentemente è una catena di accessori di moda specializzata in borse da donna.

Sono tornato a guardare la battuta del Lercio ma ho continuata a non capirla...

Così ho cercato su Google “stage di 3 mesi da Carpisa”: e sotto il collegamento alla stessa pagina del Lercio ho trovato anche il seguente articolo: Carpisa, se vuoi lavorare (gratis) compra una borsa di Francesca Fornario da IlFattoQuotidiano.it

Conclusione: battuta capita. Amaro in bocca.

Libbri - 17/9/2017
Il seguito del grande successo “Avere o essere?” di Erich Fromm: “Ho sonno”

mercoledì 30 agosto 2017

323 AM

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.3.1 "Aporia"). In particolare i capitoli: 2, 5, 6 e 7.

In questi giorni un po' convulsi sono comunque riuscito a leggere un libro storico: Alessandro Magno – La realtà e il mito di Claude Mossé, Ed. Mondolibri S.p.A., Milano, trad. Orietta Dora Cordovana (stranamente manca l'anno di pubblicazione che suppongo un po' successivo al 2003).

Si tratta di un libro di mio zio e, come tale, sicuramente interessante: non è la solita biografia incentrata sulla conquista dell'Asia e le grandi battaglie, piuttosto cerca di esaminare da più punti di vista la figura di Alessandro Magno e quale sia il significato del suo lascito nella storia: per questo motivo, coerentemente direi, finisce col descrivere come il personaggio di Alessandro fu vista nel tempo: nell'impero romano, nel medioevo, nella Francia del settecento-ottocento, fino ai giorni nostri.

Volutamente, siccome volevo rilassarmi, ho evitato di prendere appunti (ovvero note a margine) e per questo sarò meno preciso del solito: soprattutto perché non in grado di ritrovare i passaggi di interesse per citazioni o simili! L'idea è di riguardare i titoli dei vari capitoli ed eventualmente aggiungere ciò che mi ha colpito/interessato.
Premetto poi che Cluade Mossé è uno storico vero: questo significa che pone molte domande interessanti ma che evita di rispondervi perché non ci sono certezze. Per me è un po' frustrante perché preferisco una teoria incerta a una domanda senza risposta: però apprezzo anche l'onestà dello storico che si limita a riportare i fatti certi senza influenzare il lettore con le proprie supposizioni non dimostrate (*1).

Nella prima parte “Le grandi tappe del regno” l'autore ripercorre, partendo dalla Macedonia potenza egemone della Grecia, le conquiste di Alessandro fino alla morte nel 323. È inutile che le riassuma qui: chi è interessato può rinfrescarsi la memoria su Wikipedia...
Eppure la vastità delle sue conquiste è incredibile: nessun “occidentale” dopo di lui attraversò l'Indo per sottomettere un'importante regno indiano. Non solo superò i confini del suo mondo ma anche quelli del successivo! Vabbè... cercherò di contenere momentaneamente il mio entusiasmo...

La seconda parte è intitolata “Le diverse «figure» di Alessandro”.
Permettetemi di interpretare, qui e in seguito, le idee di Mossé alla visione del mondo descritta nella mia epitome: a mio avviso l'autore si rende conto che non è importante tanto l'essenza di una cosa (in questo caso della figura di Alessandro) quanto come questa venga vista dall'esterno (ovvero quali siano i protomiti ([E] 2) che la semplificano).
Alessandro anche dai suoi contemporanei era visto in maniera diversa a seconda della società da cui provenivano: spesso dimentichiamo che in passato le diverse culture erano molto meno omogenee di quanto non lo siano adesso e, di conseguenza, le differenze di prospettiva più significative.
Il primo capitolo è intitolato “Il re dei macedoni”. Greci e macedoni non sono infatti un gruppo omogeneo: i macedoni aspiravano a essere dei greci ma erano considerati tali solo in virtù del genio politico e militare di Filippo (il padre di Alessandro) ma per, ad esempio, ateniesi o spartani dovevano essere al massimo dei "cugini semi barbari"...
Sfortunatamente dei macedoni e delle loro istituzioni sappiamo pochissimo: sembra però che il re dei macedoni dovesse venire acclamato dall'esercito e che l'assemblea dello stesso avesse anche altre funzioni come, ad esempio, un rozzo potere giudiziario. In altre parole Alessandro non governava sui macedoni per semplice diritto di nascita ma perché l'esercito macedone l'aveva acclamato re: questo significa anche che senza il consenso dell'esercito (equimito) il suo potere sui macedoni perdeva la propria giustificazione teorica. Come vedremo, anche se le (poche) fonti storiche non sono unanimi, gli umori dei soldati macedoni dovettero essere determinanti in alcune scelte di Alessandro.
Il secondo capitolo è intitolato “L'«hegemón» dei greci”.
Come detto greci e macedoni erano gruppi sociali ben distinti: per i greci Alessandro era il capo (l'hegemón cioè) che doveva guidare un esercito congiunto per liberare le città greche dell'Asia minore (in pratica quelle sulla costa dell'attuale Turchia) che da tempo erano sotto l'orbita del potere persiano se non sotto il suo diretto controllo (v. anche Sparta e Atene 1/2 e 2/2 per la situazione del secolo precedente). Per questo motivo avevano contribuito con dei reparti militari, in realtà modesti, alla spedizione di Alessandro. Col successo di Alessandro (non solo l'Asia minore era stata liberata ma l'intero impero persiano annichilito) i greci ritirarono le proprie truppe che vennero però facilmente sostituite da truppe mercenarie (sempre greche) grazie all'oro persiano.
Rimase però importante come i compagni greci di Alessandro e, in misura minore le città greche, lo vedevano. Ovviamente per i greci il diritto di Alessandro a governare era ancora minore che per i macedoni: non per niente nello stesso anno (331) in cui Alessandro fondava Alessandria d'Egitto e vinceva la battaglia di Gaugamela una rivolta guidata dagli spartani fu sconfitta a Magalopoli da un esercito macedone comandato da un vecchio generale, compagno di Filippo, lasciato appositamente in patria da Alessandro per controllare la situazione.
Il terzo capitolo è intitolato “Il successore degli Achemenidi”. In poche parole Alessandro cercò di legittimarsi come successore di Dario III e mantenne l'organizzazione persiana, magari affiancandovi contingenti militari a guida macedone per evitare ribellioni. Anche in quest'ottica, come tante basi militari strategiche, si devono intendere le varie “Alessandrie” fondate da Alessandro per tutto il suo impero.
Voglio sottolineare che l'importanza dei protomiti con cui Alessandro era visto dalle genti che governava è fondamentale perché questi si vanno a sovrapporre agli equimiti su cui si sarebbe dovuta mantenere la stabilità e la coesione sociale e politica del suo impero.
Il problema di questa strategia di Alessandro: ovvero legittimarsi come il successore di Dario presso le popolazioni persiane andava in contrasto con gli equimiti macedoni e greci.
Per i persiani il Gran Re non era un uomo qualsiasi ma era più simile a una divinità: a lui erano dovuti atteggiamenti di sottomissione inconcepibili per gli "uomini liberi" greci e macedoni. Quindi tanto più Alessandro adottava tali usanze per farsi accettare dai persiani e tanto meno era ben visto dai suoi compagni (macedoni ma anche greci) e dall'esercito macedone.
Il quarto capitolo “Il figlio di Zeus” approfondisce proprio questa tendenza: Alessandro cerca di modificare i protomiti con cui è visto da greci e macedoni facendo diffondere voci (ovvero distorsioni, [E] 2.2) sulle proprie origine divine e vari aneddoti (ad esempio quello avvenuto presso l'oracolo di Siwa in Egitto dove, secondo Plutarco, il sacerdote invece di apostrofare benevolmente Alessandro in greco con “o paidion” (“o figlio”) avrebbe detto per errore “o paidios”, ovvero “figlio di Zeus”!) che ribadivano lo stesso concetto. Ma questo tentativo di Alessandro sostanzialmente fallisce: i lettori della mia epitome ne dovrebbero conoscere anche il motivo teorico. In [E] 2.4 spiego infatti che i parapoteri (in questo caso Alessandro) non avevano nell'antichità la possibilità di creare e diffondere distorsioni che, per loro natura, potevano nascere solo “dal basso”, cioè dalla popolazione: al massimo avrebbe potuto creare e cercare di diffondere dei protomiti più complessi che però, nella loro essenza, sarebbero arrivati alla popolazione come protomiti molto semplici e quindi simili a distorsioni (*2).
Non solo: le società macedone e greca (beh, le varie città stato) avevano già una propria stabilità, ovvero i propri equimiti. Questi equimiti come sappiamo da [E] 7.1 sono garantiti e protetti da tutti i gruppi (deboli, medi e forti) della società: il protomito/distorsione delle origini divine di Alessandro era completamente contrario agli equimiti macedoni e greci (per capirci più di stampo “democratico”) e si sarebbe quindi trovato in un ambiente ostile in quanto la società avrebbe dovuto cambiare troppo e troppo in fretta per accettarlo e farlo suo: ogni potere avrebbe contrastato il tentativo di Alessandro.
Al contrario, come spiegato [E] 5.3, quando un parapotere egemone per qualche motivo cade, lascia un vuote di potere: in questo caso il parapotere egemone persiano Dario III cadde per l'intervento esterno di un diverso parapotere, ovvero la falange macedone. Alessandro ebbe quindi la possibilità di inserire il protomito/distorsione della propria divinità nella società persiana perché, oltre a non essere in diretto conflitto con gli altri equimiti, non aveva nessun potere che vi si opponeva direttamente: l'unico che avrebbe avuto ragione di farlo, Dario III, era stato eliminato. Non solo: anche gli altri poteri persiani erano favorevoli al protomito dell'origine divina di Alessandro perché questo avrebbe provocato cambiamenti minimi (andando a sostituirsi a un altro protomito analogo) nella complessione della società e, come sappiamo ([E] 5.1 e 7.1), ogni gruppo sociale vuole essenzialmente la stabilità.

La terza parte del libro è intitolata “L'uomo Alessandro”: idealmente l'autore vorrebbe cercare di analizzare l'uomo reale, con le sue motivazioni e personalità, al di là dei protomiti attraverso cui era visto. Questa è stata forse la parte più frustrante del libro perché apre molte questioni interessanti senza però rispondere a nessuna di esse: semplicemente non abbiamo abbastanza informazioni per trarre delle conclusioni definitive.
Mi limiterò quindi a sottolineare due aspetti che mi hanno colpito più degli altri e che, secondo me, si possono poi fondere insieme: una domanda che si pone l'autore è quanto rilevante sia stata l'influenza di Aristotele come precettore del giovane Alessandro; il secondo punto è la generosità di Alessandro che viene elencata fra le sue doti “effettive” (perché provate) almeno nella prima parte del suo regno.
Ecco io riconosco in Alessandro la descrizione del magnanimo che Aristotele ci dà nell'Etica nicomachea (v. Varie su Aristotele anche se gli esempi più eclatanti non li riporto direttamente). E non si tratta solo della magnanimità: ad esempio la sua moderazione e autocontrollo personale ricordano molto il “giusto mezzo” e le sane abitudini, le virtù etiche (v. Virtù etiche), care ad Aristotele.
Io ho la netta sensazione che l'influenza di Aristotele su Alessandro sia stata enorme e che il giovane re abbia cercato effettivamente di attenersi agli insegnamenti del suo vecchio maestro: e, magari, in alcune situazioni politiche andare addirittura oltre essi.
Evidentemente qualcosa di grave accadde durante la campagna d'India che modificò l'usuale comportamento di Alessandro: la sua prematura morte non ci permette di verificare se tale cambiamento sarebbe stato definitivo o solo temporaneo.
Io, come al solito (!), avrei una teoria piuttosto interessante su quanto sarebbe potuto essere accaduto ma, almeno per questa volta, a meno di richieste dirette (*3), non mi sbilancerò...

La parte quarta descrive i primi passi dei regni ellenistici nati dalle ceneri dell'impero di Alessandro: onestamente non mi interessava e l'ho letta svogliatamente. Mi pare di poter dire che l'unica figura notevole sia stato Tolomeo, amico e compagno di Alessandro, che divenne signore dell'Egitto: a lui si deve la biblioteca e il museo di Alessandria e il culto di Serapide (oltre che una cronaca scritta di prima mano sulle spedizioni di Alessandro: non è sopravvissuta ma è stata usata come fonte principale da altri autori antichi)....

La quinta parte descrive invece come la figura di Alessandro è stata vista nel corso dei secoli: dalla “riscoperta” romana, al medioevo, fino ai giorni nostri.
Troppo lungo (e inutile) cercare di descrivere in poche righe questa evoluzione ma, sostanzialmente, ogni storico/scrittore ha visto Alessandro alla luce del proprio tempo (epomiti, [E] 6.2) trasformandolo in un mito (perché con la funzione nascosta di usarlo come esempio per giustificare e/o dimostrare gli epomiti del tempo). Gli antichi romani ne ammirarono le conquiste, usandolo quindi implicitamente come una giustificazione per il loro imperialismo; uno scrittore francese del XVIII secolo (scusate ma non ho voglia di cercarne il nome!) ne evidenziò il suo dispotismo (si era negli anni che portarono alla rivoluzione francese); oppure uno scrittore del XX secolo, Klaus Mann (figlio del più noto Thomas), in un suo romanzo storico “Alexander: Roman der Utopie” trasferisce su Alessandro la propria visione sublimata dell'omosessualità.
In definitiva ogni scrittore ha ridefinito Alessandro secondo il modello del proprio tempo vedendolo attraverso la lente dei propri epomiti e convinzioni personali.
Ciò in realtà è cosa comune: non accade solo con Alessandro ma con ogni evento storico e non solo. Più volte su questo viario ho riportato esempi di questo genere (*4) estratti dal proprio contesto storico, e reinterpretati in maniera spesso arbitraria, per dare giustificazioni storiche speciose a idee (protomiti) contemporanei.

Conclusione: sicuramente un libro interessante anche se nella seconda metà forse un po' troppo ambizioso finendo per trattare poi superficialmente troppo argomenti; ha poi il limite/pregio di rimanere molto neutrale e di non sbilanciarsi in alcuna teoria attenendosi invece solo ai fatti...

NB: mi sono accorto di non aver dato il mio personale punto di vista su Alessandro Magno! Vabbè, ormai lo rimando a un altro pezzo... forse...

Nota (*1): in realtà questo è l'atteggiamento degli storici moderni: in passato non era così e alcuni grandi storici hanno influenzato negativamente la comprensione della storia per secoli proprio perché le generazioni successive (di storici!) avevano accettato come verità le loro supposizioni non dimostrate. Probabilmente qualcosa di analogo è accaduto anche in altri campi del sapere...
Nota (*2): se all'epoca fossero esistiti giornali, radio e tivvù allora Alessandro avrebbe potuto tentare una gigantesca campagna pubblicitaria per diffondere capillarmente alla popolazione la distorsione delle proprie origini divine!!
Nota (*3): tanto lo so di non correre rischi perché tanto nessuno mi chiede niente...
Nota (*4): ad esempio con la rivoluzione francese o magari la resistenza italiana alla conclusione della seconda guerra mondiale...

sabato 26 agosto 2017

Varie di fine agosto...

Come preannunciato in BMI nei giorni scorsi sono stato più di quanto sia di mio gradimento per ospedali (fortunatamente è andato tutto bene) e, anche se avrei avuto qualche occasione per scrivere, semplicemente me ne è mancata la voglia...
Peccato però perché questo contatto forzato con la società mi ha dato un sacco di spunti di cui però ne dimenticherò la maggior parte. L'idea di questo pezzo è proprio quella di accennare a tutte queste idee prima che me ne scordi del tutto!

Notizia: Ilaria D’Amico fa infuriare il Milan, silenzio della società dopo la battuta da LaStampa.it
Io la D'Amico l'ho sempre mal tollerata: niente di profondo, solo che mi dà troppa noia la sua vocina squittente e, per questo, preferisco semplicemente non ascoltarla cambiando canale quando mi imbatto in un suo programma.
Eppure in questa situazione ha mostrato molto più coraggio e personalità di tanti suoi colleghi: molti giornalisti sono infatti apparentemente molto più attenti a non turbare l'alone trionfale di una società (il Milan) con riflessioni e dubbi normalissimi, finendo però così per dare una versione nettamente distorta della realtà ai telespettatori, piuttosto che a informarli seriamente come dovrebbe invece essere loro compito.

Altra riflessione: e se ci rendiamo conto di quanto sia distorta l'informazione che riguarda quello che è sostanzialmente un gioco, sebbene con risvolti economici importanti, allora a maggior ragione dovrebbe divenire evidente che l'informazione “vera”, quella che riguarda i problemi del nostro paese, le decisione politiche di governo e opposizione, è ancor più inaffidabile visto il bassissimo livello di etica giornalistica proprio da parte di chi, paradossalmente, ha il “patentino” di giornalista. Ogni tanto mi capita di guardare qualche telegiornale perché, ad esempio mio padre o i miei zii, per abitudine si sintonizzano su tali trasmissioni per conciliare il sonno e/o l'appetito: a me invece stimolano solo l'intestino...

A proposito di media e informazione segnalo un pezzo del solito Goofynomics: "Social media" vs. "élite media"
L'argomento e la conclusione del Bagnai ricordano molto le mie stesse conclusioni espresse in Quattro articoli commentati (il mio quarto “commento”) e Da goofynomics a Baricco (e magari, nell'ottica globale della mia epitome, anche Riflessioni su un errore).
Sempre su Goofynomics, e sempre sull'affidabilità dei media nostrani, suggerisco anche il divertente (e interessante): La coppia che visse tre volte (con 2 euro al giorno)

Il precedente pezzo del Bagnai ("Social media" vs. "élite media") mi ha ispirato un ulteriore riflessione: nella seconda parte del suo articolo spiega infatti come egli avesse subito capito che “Tsipras” fosse in realtà un “populismo apparente” ([E] 11.4) e che, quindi, non avesse mai nutrito grande fiducia in esso (*1).
Io, che guardo le vicende da una prospettiva diversa, invece ci sperai fino all'ultimo (v. Muore dove nacque): anche quando Varoufakis si dimise sperai in uno “stratagemma politico”...
Quindi Bagnai è più bravo di me a prevedere e capire l'andamento del mondo?
La risposta è nì: il Bagnai, come esperto di economia, è capace di valutare il programma economico di una forza politica e giudicarla in base a essa: se valuta il programma economico inefficace allora anche la forza politica che lo propugna lo è altrettanto e non ha bisogno di ulteriori analisi per stabilirlo.
Io invece mi baso sulla mia teoria dei protomiti e dei parapoteri: so che tutti i poteri vogliono divenire più forti e che il parapotere politico cerca un aumento della sua forza politica (in pratica più voti alle elezioni) mentre praticamente tutti gli altri mirano a un aumento della loro forza economica (più soldi). So inoltre che la tendenza attuale dei partiti tradizionali delle “democrazie minori” (come ormai si può catalogare l'Italia o la Grecia) è quella di favorire i parapoteri economici a scapito della democratastenia ([E] 10.4 e/o 11.1).
Il mezzo usato da una forza politica per “favorire” i parapoteri economici è, essenzialmente, il suo programma economico: il Bagnai ha gli strumenti e le capacità per analizzarlo a priori (prima cioè che venga impiegato) e trarne quindi le sue conclusioni; io invece devo accontentarmi di valutarne gli effetti e devo quindi aspettare per poter esprimere un giudizio (su Tsipras mi sono ricreduto solo quando ha calato le brache alle inique richieste della EU mentre, ad esempio, su Trump sono sempre in attesa).
Ma il Bagnai vede l'economia come l'unica chiave di lettura della realtà e questo ne limita la sua comprensione: io invece vedo l'economia come un semplice strumento usato per travasare forza (principalmente sotto forma di denaro) dalla democratastenia ai parapoteri. La mia comprensione è quindi più ampia, sicuramente più lenta ad afferrare il risultato di alcuni meccanismi economici, ma nel complesso inquadro meglio le interazioni complessive della società globale: a mio avviso infatti, più che comprendere perfettamente come funziona uno strumento è invece importante capire la volontà e le mire di chi lo adopera...

Vabbè, con quest'ultima riflessione mi sono “mangiato” tutto lo spazio per altre intuizioni avute in questi giorni. Ne voglio quindi solo segnalare un'ultima, su me stesso, che mi pare piuttosto significativa.
Nel momento di massima tensione, quando cioè mio padre era sotto i ferri da un paio d'ore e io aspettavo in sala d'attesa, cosa ho fatto per rilassarmi e distrarmi? Aggiungo che avevo con me la “Settimana enigmistica”...
Beh, la mia scelta è stata senza esitazioni: ho puntato dritto sul “Calcolo enigmatico” dove bisogna sostituire alcuni simboli geometrici con delle cifre in maniera che le equazioni indicate “tornino”.
Non mi andava di fare cruciverba o altri giochi più “ambigui”: avevo voglia di qualcosa di esatto, qualcosa che mi permettesse di esercitare solo la logica, senza dover usare la memoria o con altre “distrazioni”. Ecco in quei momenti ho sentito il bisogno della sicurezza data dai numeri, dalla loro coerenza e stabilità...
Non so, temo di non esser riuscito a spiegare queste mie strane sensazioni che, del resto, anch'io non comprendo perfettamente: però mi sembrano peculiari... credo che la maggior parte delle persone avrebbero optato per i giochi più semplici o le barzellette mentre io avvertivo una necessità diversa...
Comunque ho risolto il giochino molto rapidamente e praticamente senza usare carta ma solo il margine bianco in alto a sinistra della stessa Settimana Enigmistica: poche riflessioni logiche/matematiche mi hanno portato alla soluzione in breve tempo. L'unica incertezza che mi ha bloccato per qualche minuto è stata un mio stupido errore: secondo un ragionamento avevo concluso che un certo simbolo doveva essere minore di 3 e io consideravo solo 1 e 2 che però erano già stati assegnati ad altri simboli e quindi arrivavo a un'incongruenza perché significava che avevo sbagliato qualcosa nei passaggi precedenti ma tutto mi sembrava semplice e logico... Solo dopo qualche minuto mi sono ricordato che anche 0 è minore di 3!

Conclusione: in un altro pezzo scriverò della mia esperienza ospedaliera mentre per tutti gli altri spunti... beh, mi dispiace ma peggio per loro!

Nota (*1): e qualcosa di simile è vero anche per la sua valutazione politica del M5S, da subito negativa.